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	<title>Microcenturie</title>
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	<description>estuario per romanzi fiume di breve corso</description>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 08:00:21 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il progetto è giunto a compimento in data 1 marzo 2010, con la pubblicazione della centuria n. 99. Auspichiamo che i molti contributi inviati e non pubblicati perché eccedenti il numero previsto vengano comunque smarriti negli interstizi del reale. Il bisogno del mondo di essere raccontato non ha termine mai.
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><em>Il progetto è giunto a compimento in data 1 marzo 2010, con la pubblicazione della centuria n. 99. Auspichiamo che i molti contributi inviati e non pubblicati perché eccedenti il numero previsto vengano comunque smarriti negli interstizi del reale. Il bisogno del mondo di essere raccontato non ha termine mai</em>.</span></p>
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		<title>Novantanove &#8211; Liberatore V.</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 08:03:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin2</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Antonio Vigilante]]></category>

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		<description><![CDATA[Il vento di marzo porgeva al fiuto dei signori il profumo dei tempi nuovi e sibilava sulla schiena curva dei cafoni con una carezza gelida, presagio di sventura, di un volgere ancora più triste di quella faccenda affannosa e senza grazia che era ed è lo stare sulla terra, lo stare nella storia. Aggrappati al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il vento di marzo porgeva al fiuto dei signori il profumo dei tempi nuovi e sibilava sulla schiena curva dei cafoni con una carezza gelida, presagio di sventura, di un volgere ancora più triste di quella faccenda affannosa e senza grazia che era ed è lo stare sulla terra, lo stare nella storia. Aggrappati al monte con la tenacia e l’energia degli organismi primitivi, chiusi nel carcere delle quattro vie d’un borgo che si palesava cacato dal nulla &#8211; più delle altre vie e città e volti, voglio dire -, i cafoni assistevano da sempre al naturale svolgersi degli eventi con la pazienza e l’indifferenza degli animali da cortile; epperò qualcosa quell’anno stava cambiando, e te ne accorgevi da una parola in più nel parlare essenziale delle donne, da una nota più lunga, più ansiosa quando chiamavano i bambini, da un innaturale affrettarsi all’uscita dalla chiesa.<span id="more-1485"></span> I ritmi avevano subito qualche cambiamento appena percettibile, l’usata trama del vivere mostrava qualche tema nuovo, e qua e là compariva un lieve strappo, un tratto liso, mentre i signori, chiusi nelle giamberghe, sembrano risplendere più che mai nella natura loro &#8211; che era, indefettibilmente, di due generi: austeri, impassibili e lontani alcuni come statue, grassi, rosei e gioviali come porcelli gli altri. I primi ai cafoni mettevano una paura fottuta, roba da scappar via alla fontana, da abbassare lo sguardo come vergini, da farsi muti come pesci. Gli altri stavano tra i cafoni come cani da guardia tra le pecore al pascolo, di tutto lieti, allegri come lo stare al mondo fosse una festa, fraternamente ironici coi cafoni, delle cui mogli sorelle e figlie non disdegnavano di apprezzare le cosce e le zinne. D’un genere suo, anzi privo di qualsivoglia genere, unico nel suo esser-così, era Liberatore.</p>
<p>A chiedere in giro, difficilmente avresti trovato qualcuno capace di dirti come e quando precisamente era comparso quel cristiano alto e smunto, come roso dentro da una irragionevole tristezza, seccato dal fastidio di campare, eppure capace di un suo sorriso tragico, che alla gente pareva contenere una qualche oscura minaccia. Nessuno ricordava i parenti suoi, o di averlo visto giocare, criaturo tra i criaturi, nelle fangose vie del paese. Era, il suo stato, quello dei signori, ma pareva averlo rifiutato con una decisione di cui sfuggiva il perché. Se ne stava per suo conto, viveva la sua vita solitaria dove il paese si spegneva nella campagna, rintanato in un buco di cui s’ignorava il decoro, l’ampiezza, la decenza, poiché nessuno poteva vantarsi d’aver bevuto un bicchiere di vino oltre quell’uscio. Liberatore era l’esattore delle imposte. Il suo lavoro consisteva nel togliere ai cafoni quel poco che avevano. E’ un lavoro che può dare le sue soddisfazioni, soprattutto se fatto da un porcello di quelli che s’è detto: la soddisfazione di chi dà una mano al procedere logico della civiltà, che nulla ha da attendersi dai cafoni, se non che contribuiscano come possono al benessere di quelli che sanno cosa farsene dei trenta, quaranta o cinquant’anni che stanno tra il pianto della nascita e quello della morte. Ma Liberatore non provava nessuna soddisfazione. Avresti detto che bruciava di compassione per quella gente sporca e bastarda, e che si fosse imposto quel lavoro come una croce da portare sulle spalle per pagare chissà quale colpa compiuta in quel passato buio nel quale nessuno riusciva a scorgerlo.</p>
<p>Accadde una mattina, a metà mese. Una mattina di domenica. Una mattina fredda, epperò limpida, senza tormento di nuvole o battere di pioggia a frapporsi tra il qui e l’oltre, tra il dire e l’ascoltare. Coglionato da tre o quattro ragazzetti dei più cenciosi e stronzi sputati in strada dai bassi, Liberatore se ne venne allo slargo davanti alla chiesa del Purgatorio, lì dove scura una fontana emergeva dal pantano. Si fermò, mentre i figli di zoccola si disperdevano in un vicolo, e guardò le donne alla fontana. Erano quattro, una anziana, chiatta, il cui puzzo di lardo e sudiciume giungeva fino ai margini dello slargo, le altre tre ragazzette spinose e ostili come fichi d’india.</p>
<p>di Antonio Vigilante, Foggia  (<a href="http://minimokarma.blogsome.com/">http://minimokarma.blogsome.com</a>)</p>
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		<title>Novantotto &#8211; Icone</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 07:59:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin3</dc:creator>
				<category><![CDATA[microcenturie]]></category>
		<category><![CDATA[dottorcaligari]]></category>

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		<description><![CDATA[Clara non ha mai posseduto una macchina fotografica. Preferisco le cose vere, diceva. Ricordare.
