Archivi per Categoria: microcenturie

Il progetto è giunto a compimento in data 1 marzo 2010, con la pubblicazione della centuria n. 99. Auspichiamo che i molti contributi inviati e non pubblicati perché eccedenti il numero previsto vengano comunque smarriti negli interstizi del reale. Il bisogno del mondo di essere raccontato non ha termine mai.

Novantanove – Liberatore V.

Il vento di marzo porgeva al fiuto dei signori il profumo dei tempi nuovi e sibilava sulla schiena curva dei cafoni con una carezza gelida, presagio di sventura, di un volgere ancora più triste di quella faccenda affannosa e senza grazia che era ed è lo stare sulla terra, lo stare nella storia. Aggrappati al

Novantotto – Icone

Clara non ha mai posseduto una macchina fotografica. Preferisco le cose vere, diceva. Ricordare.
Allunga le banconote al ragazzo alla cassa, riceve il resto, lo scontrino. Esce dal negozio, la scatola nuova in una busta di plastica.
Guida fino a casa.
Scalcia le scarpe, apre la scatola sul tavolo in cucina. Legge le istruzioni in inglese: non sa

Novantasette – Caro Gloriagloom

Caro Gloriagloom,
Se è vero che esistono la dislessia, la disgrafia e la discalculia, io ho sempre avuto la disvinculia. Mi disorientano gli svincoli delle strade, per quello decisi di vivere in campagna. Niente asfalto e niente svincoli, mi sembrava ci fossero meno nodi. E’ così che sono sparito, ma in fondo non è stata una

Novantasei – Del rosso e del mille novecento e novanta e due

No no e no.
Lo diceva in classe, faccia rossa, come rosso era l’inchiostro che ha dettato la sentenza nell’esame. La maestra, non con lo chignon o gli occhiali, invece con i jeans e la tunica, esplodeva di esasperazione. E diceva No. Com’è possibile. Ti sei sbagliato a scrivere la data, vero? È questo, certamente. Ma

Novantacinque – Kochise

Il silenzio è freddo e buio, le scarpe schioccano sull’asfalto umido, scivolano sul pavé. Un cane con un orecchio storto fruga in un angolo del portico tra le cartacce ammucchiate dal vento che viene dal Po.

Le scritte nere sul muro dicono “V. ama S.” e “andate tutti affanculo” e “mi resterai sempre nel cuore”, ma

Novantaquattro – Corpo pulsante

Lui arriva sempre verso le otto meno dieci. Percorre il capannone con passo deciso, ma non di fretta, sa che lo aspetto. Senza fermarsi mi scruta con uno sguardo, controlla che tutto sia a posto, pronta per la giornata. Sembra sapere già cosa deve fare lui e cosa devo fare io, così si accerta che

Novantatré – A CIASCUNO IL SUO

Era il diciotto di agosto.
Antonio Proverbio aveva compiuto ottantatré anni.
Esattamente cinque anni prima si era stufato di stare sempre a casa davanti alla televisione con il plaid sulle gambe, che erano un po’ malferme e che non gli consentivano più la passeggiata sino al bar Monumento.
Antonio era conosciuto da tutti.
Chi era capitato in paese, per

Novantadue – Anfri

Tac-tac-tac,  tre colpi secchi per compattare il tabacco appena rollato.  E’ un’arte.
Felice è appoggiato alla colonna vicino all’ingresso del Cinema Corso, col capo reclinato e quasi totalmente nascosto dal Borsalino grigio scuro. Il bavero del cappotto è alzato, fa molto  freddo.

Novantuno – Silenzio

La casa è giù, giù in basso, e la valle è così stretta e profonda che agli abitanti della casa pare di essere al fondo di un imbuto; e sembra loro che la neve che scende ormai da quattro giorni scivoli giù  per i pendii ripidi e si raccolga tutta intorno alla loro dimora di pietra, fino a soffocarla

Novanta – Tracce

Ieri non sono riuscito a ritrovare la strada di casa. Mi sono perso. E più la cercavo più mi perdevo. Più mi perdevo, più le persone, per strada, mi sembravano avercela con me, mi spiavano, mi osservavano di sottecchi: dai portoni, dalle vetrine dei negozi, dalle serrande mezze abbassate degli alimentari della zona vecchia…..e più

Ottantanove – La prima e l’ultima

La donna, venticinque anni o giù di lì, affrettava il passo dietro a quello di un uomo: poco più avanti, poco più grande. L’uomo aveva un’aria tranquilla, nonostante l’ansia che precipitava i suoi piedi. Indossava un piumino invernale e sudava. Era infatti primavera inoltrata, e i capelli della ragazza erano coperti da un più appropriato

