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	<title>Microcenturie &#187; Elisabetta Mori</title>
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	<description>estuario per romanzi fiume di breve corso</description>
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		<title>Ventitré &#8211; Niente è per caso</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Jan 2010 06:55:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin2</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Elisabetta Mori]]></category>

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		<description><![CDATA[Non poteva avere paura della morte perché non l’aveva mai incontrata sul suo cammino, ma quella volta, aggrappato allo spuntone di roccia, Nathi Ronan poteva solo sperare che le sue mani fossero in grado di resistere all’insidia della signora con la falce che da dietro lo incalzava. 
Il terreno scivoloso del soprastante pianoro non avrebbe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non poteva avere paura della morte perché non l’aveva mai incontrata sul suo cammino, ma quella volta, aggrappato allo spuntone di roccia, Nathi Ronan poteva solo sperare che le sue mani fossero in grado di resistere all’insidia della signora con la falce che da dietro lo incalzava. <span id="more-687"></span><br />
Il terreno scivoloso del soprastante pianoro non avrebbe potuto permettere all’agile e possente gittata del suo corpo di risalire sulle braccia, fare un balzo indietro e tentare di gattonare fino a guadagnare un punto stabile.</p>
<p>Imprecava mentalmente contro chi l’aveva indotto a trovarsi in quella situazione, il suo professore di geologia che lo aveva mandato a cercare le tracce del mitico Toro dalle Bianche Corna, cuore delle leggende d’Irlanda.<br />
Sotto di lui la scogliera e il mare che urlava la sua rabbia bianca, mentre spume tessevano la rete entro la quale il suo corpo sarebbe stato accolto. Vedeva le sue membra sfrangiate, il rosso del suo sangue, la materia restituita all’antica appartenenza quando ancora la vita si scioglieva nell’acqua.</p>
<p>Nel dondolio incessante che gli consentiva di dare riposo alle mani, cominciò, pianissimo, ad aggirare lo spuntone, sapeva bene che era necessaria una rotazione di 360 gradi per rivedere la terra ferma.<br />
Ci mise un po’ di tempo, accompagnato dall’ululato del vento e dal canto mortale del mare; concentrò forze fisiche e pensiero sulla posizione necessaria a esplorare il terreno intorno a lui e azzerò, con sapiente autocontrollo, il panico che lo coglieva a ondate. Una sola possibile via di fuga e lui l’avrebbe colta!</p>
<p>Compiuta la rotazione, Nathi ristette col capo chino, le mani ormai sanguinanti ma saldamente aggrappate alla roccia. Fu allora che la vide: all’altezza dei suoi piedi, rientrata di circa mezzo metro dalla sua perpendicolare, un’apertura, quasi una caverna, grande da poterlo contenere per il tempo necessario a chiedere aiuto con la radio. Sarebbe stato capace di compiere i movimenti giusti e trovare l&#8217;attimo per lasciarsi andare, mollare la presa e veicolare il corpo con una spinta delle reni verso la base dell’apertura? Inspirò profondamente, inarcò la schiena, si dette slancio, staccò, un dito per volta, le mani dalla roccia e col pensiero salutò la signora vestita di nero che fino a quel momento l’aveva blandito con le sue prospettive di pace eterna. Finalmente si trovava con i piedi sul pavimento della cavità.</p>
<p>Nathi fasciò alla meglio le mani ferite, bevve dalla borraccia che per fortuna era rimasta ancorata al suo collo e si preparò a stabilire i contatti con il dipartimento di scienze geologiche.<br />
Sollevò lo sguardo e rimase abbagliato.<br />
Come in un bassorilievo creato dall’uomo, apparvero, incastonati nella roccia, due occhi impietriti dalla morte; sopra, pale accennate di corna d’alce e, sotto, il corpo appena abbozzato, mentre si disegnavano nitide le piccole zampe di un cucciolo. Rimase in silenzio, soggiogato da quegli occhi vividi eppure privi di vita ormai da milioni di anni.</p>
<p>Nathi s&#8217;interrogava. Per uno strano caso si trovavano, lui e il cucciolo, nello stesso luogo di morte: lui per un errore dell’uomo, il cucciolo presumibilmente lasciato lì, al riparo, da una madre andata in cerca di cibo e mai tornata.<br />
Quanto aveva atteso il piccolo megacero, quanto aveva potuto resistere? Perché non aveva tentato la fuga e perché era rimasto il suo sguardo così a lungo fiducioso, con gli occhi ben aperti, finché la morte non l’aveva colto? Era stato un atto di sfida o un atto di speranza? Milioni d’anni calcolò, da esperto geologo, Nathi; milioni di anni aveva dovuto attendere il piccolo cervo per trovare attraverso lui una risposta.<br />
Forse la signora con la falce aveva voluto condurlo proprio lì, dal cucciolo che l&#8217;aveva sfidata a occhi aperti, per una benevola dilazione del tempo a lui destinato. E si convinse che niente accade per caso.</p>
<p>di Elisabetta Mori R., Taranto  <a href="http://affabulare.splinder.com" target="_blank">http://affabulare.splinder.com</a></p>
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