Allunga le banconote al ragazzo alla cassa, riceve il resto, lo scontrino. Esce dal negozio, la scatola nuova in una busta di plastica.
Guida fino a casa.
Scalcia le scarpe, apre la scatola sul tavolo in cucina. Legge le istruzioni in inglese: non sa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Clara non ha mai posseduto una macchina fotografica. Preferisco le cose vere, diceva. Ricordare.</p>
<p>Allunga le banconote al ragazzo alla cassa, riceve il resto, lo scontrino. Esce dal negozio, la scatola nuova in una busta di plastica.</p>
<p>Guida fino a casa.</p>
<p>Scalcia le scarpe, apre la scatola sul tavolo in cucina. Legge le istruzioni in inglese: non sa di aggeggi elettronici, ma ha talento per imparare come funzionano.<span id="more-1489"></span></p>
<p>I primi flash riescono mossi o sfocati. Li scruta nel display.</p>
<p>Deve migliorare. Sistemare la messa a fuoco. Aver polso più fermo. Calcolare le fonti di luce.</p>
<p>Armeggia con i pulsanti, ottimizza la risoluzione.</p>
<p>Il primo soggetto serio è il comodino in camera da letto, dalla parte dove dormiva lui. La foto esce luminosa, nitida, centrata. Quel che cercava.</p>
<p>Seguono altri scatti, secondo una strategia prefigurata, ma che solo ora si definisce: il televisore in soggiorno, due vasi d’arredo, una lampada a piantana, un cuscino e la sedia su cui riposa.</p>
<p>Quando ha fatto, Clara posa la fotocamera, torna sui propri passi.</p>
<p>In camera si piega a spostare il comodino. Lo trascina fuori dalla stanza, poi fuori dall&#8217;appartamento, in ascensore. Esce a pianterreno, strascica il mobiletto in strada. Lo lascia accanto ai cassonetti sul piazzale di fronte.</p>
<p>Si pulisce le mani sui jeans.</p>
<p>Torna di sopra, riserva lo stesso trattamento agli altri soggetti delle foto scattate.</p>
<p>Porta fuori, torna di sopra.</p>
<p>Ha le mani rosse, mal di schiena. Accende il portatile, installa il software dal CD allegato. Lancia delle stampe di prova, ne è soddisfatta. Sfila dal vassoio i fogli ancora caldi. Li posiziona nei punti della casa dove prima c&#8217;erano il comodino, il televisore, i vasi, la sedia, il cuscino. Li appende al muro con una striscia di nastro adesivo, li deposita sul pavimento.</p>
<p>In breve, al posto degli oggetti, ci sono le loro riproduzioni a due dimensioni. A colori appena sgranati, su foglio A4.</p>
<p>Fra pomeriggio e notte Clara fa molte sostituzioni. Mobili, soprammobili, libri, utensili: cose sue, cose di lui, cose che hanno toccato, usato entrambi. Tutte vengono rimosse e accatastate sul ciglio giù in strada; poi sostituite, dentro, dai corrispettivi cartacei.</p>
<p>Sotto la luce elettrica, l&#8217;appartamento diventa una collezione di icone malferme.</p>
<p>Clara è esausta. Gli occhi che bruciano, contempla la propria opera. È fiera di se stessa. Contenta che ci sia ancora lavoro da fare.</p>
<p>Immagina con un ghigno cosa potrebbe un colpo di vento.</p>
<p>Si corica sul materasso superstite. Prima di cedere al sonno, scatta un&#8217;ultima foto.</p>
<p>È tardi, non ha voglia di andare a stamparla. Questa, giura fra sé, è la prima cosa che sostituirò domani.</p>
<p>di dottorcaligari, Verona,  (<a href="http://dottorcaligari.altervista.org/">http://dottorcaligari.altervista.org/</a>)</p>
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		<title>Novantasette &#8211; Caro Gloriagloom</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Feb 2010 08:25:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin2</dc:creator>
				<category><![CDATA[microcenturie]]></category>
		<category><![CDATA[Artur Scantini]]></category>

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		<description><![CDATA[Caro Gloriagloom,
Se è vero che esistono la dislessia, la disgrafia e la discalculia, io ho sempre avuto la disvinculia. Mi disorientano gli svincoli delle strade, per quello decisi di vivere in campagna. Niente asfalto e niente svincoli, mi sembrava ci fossero meno nodi. E&#8217; così che sono sparito, ma in fondo non è stata una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 15px"><span style="font-family: Lucida Handwriting ">Caro Gloriagloom,<br />
Se è vero che esistono la dislessia, la disgrafia e la discalculia, io ho sempre avuto la disvinculia. Mi disorientano gli svincoli delle strade, per quello decisi di vivere in campagna. Niente asfalto e niente svincoli, mi sembrava ci fossero meno nodi. E&#8217; così che sono sparito, ma in fondo non è stata una fuga vera. In questo momento sta calando piano il sole e le zanzare della notte danno il cambio a quelle del giorno. Anche i pensieri della notte danno il cambio a quelli del giorno, a quelli visibili nel campo, al sogno del trattore e delle semine. Ieri la luna sembrava una zuppiera di pop corn sul punto di debordare, ma tu piuttosto avresti detto che aveva l’osteoporosi.<span id="more-1325"></span><br />