Ottantotto – Chilometro 37

Le  sedie sono addossate al muro in perfetto ordine.
Incolori. Solitarie. L’aria del primo pomeriggio sa di deserto e di provincia. Lontano si sente il rumore del treno come se fosse notte. Dalla strada si alzano  strisce di calore piene di immagini danzanti. Le serrande sono quasi tutte abbassate. Solo su una di queste  sedie, siede

Ottantasette – Deserto

il cielo grigio compatto faceva da fondale ai tetti delle case. era l’ora delle cose imminenti. un istante di particolare inquietudine che E percepiva nettamente mentre, seduto in macchina, aspettava

Ottantasei – Sale. Zucchero.

Questa mattina mi sveglio e lo zucchero nel barattolo è quasi finito. Lo riempio dal sacchetto. E se avessi sbagliato barattolo? Quello del sale è della stessa forma. Fortunatamente non  ho sbagliato, ma la scritta è quasi cancellata, praticamente illeggibile, perciò prendo un pennarello nero, ripasso la scritta: “Zucchero”.

Ottantacinque – Qui non ci sono mai stato

Eccomi finalmente rasoterra, pronto a inventarmi nuove corde tese, deciso a inciampare nell’aria, ma rasoterra, con le due lunghe file di alberi e il viale senza arrivo. Ho messo un argine all’impazienza. Ho una casa e un uscio che danno su un viale bianco con ai lati due file di verdi alberi. Come un qualunque

Ottantaquattro – MOONBOW & SNOWBOW

L’arcobaleno di luna l’avevano visto una notte salendo sulla montagna. In realtà non l’avevano visto. Gli arcobaleni di luna non li puoi vedere. Loro avevano solo visto una luna gigante, un cerchio di luce intorno, bagliori al confine della foschia. Ma non sapevano fosse un arcobaleno di luna, gli arcobaleni di luna si vedono solo

Ottantatré – Il fondo

La dimensione privata ed individuale è mutata in un fatto meramente intimo, quasi sessuale. Il piccolo feto delle irrazionalità s’è fatto sempre un po’ più da parte, lasciandoci l’incombenza di riempire il vuoto con l’incrollabile fiducia nell’illuminismo autarchico di personalità costruite.

Ottantadue – Calcinacci e polvere

Oggi giornata strana: una corsa continua da un malato a un altro, da un moribondo a un altro. Certe volte l’universo mi sembra un edificio fatiscente che sta cadendo a pezzi, e l’incubo è che tocchi a me tappare le falle, arginare la materia franante, puntellare le crepe che avanzano. Oggi ero talmente stanco che

Ottantuno – Subito dopo

Mi basta tenerti la mano oggi per non sentirmi senza appoggi domani. Mi piace parlarti quando non puoi sentirmi, quando non puoi giudicarmi, quando non puoi rispondermi. Trovo delizioso il tuo tacere, il tuo dinamico non esserci ora che ho bisogno di raccontarmi. Ora che è il momento di ricordare al giorno che è passato

Ottanta – Per la gola

Appena la vidi mi accorsi d’essere stracotto di lei. Era una mora con gli occhi a mandorla, un carattere amabile, a volte agrodolce a volte capricciosa, con il riso che le abbondava sulla bocca. Era proprio un bocconcino. Si chiamava Suzette ed era svizzera.

Settantanove – Con l’occhio che non rimane

Maybe the people are waiting for trumpets. E trombe d’argento e trampolieri da strada e ramati monumenti. Nel cielo sì nel cielo il rampognare rauco di deità adunche sulle strade, con l’acqua che non è acqua ma l’aspro sale di Babilonia e tu con l’occhio che non rimane e la voce ronzante che sembra un

Settantotto – Joshua

Caro Amico,
Io penso che Tu dovrebbe sapere che io da posto lontano ed io vivo in grande citta e Lui vive in me ed io in Lui. Il mio nome è Joshua posso uso del computer dopo il lavoro, quando possibile. Ho trovato il vostro indirizzo e ho deciso di scrivere questa lettera perché visto

Settantasette – Riflessioni allo specchio

Gli specchi dovrebbero riflettere un momentino, prima di riflettere le immagini. Jean Cocteau
Hayah viveva in una piccola stanza, lei credeva fosse la sua casa, ma era una vera e propria prigione, un cubo perfetto. Il cemento armato con cui erano stati costruiti i muri era stato dipinto con una sola mano di vernice grigio

Settantasei – La dorsale

Mi sono imbarcato due mesi fa a Tromsö, in Norvegia. L’oggetto di studio questa volta era particolarmente succoso. Bella storia quella della dorsale di Gakkel: da tempo si sapeva che la dorsale atlantica proseguiva sotto i ghiacci dell’Artico, ma sembra che nessun geofisico al mondo le avesse mai dato importanza, forse perché il tasso d’espansione

Settantacinque – La morte del Ca.Os.

