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	<title>Microcenturie &#187; Manuela Vittorelli</title>
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	<description>estuario per romanzi fiume di breve corso</description>
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		<title>Ventisette &#8211; La provvisoria adozione dell&#8217;infinito</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Jan 2010 16:50:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin3</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Manuela Vittorelli]]></category>

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		<description><![CDATA[Eccola lì, Antonia, immobile davanti alla finestra della cucina, seduta su una pila di strofinacci.
– Ma cosa fai qua, nonna?
– Stiro. La nostra casa no xe vecia.
– Non ha detto vecchia, ha detto antica.
– I tedeschi xe gente cativa. Bombe.
– Non sono tedeschi.
I Klopf venivano dall&#8217;Austria profonda e ogni estate migravano miti verso il mare, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Eccola lì, Antonia, immobile davanti alla finestra della cucina, seduta su una pila di strofinacci.</p>
<p>– Ma cosa fai qua, nonna?</p>
<p>– Stiro. La nostra casa no xe vecia.</p>
<p>– Non ha detto vecchia, ha detto antica.</p>
<p>– I tedeschi xe gente cativa. Bombe.</p>
<p>– Non sono tedeschi.</p>
<p>I Klopf venivano dall&#8217;Austria profonda e ogni estate migravano miti verso il mare, dove mostravano al sole dell&#8217;Adriatico le loro pelli bianche e squamate, nuotavano con la canottiera e facevano il pieno di lentiggini.<span id="more-726"></span></p>
<p>I miei – tranne Antonia – trovavano che fosse un bene socializzare con i popoli di lingua tedesca, considerati portatori di civiltà, cortesia, strudel di mele e berretti di lana di fattura artigianale. C&#8217;era la barriera linguistica, certo, ma mio padre aveva deciso di abbatterla ricorrendo a un dizionario tascabile e mettendo tutti i verbi all&#8217;infinito.</p>
<p>I Klopf. Franz, padre. Lotte, madre. Figli: Ulla, Martin, Werner.</p>
<p>Nel mese di agosto alloggiavano in una specie di ostello familiare simile alle case di villeggiatura sovietiche. Lì, mentre i miei prendevano nota della grazia spartana di quelle vacanze, Ulla e i suoi amici mi intrattenevano con un gioco di carte fatto di topi finti e di forti schiaffi sulle mani e che mi sembrava divertente come una barzelletta in lingua straniera.</p>
<p>Loro ricambiavano facendoci visita all&#8217;ultimo piano di un palazzone moderno in quella che era stata battezzata Lignano City, regno di fontane, luci e piano bar in stile rococò texano.</p>
<p>A Gorizia, invece, i Klopf si erano commossi davanti agli gnocchi di Antonia e avevano esaltato gli spessi muri della casa vecchia, o meglio antica, mentre mio padre snocciolava infiniti.</p>
<p>Giunse il momento di accettare il loro invito: cerimoniosamente espresso in una lettera in inglese, tedesco e italiano semplificato, tanto per essere sicuri che avremmo capito.<br />
Andare a Wartberg. Inoltrarsi nell&#8217;Austria profonda, che con una piccola forzatura era la culla imperiale ormai dimenticata dei nostri avi (mai arrivati più in là di Jesenice, dove il bisnonno ferroviere era stato confinato per attività sindacali sospette).<br />
Partimmo una mattina d&#8217;inverno, abbandonando sulla soglia di casa un&#8217;Antonia imbacuccata e scontenta. Sospettava che al nostro ritorno le avremmo imposto con silenziosa efficienza uno stile di vita fondato sulla zuppa con i crostini e le vacanze fuori stagione.<br />
Subito dopo il confine ci perdemmo. Mio padre pensava che fosse elegante piantare delle umlaut qua e là, e questo complicò la richiesta di indicazioni stradali. In un paesaggio sempre più innevato e spettrale Wartberg divenne di volta in volta Wärtberg, Würtberg, Wörtberg. Mentre si preannunciava il crepuscolo ed era ormai in corso la disperata e inverosimile mutazione in Wartbürg ci ritrovammo per caso nel posto giusto. Appena in tempo, perché dopo una piccola democratica riunione di famiglia i Klopf avevano ormai deciso di rivolgersi al commissariato del luogo per denunciare lo smarrimento di una famiglia di italiani. Ben ghe sta, avrebbe detto Antonia, proprio ben ghe sta.<br />
Fu deciso che avrei dormito nella camera di Ulla. Che con Ulla avrei giocato mentre Martin studiava nella stanza accanto e i miei visitavano il moderno borgo con Lotte, Franz e Werner.<br />
La casa era grande, silenziosa e profumata di brodo. Sul mio letto c&#8217;era un piumino rosso. Appeso al muro, un manifesto con la pubblicità di una banca che ritraeva due spennacchiati imitatori di Stanlio e Ollio.<br />
A un tratto, senza motivo, mi venne in mente Antonia.<br />
Ulla tirò fuori un puzzle da cinquecento pezzi, i suoi giocattoli preferiti, le carte con i topi finti. Mi mostrò l&#8217;albero di Natale, mi prestò le sue muffole, mi trascinò in giardino. Costruì un pupazzo di neve. Convocò Martin per sondare i motivi della mia malinconia. Io respiravo a fondo l&#8217;odore di brodo, guardavo la neve fuori della finestra e inghiottivo le lacrime sentendomi piccola e stupida, o stupidamente piccola. Alla fine Ulla e Martin si arresero e sedettero muti accanto a me, sotto il poster dei finti Stanlio e Ollio, in attesa dell&#8217;ora di cena.<br />
In quei giorni i miei visitarono scuole all&#8217;avanguardia, conobbero gente gioviale, scivolarono allegramente sulle strade del vicinato. Avevano preso a profumare di vino speziato, mentre l&#8217;italiano di mio padre si scioglieva come neve fresca nelle giornate di sole sopra lo spesso strato ghiacciato degli infiniti verbali.<br />
L&#8217;ultima sera Lotte ci annunciò radiosa che avremmo mangiato gli gnocchi. Lo gnocco era uno solo, grande, insipido e affogato in un brodo paglierino. Io pensavo ad Antonia, seduta davanti alla tv a sgranocchiare Ritz o ad allungare con l&#8217;acqua il Rosso Antico del mobiletto bar, e venivo travolta da una quieta nostalgia.<br />
Seduta in macchina in attesa di partire, gli occhi socchiusi per tutta quella neve, pensavo al pallore dei Klopf, alla scomparsa delle lentiggini, al gnocco in brodo, al piumino rosso e al poster sopra il letto.<br />
Gentili creature di terra e di neve, i Klopf erano come una di quelle conchiglie in cui sembra di sentire il rumore del mare e che finiscono su uno scaffale a prendere la polvere finché un giorno d&#8217;inverno – di molti inverni dopo – non le riporti all&#8217;orecchio per accorgerti che il mare non si sente più, e forse non si è sentito mai.<br />
Sulla strada del ritorno telefonammo a casa.</p>
<p>di Manuela Vittorelli, Gorizia (<a href="http://mirumir.blogspot.com/">http://mirumir.blogspot.com/</a>)</p>
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