Ti ricordi, io sapevo che non avrei mai fatto alcun tipo di carriera, tu invece dicevi che un giorno avrei diretto una struttura complessa di sette trattori. Eccomi qui, naturalmente non dirigo niente, e a volte mi sento inutile come un impianto di irrigazione nella foresta pluviale. Al posto del trattore ho una piccola motozappa arancione, va a gasolio, ed è piuttosto lei che dirige me. A me piace seguirne il solco, l’odore, spesso ci vengono dietro una decina di galline, cercano i loro grossi bachi nella terra rivoltata. Tutti insieme facciamo un bel corteo. “Sogni bagnati ci remano contro”, quel racconto che iniziavo e non finivo mai adesso lo chiamerei “cronache dal mondo inzuppo”, e naturalmente non lo finirei. Qui piove spesso e ormai non mi ubriaco più col vino o con la birra. Bevo la pelinka, il padre peppe, il nocino. Le droghe no, lo sai, le ho sempre rifiutate, ricordi quando dicevamo quanta tristezza un contadino che usa la cocaina, oppure un contadino in una chat room. A proposito di chat, come vedi, questa lettera la scrivo a mano perchè un po’ di tristezza, a pensarci, la fa anche un contadino che manda le mails.<br />
Sono qui, e quando viene la sera a volte ti penso, mi vengono questi pensieri sconclusionati, sarà la solitudine, a volte mi viene da sorridere , mi metto a leggere sul divano. Qualche volta mi viene anche un poco di quella tristezza, ed è allora che magari bevo qualche bicchierino di quei liquori strani, come il kapriol , ti ricordi il kapriol?. Ricordi il vecchio sogno di fare il vino? I sogni ho imparato a ridimensionarli, non ancora ad abbandonarli. La vigna qui è piccola, non mi azzardo a vendemmiarla, non so se è pudore o pigrizia, e per ora faccio la birra. E’ divertente, se un giorno verrai a trovarmi sono sicuro che ti piacerà, farla e berla. E’ bello macinare i grani, misurare le temperature, è bello, specie la notte col silenzio sentirla fermentare, ricordi i discorsi sui fermenti, sul vivido, sul lavorio dei microrganismi, i cicli, la vita. E’ la vita che ci cresce accanto, la osservo tutti i giorni, tutte le settimane guardo i germogli. Mi piace perchè sono cicli e non rotatorie. Adesso riesco ad osservare anche questo mio isolamento, e so che finirà senza morire, si trasformerà in un&#8217;altra stagione e cosi via, fino a quando… Non è che ho voglia di raccontarti tutto, tutto quello che è successo, che ci faccio qui e perché sono sparito quel giorno. Soltanto lo osservo, come osservo gli innesti, che a volte prendono ed altre no, e le gemme in questa stagione, quelle che daranno frutto e quelle legno. Ricordi il vecchio discorso della voce bella delle ragazze irlandesi che fanno il pane in casa, osservo così.<br />
Ad esempio stamane mi sono svegliato che la radiosveglia trasmetteva in una lingua incomprensibile. Era come se la sintonia stesse miscelando un notiziario di radio carinzia ed uno di radio reikiavic (ammesso che si scriva così). Ho avuto la precisa, certo non nuova, percezione di un’altra giornata che inizia ed io non ci capisco un cazzo. Ma poi ho sentito invece l’inizio di qualcosa, sentivo dabbasso il rumore che fa il gorgogliatore della birra e da qualche parte è nato il pensiero di scriverti.<br />
Se fossimo sostanze disciolte tu saresti il litio, io probabilmente il berillio. Sono sempre stato contro la specializzazione, a volte mi sento come quei ragazzi che guardano il cielo con un telescopio giocattolo, pianto a terra salcini per aumentare la quantità di giallo-arancione di questo nostro mondo. Oggi è stata una giornata strana, con una luce a risparmio energetico, la terra era un po’ secca, come le mani quando fa freddo e ti verrebbe voglia di dargli la pomata. Sono passati due anni, anche di più, e sento che è il momento giusto.<br />
Ieri ho sognato che chiedevo ad un girasole cosa ne pensa della luna. So che domani riprenderò a sognare di jazz e incontrerò Miles nei suoi giri allucinati in cerca di puttane, poi sognerò Lady Day senza denti. So che dopodomani farò il Vino del Mastro Birraio, perché sono sempre stato contro le specializzazioni e mi piace ancora essere un dilettante. Adesso so che presto ci rivedremo e ci faremo delle risate, parleremo delle trattorie con le pergole, del vino buono, sparleremo dei grandi ristoranti, di tutta quella finta eleganza e di quelli che scrivono terroir e surmaturo ed hanno sempre le unghie pulite.<br />
A presto Gloriagloom, ti abbraccio forte e ti aspetto qui a primavera ormai inoltrata. Mi raccomando, porta l’ultimo disco che stai ascoltando. Se c’è una cosa che qui mi è mancata è stata la musica. Se c&#8217;è una cosa più triste di un contadino con la radiosveglia è un contadino senza lo stereo.<br />
</span></span></p>
<p><span style="font-size: 17px"><span style="font-family: Lucida Handwriting "> Sincerely A. Scantini </span></span></p>
<p>di Artur Scantini, Empoli (<a href="http://arturscantini.splinder.com/">http://arturscantini.splinder.com/</a>)</p>
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		<title>Novantasei &#8211; Del rosso e del mille novecento e novanta e due</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Feb 2010 08:24:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin3</dc:creator>
				<category><![CDATA[microcenturie]]></category>
		<category><![CDATA[Cristina Galhardo]]></category>

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		<description><![CDATA[No no e no.