E allora andiamo ad iniziare la quinta puntata di Vecchie Glorie!
La presentatrice scollata diede il la alla sigla e le ballerine entrarono di corsa. Il pubblico si dimenava scomposto sotto le indicazioni dell’animatore, mentre le luci colorate venivano lanciate da una parte all’altra dello studio con il movimento di una palla stroboscopica.
Dappertutto regnava il caos.

Settantaquattro – Fratelli

Tutte le notti, da un paio di mesi, faceva lo stesso sogno. Sognava di guidare su una strada costiera. Il mare blu, liscio come un vassoio, si intravedeva dopo ogni curva. La strada si distendeva placida, nessun’altra auto in entrambe le direzioni. Ogni notte iniziava un lungo viaggio, il percorso sempre lo stesso, impercettibili le

Settantatré – Mimì, il 13 e l’onda anomala

Quando andavamo in trasferta l´appuntamento per i convocati era al circolo Fenalc del quartiere alle 14.00. Ιl nervosismo iniziava da quando il canuto mister e il baffuto presidente ci facevano riunire dopo gli allenamenti del giovedí fuori dagli spogliatoi per leggerci a voce alta la spietata lista di convocazione. Chi non veniva convocato se ne

Settantadue – La legge soggiacente

Nei progetti di cooperazione e sviluppo una cosa che va molto è l’analisi SWAT, in spagnolo, analisis FODA.
Trattasi di una analisi partecipativa, con cui si cerca di far prendere coscienza ad un gruppo di diseredati, dei punti deboli e dei punti di forza del loro improbabile comitato, associazione, o cooperativa di turno, magari recentemente costituita

Settantuno – IL MALE

Io non ho abbastanza posto per contenere tutte le esperienze passate. Il menù delle informazioni riporta che la quantità di spazio residuo è scesa al di sotto della soglia di guardia. Nemmeno le foto sono poi così d’aiuto: ricordo l’immagine in sé, come oggetto –virtuale, visto che non è più consuetudine farle stampare bensì ammassarle

Settanta – Il Circo della famiglia Felicità

Felicità è un nome d’arte, di più, un manifesto programmatico, una dichiarazione d’intenti, una promessa mantenuta.
Il Circo Felicità viaggia leggero, non usa gli animali, ma a ogni sosta sfama con piacere gatti denutriti, cani randagi, roditori con l’artrite e ogni tipo d’uccello che si adatti a becchettare briciole e bacche di sambuco.
È un circo di

Sessantanove – Pizza macramè

Dalla finestra della piccola palazzina vedo che si intrufola tra le tende di macramè da mercato. È così bassa che la testa appena tocca il davanzale, ma non è minuta. Lo capisco dall’accenno di spalle, largo quanto la finestra a due ante.

Sessantotto – CROMìE

Cristiana dai piedi incrociati, distesa allungava le sue estremità in quel grigio della parete. Spingeva un po’, cercava di far rumore, sfregava udendo quel piccolo coro fatto dai battiti del suo corpo. Aveva una  schiena inconcludente pensava, sì, torcendo di lato gli occhi socchiudeva il ritmo dei pensieri.

Sessantasette – Marco Cavallo è vivo

Duemila giorni con le mani nella colla, nella carta con la colla, tre giorni con le mani nella pittura azzurra. Poi le mani allacciate sopra la pancia, strette da funi dietro la schiena senza più pennelli, colla e pittura azzurra. È notte ma tanto poi arriva il sole, dopo una notte che comincia quando non

Sessantasei – Uno ogni tre posti

Si era adagiato mollemente tra le coltri della massa, tra testa e testa lui si scaldava e otturava le orecchie –varco spaventoso per ogni subdola malattia-. La bocca, sapeva bene, era un altro grave problema: a contatto con ogni forma di virus e di infezione. Preferiva così attendere che anche gli altri l’aprissero, confidando che

Sessantacinque – Tema a piacere

Scrivo un tema con piacere.
Un tema in cui non dico nulla. Un tema vuoto. Un non tema.
Un tema con accapo bislacchi e acca insolenti davanti ad “a” preposizione.

