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	<title>Microcenturie &#187; Giovanni Agnoloni</title>
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	<description>estuario per romanzi fiume di breve corso</description>
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		<title>Trentadue &#8211; L&#8217;albero del cortile</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 09:03:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin3</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Giovanni Agnoloni]]></category>

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		<description><![CDATA[Stephan era un ragazzino vivace. Parlava sempre, e giocare nell’intervallo era il suo divertimento preferito. La scuola sorgeva in un quartiere decentrato di Nizza: una bella zona, piena di piazze e giardini. I muri dell&#8217;edificio erano bianchi, e il cortile gli sembrava immenso. Lui rideva, rincorreva i compagni e scappava quando era il suo turno.
Poi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Stephan era un ragazzino vivace. Parlava sempre, e giocare nell’intervallo era il suo divertimento preferito. La scuola sorgeva in un quartiere decentrato di Nizza: una bella zona, piena di piazze e giardini. I muri dell&#8217;edificio erano bianchi, e il cortile gli sembrava immenso. <span id="more-847"></span>Lui rideva, rincorreva i compagni e scappava quando era il suo turno.</p>
<p>Poi c’era quell’albero.</p>
<p>Si trovava in un angolo dove i bambini capitavano di rado, perché era più lontano dal punto in cui si svolgevano i loro giochi, e troppo vicino alla strada: le maestre ce li lasciavano andare malvolentieri. A Stephan, però, quell’albero piaceva tanto. Non avrebbe saputo dargli un nome, ma le foglie della sua chioma gli davano un senso di boscaglia fresca, di avventura tranquilla, che lo faceva sentire libero. Avrebbe voluto avvicinarglisi.</p>
<p>Sapeva che era una cosa strana, e si vergognava di quello che i suoi compagni avrebbero potuto dire di lui. Senz’altro lo avrebbero preso in giro, ma la tentazione era sempre forte. Poi, un giorno, durante un gioco, la palla era schizzata via proprio in quella direzione e si era fermata sotto la sua ombra. Qualcuno avrebbe dovuto recuperarla e, visto che era stato l’ultimo a toccarla, adesso toccava a lui.</p>
<p>“Vai pure,” gli disse la maestra. “Ti guarderò da qui.”</p>
<p>Così, senza riuscire a credere ai suoi occhi, si era avviato, sentendo quasi la terra bruciargli sotto i piedi. Gli sembrava di essere finalmente ammesso a qualcosa di straordinario, quasi di entrare in un sogno.</p>
<p>La pianta era là, alta e quieta. Il verde delle sue foglie sfavillava contro l’azzurro del cielo. Le fronde tremavano. Stephan credeva lo stessero salutando. Man mano che si avvicinava, procedeva più lentamente, perché aveva un po’ paura. Ma dietro sentiva i compagni che lo incitavano a far presto, e anche l’occhio della maestra pesava.</p>
<p>Si fece coraggio e si piegò per raccogliere la palla. Ancora chino, si voltò verso l’alto, e gli parve che l’albero respirasse. Che gli stesse parlando, in una lingua che lui non capiva? Rimase lì in piedi un secondo, guardandolo, e nel disegno dei rami intravide un sorriso. Quel posto era pieno di pace, e ci stava bene. Ma lo stavano chiamando. Era il momento di tornare. Si rincamminò, triste.</p>
<p>Una volta tornato al suo posto, la maestra gli chiese se stesse bene. Lui disse che non era nulla.</p>
<p>di Giovanni Agnoloni, Firenze (<a href="http://giovanniag.wordprss.com">http://giovanniag.wordpress.com</a>)</p>
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