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	<title>Microcenturie &#187; Nerina Garofalo</title>
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	<description>estuario per romanzi fiume di breve corso</description>
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		<title>Venti &#8211; L&#8217;enfant sorcier</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Jan 2010 05:28:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin2</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Nerina Garofalo]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Era arrivato a casa mia con quello strano nomignolo, Shégué. Si era abituato controvoglia alle poche regole domestiche: un orario per la veglia, un orario per la culla. Si nutriva accanto a me, al mattino, fissando la tazza e immergendovi dentro lo sguardo come a cercare nell’onda del latte bianco il fondo sabbioso disegnato dallo zucchero. Si nutriva ancora a sera di minestre di legumi, e pane. Con una strana attrazione per agli, cipolle, sedani e ravanelli, che io tenevo a centrotavola ad ornamento del tinello.<span id="more-661"></span></p>
<p>Era arrivato lì con un amico che praticava l’Africa da tanto, ma così tanto da aver dismesso il bianco della pelle rivestendo le belle tracce di quella strana copertura di sole che gli consentiva finalmente un agio in viaggio. Era arrivato ricevendo, non richiesto, il piccolo soccorso della mia dimora di maschio non sposato, per un periodo impreciso di attesa di destino.</p>
<p>Come ti chiami? Mi chiamano Shégué, aveva quasi sussurrato al primo approdo al desco, dopo il viaggio.</p>
<p>I mattini con Shegué erano un’oasi di meraviglia. Andavamo, per le vie del quartiere Port’Alba, carichi di introspezioni e parchi di parole. Mi prestava l’allusione sottile dei suoi occhi dilatati, posati sui colori e incaricati della nomina. Si nomina come si semina. Piantando storie. Mi ero quindi abituato a quel modo, tutto tondo, che aveva Shégué, di ridefinire per me le coordinate consunte del mio quotidiano.</p>
<p>Far la spesa, portare, dipanare la matassa dei cibi sul tavolo, rassettare e riporre erano i verbi che occupavano le nostre prime ore successive al risveglio. Mi ero impegnato a restare con lui, con Shégué, per quel mucchietto di giorni che dovevano precedere l’affido a una famiglia in Italia.</p>
<p>Mi accorgevo, nelle nostre mute passeggiate pomeridiane in centro, di una sua attitudine a distogliere lo sguardo, a pensare con le rughe degli occhi, a non dire. Quando infine, dopo minuti e minuti di passi, sedevamo prossimi a una panchina o a un albero, prendevo le mani di Shégué e continuavo il silenzio, questa volta restando, però, brevemente, con gli occhi negli occhi.</p>
<p>Aveva una passione per gli odori, dai quali risaliva, con l’aiuto delle mani alla bocca, a un sapore centrale. Mi svelava l’intensità delle mele e la polpa dei fichi, il ruvido delle lenticchie e l’impossibilità delle noci. Ogni volta che si arrivava all’ora del desco, Shégué riscopriva per me l’immensità del nutrire.</p>
<p>I giorni passavano, e Shégué stabiliva i primi lenti rapporti. Le donne in quartiere salutavano la mia  imprevista remissione dalla dimensione singola e cercavano di scoprire chi fosse il bambino. Shégué, cominciarono a dire dai balconi, come stai oggi, Shegué? Qual buon vento?</p>
<p>Al mattino, poco prima di lasciare il divano che avevo reso giaciglio per il bambino, Shégué mi raccontava, ancora quasi rattrappito per il freddo (perché fa freddo a Napoli, se sei nato in Congo) i sogni della notte. Ginetto, ho sognato una tigre con in bocca un pettirosso, mi diceva Shégué, ed io non riuscivo a capire da dove venissero le parole alla sua bocca. Ginetto, ho sognato una giraffa con al collo una pietra nera, e la pietra che rotolava in un pozzo. Che vuol dire, Giné? E Giné somigliava a Shégué. Sempre più e irrimediabilmente. Mica solo una questione di suoni.</p>
<p>Quando i dieci giorni infine passarono, l’amico che mi aveva affidato Shégué ritornò per portarlo ad una qualche meta o destino italiano. Mi staccai da lui come i frutti dell’albero del pane. A fatica, appiccicosamente.</p>
<p>Continuavano a girarmi in mente quei sogni narrati, al mattino e senza forma. Mi chiedevo da dove venissero quei nomi misteriosi per lui, e quelle forme mai viste. Un pomeriggio di un giorno seguente, ritrovai una serie di riviste che avevo dato a Shégué perché le ritagliasse e, di colla e di carta, ci giocasse.</p>
<p>Sfogliando, mi accorsi di aver distrattamente lasciato fra i fogli anche alcuni articoli dei quotidiani locali. In uno, si narrava la tragica storia di un bambino tenuto segregato per 36 ore da un uomo, che lo aveva accoltellato al centro del cuore dopo averne abusato, lasciandolo infine ai piedi di una fontana, col petto rosso e aperto come un fiore nel prato. In un altro, c’era la vecchia foto da ragazza di una donna di ottantanni che, in un mattino di natale, si era lasciata cadere come un maglione sformato dal balcone del quinto piano di una periferia, restando impigliata alla rete dei bucati condominiali gelati dal freddo di dicembre.</p>
<p>Un brivido mi aveva tenuto stretto per tutto il giorno. Era da quando Shégué se ne era andato che mi stringeva un senso di solitudine senza riparo. Mi arrovellavo alla ricerca delle ragioni di quel sentimento di solitudine tetra, e ripensavo a Shégué forse più del dovuto. Avevo infine compreso quelle tracce di sogno. Erano forme e colori che Shégué utilizzava, come gli odori e i sapori, per raccontare al semisonno, e a me, quello che aveva visto e che nessuno gli aveva voluto o potuto spiegare. Quando si levava su dai sogni, al mattino, Shégué sbatticchiava come piccole ali le palpebre, e potevi persino vedere un terzo piccolo occhio che, solo per pochi istanti, faceva capolino sulla sua fronte e poi pian piano svaniva. Avevo spesso pensato si trattasse di una mia allucinazione, di uno strascico di notte.</p>
<p>E così, come un vento che risale il deserto, ho ritrovato ripiegato dentro di me un ultimo sogno che Shégué mi aveva lasciato. Ginetto, stanotte ho sognato un albero grande con la pancia rigonfia e due rivoli bianchi di latte che scendevano piano dai rami. Che vuol dire, Giné?</p>
<p>Pochi giorni fa, uscendo di casa, ho incontrato Rosetta, la portiera dello stabile accanto, che mi ha chiesto: Giné, addo sta ‘o sciagurato?</p>
<p><em>Nota:*</em></p>
<p><em>Bambini stregone, Enfants sorcier, Shégués: accuse ignobili che possono segnare per sempre l’infanzia di un bambino nella Repubblica Democratica del Congo. Emarginati dai loro familiari e dall’intera società con l’accusa di essere posseduti dal diavolo, i bambini si vedono costretti a scappare di casa, cercando riparo per le strade delle città. (www.aibi.it)</em></p>
<p>di Nerina Garofalo, Roma  (<a href="http://dirtyinbirdland.splinder.com/">http://dirtyinbirdland.splinder.com/</a>)</p>
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