Sessantaquattro – La sera del 23

Ramon stasera (ore 19.30-20.00), 23 gennaio, la temperatura più o meno la potete intuire, ha già bevuto e ha dei puntini rossi sul viso non per il vino ma per via della sacrosanta voglia soddisfatta in quel luogo repressivo che è la sauna gay giacché ormai quello è l’unico modo, poco originale per altro, di

Sessantatré – [di cuore]

Diversamente abile. Ho un cuore diversamente abile.
Un giorno il Re degli scienziati mandò per ogni cantone i suoi emissari, con il compito di raccogliere la decima dei cuori. Deposti lungo un tavolo, ordinò loro di battere come sapevano o potevano, mentre i contabili facevano calcoli e misurazioni, poi stabilirono la media e la chiamarono normalità.

Sessantadue – Malabahr

Quattro minuti per raggiungere l’argine. Non serve un passo da maratoneta.
Quattro minuti e il cervello non completamente in funzione.
Il cervello disinserito è fondamentale; quale altra limitazione potrebbe farti poggiare i piedi a fianco del letto, alle sette meno venti di giovedì mattina, senza avere un’idea delle previsioni meteo.

Sessantuno – Ponzio Pilates

“Ciao Giovanni, benvenuto, accomodati…”.
Mi stringe la mano e con il palmo mi indica la sedia ergonomica. Perché questa strana donnetta con il volto vissuto e sproporzionatamente oblungo mi dia il benvenuto nel mio ufficio è tuttora un mistero. Gira intorno alla scrivania provocando uno scalpiccio di tacchi che mi irrita. Da sempre. Sarà che mia madre

Sessanta – Tre gocce di zammù

La nonna ci tirava su ad acqua fresca e tre gocce di zammù, l’anice che la ditta Tutone imbottigliava ininterrottamente dal 1813, da quando Bolivar s’era preso Caracas e tutto il Venezuela, dove il nonno aveva due fratelli e tre cugini che erano andati a cercar fortuna lì, sognando di divenir ricchi tanto da farsi

Cinquantanove – BlackOut

Matilde s/pettina gli occhi verdi abbracciando il suo volto nel riflesso dello specchio che s/parla di lui – Daniele -
“non la lascerà mai!”, ridendo le canta. “non la lascerà mai! lo sai.”
- lo sa -

Cinquantotto – Notte, buia notte

L’altra sera tornavo in macchina da un posto che non mi ricordo.
Da un posto che non mi voglio ricordare. Era notte, buia notte.
In macchina non avevo acceso il riscaldamento, perché, non so, mi sembrava fortemente ipocrita. Ma faceva un freddo lupo. La faccia illuminata solo dal quadro blu acceso, in testa solo il fischio del

Cinquantasette – Viaggi Organizzati

L’aspettativa.
Quella emanata da certi libri, ad esempio.
Vibrazioni tenui captate dal tono di una recensione, una quarta di copertina. Il passaparola.
Crede, a volte, grazie a quel brivido, di trovare la possibile risposta alle domande urgenti.
Le chiama le passioncelle di carta.

Cinquantasei – IL CATCHER

Il sole splende caldo e sornione su questa strana mattina di metà giugno. Un piacevole vento soffia e fa ondeggiare le spighe del campo in cui mi trovo. Nuvole non ce ne sono a perdita d’occhio. L’azzurro del cielo forma un bel contrasto con il giallo paglierino del campo, ma il mio sguardo è perso

Cinquantacinque – L’attesa

L’uomo pensa che sia inutile indagare il motivo del ritardo. Gli basta sedere al bordo del binario 3 e tenere le mani in grembo, raccolte come applicazioni in rilievo sui quadroni del paltò.
L’uomo non ha l’abitudine di aggiungere ansia superflua ai risucchi del vuoto. E ogni ritardo è un vuoto che disorienta il tempo che

Cinquantaquattro – Il Pilastro

Era un valligiano tranquillo, il Murat. Abitava in una grande casa di pietra che un tempo aveva ospitato una famiglia di dodici persone. Poi, la miseria ed i casi della vita si erano portati via tutti i fratelli di quel ragazzone buono a far tutto, tanto che in paese lo chiamavano Jolly. Andava dovunque ci