Lo diceva in classe, faccia rossa, come rosso era l&#8217;inchiostro che ha dettato la sentenza nell’esame. La maestra, non con lo chignon o gli occhiali, invece con i jeans e la tunica, esplodeva di esasperazione. E diceva No. Com&#8217;è possibile. Ti sei sbagliato a scrivere la data, vero? È questo, certamente. Ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>No no e no.</em></p>
<p>Lo diceva in classe, faccia rossa, come rosso era l&#8217;inchiostro che ha dettato la sentenza nell’esame. La maestra, non con lo chignon o gli occhiali, invece con i jeans e la tunica, esplodeva di esasperazione. E diceva <em>No</em>. <em>Com&#8217;è possibile. Ti sei sbagliato a scrivere la data, vero? È questo, certamente. Ma come fai a sbagliarti allora in continuo, come ti permetti, dopo che ti ho corretto in classe, a ripetere in scritto queste barbarità nell’esame?<span id="more-1466"></span></em></p>
<p>Gli altri studenti si dividevano fra la risata e gli occhi spalancati di stupore per le sciocchezze del compagno.</p>
<p><em>Metti questo in testa, una volta per tutte, non tollero più balordaggini. Ma tu lo sai benissimo, lo fai soltanto per annoiarmi. Ma ti costerà caro. Guarda bene: è fi-ni-ta nel mil-le no-ve-cen-to e no-van-ta e du-eeeeeee. Novanta e due! Eri appena nato! Guarda intorno a te. La vedi ancora, per caso? Senti bene,</em> e apriva ancora di più gli occhi, come fossero questi la fonte dei suoni stridenti, <em>il tre d&#8217;agosto del no-van-ta e du-e</em>, accentuando tanto il numero pari, per poi ripetere come un nastro registrato la versione dei libri di storia, <em>l&#8217;esercito della Repubblica ha finalmente fatto un assedio efficiente alla guerriglia e ha catturato il capo dei ribelli, correttamente giudicato e giustiziato. Cosa pensi altrimenti che festeggiamo, in quel giorno? La liberazione dai pidocchi? Domani, fai attenzione, leggerai per tutta la classe un testo dove, una volta per tutte, capirai bene la realtà. Che con questa non si gioca. Non stiamo parlando di un qualsiasi Paese là lontano. Gioca con la guerra soltanto chi non la conosce.</em></p>
<p>I libri scompigliati nello zaino, i piedi trascinati fino a casa, dove sembra che non sia il presente che gli domandano. A cena, fra il cucchiaio di minestra e le raccomandazioni della madre, <em>non sporcare il pigiama</em>, si sente la traccia delle bestie volanti che traversano le città cresciute vicino agli aeroporti fatti tanti anni fa per sognare altri voli. E ora, siccome si conosce, non evita l&#8217;impulso di nascondersi sotto il tavolo. Il padre non fa lo stesso gesto, ma la mano gli trema e smette di portare il cucchiaio alla bocca, chiude gli occhi e si concentra, <em>passa subito, sta per passare, è passato</em>. Stasera ha la scusa per non rimanere al tavolo, ha i compiti.</p>
<p>La maestra ride quando vede la pagina spruzzata in rosso, compito fatto.</p>
<p><em>Ma ragazzo, in rosso&#8230;mi vuoi imitare o questo è tutto amore?</em></p>
<p><span style="color: #ff0000;">“Il tre d&#8217;agosto del mille novecento e novanta e due è finita la guerra nel nostro Paese, il tre d&#8217;agosto non più il rumore che rende sorde le mie notti, ma lui c’è, nelle mani di mio padre quando copre le orecchie perchè non c&#8217;è più spazio per niente in noi, e lui non sa se quella sera ci deve trascinare sotto il letto che arrivano subito i proiettili, se sono i suoi che vengono a prenderlo e portarlo a un momento di più pace, adesso non ci trascina più,  me e mio fratello, ha soltanto il primo sguardo di terrore e poi ricorda, ma il rumore segue abitando a casa mia, sono le notti trascorse in bianco perchè lui deve parlare e io ascoltare perchè se nessuno l&#8217;ascolta ho paura che lui esploda da solo e non ci sia nessuno per raccogliere i pezzi, i suoi gridi nella notte mi ricordano che non devo sognare perchè lui dice <em>io ho fatto quello, l&#8217;ho fatto, come posso averlo fatto</em>, sono le mattine in cui si fa la barba e si mente dicendo <em>tutto bene</em> e va al lavoro, sono le ore che rimane lavandosi del sangue che l&#8217;acqua non porta via e lui strilla <em>non ce la faccio a levare questo da sotto le unghie</em> e io guardo e non posso mentire, c&#8217;è sangue e non so dire se è quello di tanto sfregare o l&#8217;altro, o se i due si sono mischiati e non più il rosso andrà via di là, di qua, da me e dai suoi occhi e sembra che non è ancora mille novecento e novanta e due”</span></p>
<p>di Cristina Galhardo, Luanda, Angola (<a href="http://quiromancias.blogspot.com/">http://quiromancias.blogspot.com/</a>)</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Novantacinque &#8211; Kochise</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Feb 2010 08:23:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin2</dc:creator>
				<category><![CDATA[microcenturie]]></category>
		<category><![CDATA[Euro Carello]]></category>

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		<description><![CDATA[Il silenzio è freddo e buio, le scarpe schioccano sull&#8217;asfalto umido, scivolano sul pavé. Un cane con un orecchio storto fruga in un angolo del portico tra le cartacce ammucchiate dal vento che viene dal Po.

Le scritte nere sul muro dicono &#8220;V. ama S.&#8221; e &#8220;andate tutti affanculo&#8221; e &#8220;mi resterai sempre nel cuore&#8221;, ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il silenzio è freddo e buio, le scarpe schioccano sull&#8217;asfalto umido, scivolano sul pavé. Un cane con un orecchio storto fruga in un angolo del portico tra le cartacce ammucchiate dal vento che viene dal Po.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p>Le scritte nere sul muro dicono &#8220;V. ama S.&#8221; e &#8220;andate tutti affanculo&#8221; e &#8220;mi resterai sempre nel cuore&#8221;, ma il nome non si legge più.<span id="more-1453"></span></p>
<p>La saracinesca del bar liberty scende fragorosamente, frammentando in losanghe sbilenche il cono di luce sulla piazza. L&#8217;eco si smorza subito contro le arcate grigie.</p>
<p>Dal ponte sale una nuvola umida che rende opachi i lampioni, gocciola sui capelli e sui vestiti, ma le rotaie si vedono bene. Lucide diritte vengono fuori dalla Gran Madre, vomitano l&#8217;ultimo tram che cerca il deposito e salta la fermata.</p>
<p>Il ragazzo ha i capelli lunghi da indiano e una bandana rossa che gli stringe le tempie e cammina incerto vicino al muro, guardando sempre in terra.<br />
Ogni tanto si ferma e si appoggia con la mano all&#8217;intonaco scrostato, ma gli occhi non li alza mai. Il giubbotto grigio è vecchio e sporco di grasso, i jeans sono strappati sul ginocchio, a ogni passo si vede spuntare la pelle chiara. Lui ha l&#8217;aria stravolta e parla a bassa voce, dice <em>&#8220;la legge è uguale per tutti, cristo, io ho fatto tre anni dentro, la legge è uguale per tutti&#8221;.</em></p>
<p align="center">
<p>di Euro Carello, Nichelino, Torino   (<a href="http://www.eurocarello.it/">www.eurocarello.it</a>)</p>
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		<title>Novantaquattro &#8211; Corpo pulsante</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 08:10:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin3</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Massimo La Spina]]></category>

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		<description><![CDATA[Lui arriva sempre verso le otto meno dieci. Percorre il capannone con passo deciso, ma non di fretta, sa che lo aspetto. Senza fermarsi mi scruta con uno sguardo, controlla che tutto sia a posto, pronta per la giornata. Sembra sapere già cosa deve fare lui e cosa devo fare io, così si accerta che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lui arriva sempre verso le otto meno dieci. Percorre il capannone con passo deciso, ma non di fretta, sa che lo aspetto. Senza fermarsi mi scruta con uno sguardo, controlla che tutto sia a posto, pronta per la giornata. Sembra sapere già cosa deve fare lui e cosa devo fare io, così si accerta che non gli abbia preparato sorprese.<span id="more-1442"></span><br />
Sparisce dietro la porta dell&#8217;ufficio, e poi, immagino, quella dello spogliatoio. So per certo, perché lo dice davanti a me, che sopporta a malapena e in silenzio le battute sempre uguali che i colleghi si scambiano. Di rado interviene, mai volentieri.<br />
Riappare alle otto in punto, vestito di blu, con il bicchierino del caffè ancora in mano. Se mi trova che ho già iniziato senza di lui, organizza il lavoro seguente.<br />
Sennò passa alle procedure d&#8217;avvio: <em>sbloccare emergenza, dare corrente, attendere display, accendere quadro, posizionare pallet, navetta, mandrino e pinza, azzerare assi</em>.<br />
Dopo qualche minuto si avvicina il principale, si salutano, scambiano qualche battuta su qualcosa che chiamano calcio o su qualcuno incontrato la sera prima. Non sembrano avere molti argomenti.<br />
Passa la maggior parte del tempo vicino a me, nel nostro angolo. Scarica e ricarica i pallet finiti, prende appunti, disegna. Conta continuamente, di tutto: i pezzi, i minuti, i giorni. Calcola i tempi, programma le produzioni. Lui dice che odia la routine, ma è un abitudinario. Gli altri operai lo hanno soprannominato Metodo. E non gli dispiace.<br />
I nostri momenti migliori sono quando c&#8217;è da fare una cosa nuova. Lui diventa teso: forse ha paura di sbagliare, forse è eccitato dalla novità, forse entrambe le cose. Ho capito che si diverte di più, anche se rischia di fare più danni: <em>montare l&#8217;attrezzatura, bloccare il campione, decidere gli utensili, trovare le origini, scrivere il programma, controllare le tolleranze</em>. Impostazione generale e aggiustamenti successivi. E poi via alla lavorazione.<br />
Dopo due anni ancora mi osserva, mi studia, spesso mi insulta e impreca se faccio qualcosa che non ha previsto. Ma mi sento più rispettata. Ha imparato a trattarmi con attenzione, perché ora mi conosce e sa che se sbaglio non è per colpa mia.<br />
Da quando lavoriamo insieme solo una volta hanno chiamato un tecnico esterno. Sono qui da quindici anni e i suoi predecessori erano abbonati all&#8217;assistenza.<br />
Soprattutto mi ascolta. Non ho più bisogno di fare cose eclatanti per farmi notare, per fargli capire che cosa mi succede. A orecchio capisce le mie esigenze e distingue le cose giuste da quelle sbagliate. Regolarmente mi gira intorno per tenermi pulita.<br />
Spesso durante la giornata si allontana. Anche se non lo vedo so che mi sente. Mi riconosce anche in mezzo al rumore delle altre macchine.<br />
Ma io lo preferisco quando mi sta accanto, quando le sue dita viaggiano sicure sulla mia tastiera e i suoi occhi scorrono veloci i dati sullo schermo. È il momento in cui siamo più in sintonia e io eseguo i miei compiti quasi simultaneamente con le sue istruzioni. Da qualche giorno ha iniziato a chiamarmi MCU: macchina a controllo umanumerico. E non mi dispiace.</p>
<p>di Massimo La Spina, Firenze (<a href="http://usermax.splinder.com/">http://usermax.splinder.com</a>)</p>
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		<title>Novantatré &#8211; A CIASCUNO IL SUO</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 08:10:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin3</dc:creator>
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		<category><![CDATA[el miedo escénico]]></category>

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		<description><![CDATA[Era il diciotto di agosto.
Antonio Proverbio aveva compiuto ottantatré anni.
Esattamente cinque anni prima si era stufato di stare sempre a casa davanti alla televisione con il plaid sulle gambe, che erano un po’ malferme e che non gli consentivano più la passeggiata sino al bar Monumento.
Antonio era conosciuto da tutti.
Chi era capitato in paese, per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Era il diciotto di agosto.<br />
Antonio Proverbio aveva compiuto ottantatré anni.<br />
Esattamente cinque anni prima si era stufato di stare sempre a casa davanti alla televisione con il plaid sulle gambe, che erano un po’ malferme e che non gli consentivano più la passeggiata sino al bar Monumento.<br />
Antonio era conosciuto da tutti.<br />
Chi era capitato in paese, per caso o per necessità, pensava che Proverbio fosse un modo di dire,  un soprannome. Ché lui, effettivamente, sin da quando era giovane, ne aveva uno per tutti. Invece no. Era proprio il nome suo. Quasi che, <em>nomen omen</em>, ci fosse un destino a governare il cammino degli uomini.</p>
<p>Di mestiere era falegname e alla sua bottega, in una traversa mancina di corso Italia, chi per una cosa chi per l’altra, erano passati tutti. Michele, suo figlio, invece, non si era mai sporcato le mani. Era entrato in banca lui. <em>L’occasione fa l’uomo ladro</em> ripeteva Antonio quando guardava Michele, che ricambiava pari sguardo dietro al suo paio di lenti spesse con la commiserazione e la saccenza che certi figli hanno verso chi pensa non abbia nulla da insegnar loro.<br />
Figuriamoci un falegname ad un ragioniere!<br />
Tonino e Marcello non ne avevano voluto sapere di studiare. Marcello era salito su a Milano a fare il pr nelle discoteche. Tonino era rimasto lì. E dopo le medie era andato a bottega dal nonno. Ora, la Falegnameria Artigiana Proverbio continuava la sua attività grazie al nipote.</p>
<p>Antonio, da cinque anni a questa parte aveva preso, dunque, a stare seduto, dalle undici del mattino sino alle sei di sera sulla seggiola fuori dalla porta di casa. Sole o pioggia, caldo o freddo, sotto la sua tettoia, guardava la gente passare. Faceva un cenno di saluto. Due parole. Un sorriso a chi gli portava un caffè o gli offriva una sigaretta o una pasterella, la domenica. E poi, ripeteva come una litania, quello che, per lui, aveva da essere il proverbio del giorno.<br />
<em>Signora Maria, chi dorme non piglia pesci.<br />
</em>Maria scuoteva il capo, che fra tre figli, Andrea, Matteo e Francesco, il marito, il lavoro di maestra, e la zia Carmela da accudire, quando mai poteva dormire…<br />
<em>Dite bene Antonio, dite bene</em>… e si allontanava.<br />
Il giorno appresso, Augustino fu il primo della giornata. Non s’era sentito bene ed entrava a scuola in ritardo, ma aveva la giustifica.<br />
<em>Corri corri, che la gatta frettolosa ha partorito i gattini ciechi.</em><br />
Mbè? Pensava lui, che m’importa? A me importa solo che non m’interroga la prof di italiano.<br />
E correva via.<br />
Ogni santo giorno che dio mandava in terra, c’era un proverbio che, da mane a sera, passava di bocca in bocca. Delicato come un bacio leggero che ti induce al sorriso, prima d’esser dimenticato.<br />
<em>Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi</em>… Livia ebbe un sobbalzo, che, forse, in paese si sapeva qualcosa della sua storia con Don Raffaele? <em>Uggesumariasantavergine</em>… qui bisogna stare attenti…<br />
Smorzò un saluto ad occhi bassi, come ogni colpevole colto in fallo.</p>
<p>La magia era che tutti si sentivano toccati dalle sue parole. Tutti, tra i propri fatti e i propri pensieri trovavano lo spazio per far accucciare il proverbio del giorno, come un gatto ai piedi del letto. E farci due considerazioni, una riflessione, una carezza. Un’alzata di spalle o un corrugar di fronte. E poco importava che si ripetessero, talvolta. Ché lui, Antonio, ne conosceva tanti, sì, ma era impossibile conoscere tutti i proverbi del mondo.</p>
<p>Il ventitre di agosto faceva un caldo da togliere il fiato.<br />
Antonio aveva un filo di voce che dipanava, schiarendosi la gola.<br />
Fino a sera, dispensò, con parsimonia, <em>rosso di sera bel tempo si spera</em>.</p>
<p>L’indomani mattina, il cielo aveva quel biancore di latte che sembra innervato di piccoli lumi.<br />
Chi alzava gli occhi, pensava che fosse finita l’estate. Ogni anno era così.<br />
All’improvviso si scurì il cielo dietro ai colli, poi i lampi squarciarono San Firmino Val di Taro a metà, come un’ascia, il ciocco.<br />
Fitta fitta venne a scendere acqua sopra tutte le cose.<br />
<em>Sì … bel tempo si spera… Antonio, ieri, proprio non ci ha preso</em>, pensavano tutti.<br />
La seggiola vuota fu un segnale.<br />
Antonio non s’era sentito bene.<br />
Alle 11.42, il dottor Baronio, medico condotto, abbassandogli le palpebre e asciugandosi una lacrima, ne certificò il decesso.<br />
<em>Ché, si sa, contano più gli esempi, che le parole.</em></p>
<p>di [[ el miedo escénico ]], Torino (<a href="http://caterpillar.splinder.com">http://caterpillar.splinder.com</a>)</p>
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		<title>Novantadue &#8211; Anfri</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 06:51:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin2</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Sgnapisvirgola]]></category>

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		<description><![CDATA[Tac-tac-tac,  tre colpi secchi per compattare il tabacco appena rollato.  E’ un’arte.
Felice è appoggiato alla colonna vicino all’ingresso del Cinema Corso, col capo reclinato e quasi totalmente nascosto dal Borsalino grigio scuro. Il bavero del cappotto è alzato, fa molto  freddo.
Brenno come ogni  mercoledì,  torna dal turno in fabbrica a cavallo della sua  rossa  bicicletta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tac-tac-tac,  tre colpi secchi per compattare il tabacco appena rollato.  E’ un’arte.<br />
Felice è appoggiato alla colonna vicino all’ingresso del Cinema Corso, col capo reclinato e quasi totalmente nascosto dal Borsalino grigio scuro. Il bavero del cappotto è alzato, fa molto  freddo.<span id="more-1431"></span></p>
<p>Brenno come ogni  mercoledì,  torna dal turno in fabbrica a cavallo della sua  rossa  bicicletta e lo guarda  mentre gli passa accanto:- Ehi <strong><em>Anfri,</em></strong> anca sta’ sìra  ‘nà morosa nova?(1)<br />
Felice gli fa un cenno con la mano e alza le spalle sorridendo.<br />
Brenno è un vecchio amico d’infanzia che gli vuole molto bene. Fu lui ad aiutarlo a cercare Silvia, la sua fidanzatina, dopo il  bombardamento del giugno del ’44. La trovarono morta, senza un graffio, riversa su un tavolo della Bocciofila, forse un colpo al cuore per la paura.<br />
Fu Brenno ad aiutarlo a seppellirla, a confortarlo nei giorni e nei mesi a seguire, quando lui, dalla disperazione, voleva andare coi tedeschi. Brenno e sua moglie, l’Alina, in quel periodo lo invitarono tante volte a casa loro, a pranzo e a cena, tanto che sua mamma Bruna gli chiedeva se sapeva di avere ancora una madre al mondo. Ma anche se a sua madre Felice ha sempre voluto bene, era con Brenno e Alina che  riusciva a parlare di nuove prospettive di vita, di viaggi in America, e chissà, in futuro, anche un nuovo amore.  Sono passati anni, da allora. Ora è da un po’ che non va a cena da loro, l’Alina è all’ottavo mese di gravidanza e si stanca presto con altri due figli e il marito da accudire.</p>
<p>Tac-tac-tac ancora tre colpi secchi per compattare il tabacco.  Una bella boccata piena e le volute di fumo, fuoriuscendo sinuose da sotto la tesa del cappello, si perdono in alto velocemente.<br />
:- <strong><em>Anfri</em></strong>, ‘stà sira l’è la volta d’là Sofia? (2)<br />
Ennio, il custode del palazzo di fronte al cinema, ogni sera alle dieci  in punto, prima di andare a dormire, esce per guardare chi c’è in strada, e controllare che sul muro del palazzo non ci siano scritte pericolose. Fu lui ad essere picchiato perché qualcuno scrisse nell’ingresso:- L’ENNIO E UN FASISTA!!<br />
Lui non fu mai fascista, nemmeno partigiano. Ennio non fu mai niente, ma questo, quel giorno, lo pagò  quasi con la vita. La guerra ti scova, anche se vuoi essere invisibile.<br />
Non è suo amico, ma non si nega il saluto a nessuno, così gli ha insegnato la Bruna, per cui Felice gli fa un cenno di assenso col capo.<br />
:- Mè a preferès la forastèra, com l’as-ciàma? La Ingrid. Colà sé c’l’è boùna! (3)<br />
Esclama Ennio prima di girare sui tacchi e rientrare nell’androne, alzando il braccio in forma di saluto.<br />
:- Eh no! Esclama il dottor Fanti, che nel frattempo è uscito dal bar, : La mè preferida l’è seimper la Gina, belà c’me’l sol! (4) &#8211; Dai Felice, perché non vai anche tu in America a fare un bel viaggio?<br />
Gli chiede sorridendo, dandogli una pacca sulla spalla.<br />
:- E smettila di aspettare  che escano le attrici del cinatografo! Non possono uscire dallo schermo, quelle rimangono lì, anche per il giorno dopo e quello dopo ancora. Vai alla balera sabato sera e cerca una ragazza che ti piaccia e chiedile di uscire. Felice, Felice, ti voglio sposato entro la fine dell’anno!<br />
Il dottore del paese, sorridendo, si allontana con passo deciso, fino a scomparire nel buio della piazza.</p>
<p>Tac-tac-tac tre colpi secchi per compattare il tabacco. Sofia e Gina e Ingrid non potranno uscire nemmeno questa sera, e nemmeno domani sera e mai.<br />
<strong><em>Anfri</em></strong> in cuor suo, questo l’ha sempre saputo, ma era una buona scusa per continuare a sognare e non soffrire più. Questo avrebbe voluto rispondere al dottore, che la fa così facile.<br />
Magari, glielo dirà un’altra volta.<br />
Nella fioca luce dei portici, echeggiano le note storte del violino dell’insonne Marino, il fornaio, che avrebbe voluto diventare come Paganini.<br />
Lui e Marino in fondo sono molto simili, storti alla vita, come le note del violino.<br />
Felice accende la sigaretta e un bagliore di fuoco illumina la punta del naso aquilino. Tra poco finirà la proiezione e potrà tornare  a casa.<br />
La Rosa lo guarda dalla finestra là in alto, scuote la testa e pensa:- Pòver fiol…</p>
<p>(1) Anfri, anche questa sera una fidanzata nuova?<br />
(2) Anfri, questa sera è la volta della Gina?<br />
(3) Io preferisco la straniera, come si chiama? La Ingrid. Quella sì che è bella!<br />
(4) La mia preferita è sempre la Gina, bella come il sole.</p>
<p>di Sgnapisvirgola, Reggio Emilia   ( <a href="http://sgnapisvirgola.splinder.com/" target="_blank">http://sgnapisvirgola.splinder.com</a>)</p>
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		<title>Novantuno &#8211; Silenzio</title>
		<link>http://www.microcenturie.it/2010/02/24/novantuno-silenzio/</link>
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		<pubDate>Wed, 24 Feb 2010 08:14:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin3</dc:creator>
				<category><![CDATA[microcenturie]]></category>
		<category><![CDATA[Tamas]]></category>

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		<description><![CDATA[La casa è giù, giù in basso, e la valle è così stretta e profonda che agli abitanti della casa pare di essere al fondo di un imbuto; e sembra loro che la neve che scende ormai da quattro giorni scivoli giù  per i pendii ripidi e si raccolga tutta intorno alla loro dimora di pietra, fino a soffocarla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La casa è giù, giù in basso, e la valle è così stretta e profonda che agli abitanti della casa pare di essere al fondo di un imbuto; e sembra loro che la neve che scende ormai da quattro giorni scivoli giù  per i pendii ripidi e si raccolga tutta intorno alla loro dimora di pietra, fino a soffocarla nel bianco e nel silenzio. Ma sbagliano, perché c&#8217;è neve, ed è ormai molto alta, anche sulle creste che chiudono la valle e sul piccolo cimitero in cima ad una collina, che dona alle tombe una veduta piuttosto ampia su quest&#8217;angolino di mondo.</p>
<p>Dentro al cimitero ci sono le tombe di numerosi familiari e parenti morti nel corso dell&#8217;ultimo secolo; e dovrebbe esserci anche il nonno, ma non c&#8217;è. Non c&#8217;è  perché è morto quattro giorni fa, mentre i primi fiocchi facevano la loro comparsa al fondo dell&#8217;imbuto, e non c&#8217;è stato modo di portarlo via, con tutta questa neve; non c&#8217;è perché è ancora in casa, sdraiato sul letto, zitto zitto, e il suo silenzio si confonde con quello della neve e con quello della famiglia, che di là si scalda davanti al fuoco: qualcuno vi getta i gusci vuoti delle castagne appena estratte dalla cenere.<span id="more-1425"></span></p>
<p>Il prete ha fatto in tempo soltanto a somministrare i sacramenti, poi si è gettato fuori, in mezzo alla neve che già si ammucchiava, diretto alla sua chiesa in cima all&#8217;erta. Sono rimasti d&#8217;accordo che appena avesse smesso sarebbe tornato, e avrebbe accompagnato la bara nel tragitto verso il cimitero.</p>
<p>Per quattro giorni, tuttavia, non ha smesso di nevicare; e quando nevica il mondo si ferma e la natura smette di fare il proprio corso, per cui neanche ai morti è consentito prendere iniziative. Così, sotto la neve, il nonno è restato in casa, e per quei quattro giorni è rimasto ancora uno della famiglia. Di là sul letto, sia pure in silenzio, sembrava osservare i bambini annoiati e le donne che tiravano la sfoglia di polenta.</p>
<p>Poi ha smesso di nevicare, e allora è stato il momento di portarlo via. Gli uomini hanno fatto <em>la rotta</em>, scavando una via nella neve con pale e vanghe. Il prete non poteva però avventurarsi in fondo alla valle, con la neve che gli arrivava a metà tonaca e anche più su; allora dalle case vicine hanno urlato che avrebbe aspettato il morto su in alto, al cimitero, e chissà com&#8217;era arrivata quella notizia. In ogni caso, le donne e gli uomini della valle hanno accompagnato la famiglia e la bara grezza su per la salita: le donne hanno recato conforto con i rosari, gli uomini con le pale.</p>
<p>Com’è la norma dopo le lunghe bufere, il cielo era pienamente terso, e il freddo era acutissimo: i raggi ghiacciati del sole si infilavano nei panni rozzi e pesanti dei contadini come coltellate. La bara, la si portava a slitta o a spalla a seconda dei tratti; per quattro chilometri le donne hanno mormorato qualcosa nel latino delle campagne marchigiane, mentre gli uomini si sono sforzati di trascinare la bara e trattenere le bestemmie. Alla fine, il corteo accaldato e gelido ha raggiunto il cimitero, dove il nonno, calato in una buca nel terreno sgomberato della neve, è potuto morire anche socialmente, ed ha abbandonato la famiglia.</p>
<p>Il corteo funebre si è ritrovato in seguito nella casa in fondo alla valle, dove si sono date pacche sulle spalle e si è bevuto del vino rosso; il nonno, piantato nella terra, è rimasto in alto, a vegliare sui campi e i boschi dove vive e lavora la famiglia, dove è vissuto e ha lavorato lui. Un merlo nero è atterrato sulla tomba, attirato dalla terra smossa di fresco, ed ha zampettato un po’ in cerca di cibo; poi è sparito in tutto quel bianco. </p>
<p>di Tamas, Arcevia, Bologna (<a href="http://gattusometro.blogspot.com" target="_blank">http://gattusometro.blogspot.com</a>)</p>
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