Cinquantatré – DI’ AL TUO AMICO CHE TROVI IL CORAGGIO DI CHIEDERMELO IN FACCIA

All’improvviso arrivano gli sguardi che guardano e all’improvviso vedono.
E’ normale. Puoi passarci secoli a cercare di capire quando e come è successo, ma non ci riuscirai. Dopo anni di cecità, ma come ho potuto non vedere, dove sono stato fino a ieri. All’improvviso ci si mangia le mani e basta. Per aver detto un giorno

Cinquantadue – Naufragi in vasca da bagno

La vasca da bagno è il mio rifugio. Mi piacciono le volute di vapore che salgono verso il soffitto, mentre il rubinetto aperto al massimo riversa giù in uno scroscio l’acqua bollente. Con la porta chiusa l’aria della stanza da bagno si riscalda rapidamente, i vetri della finestra si appannano fino a che non scompare

Cinquantuno – Palme, pitosfori e ippocastani

Non avevo mai visto gli ippocastani, non ne avevo nemmeno mai sentito parlare. A Sanremo non c’erano. C’erano le palme e quelle siepi di pitosforo che, in grandissimi vasi, recintavano i dehors dei locali pubblici, dall’odore acre e strano che ancora adesso associo al cono gelato che mi compravano quando ero piccolo nelle gelaterie vicine

Cinquanta – Donne

Porca puttana!
Quante volte gliel’ho detto a mia moglie di non uscire di casa quando  la lavatrice è in funzione?
Guarda che roba, l’acqua è arrivata dappertutto… e adesso chi la sente quella stronza del piano di sotto?

Quarantanove – Ligera

Ambrogio stava incollando sull’album le foto della sua ultima preda, l’Elisa, quando andò via la luce. Era una sera di fine Agosto e lui, da buon ligera, sapeva che c’era la luna piena e non c’era bisogno di candele o torce elettriche.
Alzò la tapparella su Viale Argonne, uno dei suoi teatri preferiti.
Era ancora in mutande

Quarantotto – Napoleon

Il ragazzo tornato indietro a riprendere la bandiera del piccolo esercito in disfatta, si nascose svelto dietro un pino. Stringendosi nel tabarro troppo grande, per lui così esile, cavò dalla tasca lo straccio bianco e lo ficcò dentro il cappello: l’esercito avversario non poteva vantare una completa vittoria senza aver conquistato quell’insegna.

Quarantasette – Causa ed Effetto

La legge di causa ed effetto è inalterabile nel tempo. L’effetto deve seguire la causa con un’accuratezza matematica e non può succedere altrimenti. A sua volta, l’effetto diventa la causa grazie alla quale un altro effetto viene messo in movimento, producendo un ulteriore causa. (Wikipedia)
Nunzia stava fuori al balcone che stendeva i panni freschi di

Quarantasei – L’albero delle parole

Immaginate che tutte le parole della lingua italiana – quelle del passato, del presente, i forestierismi, gli slang giovanili, il gergo (tele)giornalistico, i termini dialettali, i vocaboli degli autori classici e quelli standard, basic, degli scrittori odierni – formino un’enorme piramide, un menhir gigantesco, alto quasi fino al cielo, che a poco a poco si

Quarantacinque – Classe creativa

Non è il momento di far baldoria questo, è il momento di stare schisci non alzare gli occhi dalla scrivania, stare sul posto di lavoro. Giorno e notte senza sabati e domeniche. Il tempo di respirare, fare qualche flessione, qualche esercizio di ginnastica e poi di nuovo lì. Neanche guardare fuori dalla finestra, troppe distrazioni

Quarantaquattro – Una donna

la donna grassa che fuma una sigaretta dietro l’altra e aspetta il treno ferma sulla banchina tra i binari 7 e 8 ha due problemi: uno, occultare un cadavere; due, sopravvivere fino a lunedì.

Quarantatré – Come ti vedo

Come ti vedo. Ti vedo coi miei occhi leggeri, ti guardo di mattina con la luce che filtra dalle tende marroni, sono tende decisamente anni settanta, e la tua vita quieta e senza stile mi fa piangere. Nel tempo libero fai cose come piantare tre diversi tipi di insalata nell’orto, cambiare i mobili della cucina,

Quarantadue – Se qualcuno ruba un fiore per te…

Ti dirò con voce ferma e gentile che voglio capirti, che posso e voglio prendermi un impegno con te. Pratiche urgenti, nuove commesse, clienti vip e miraggi di promozione aspetteranno fuori dalla porta dalle sei di sera fino alle otto dell’indomani, e affari loro se si spazientiranno.

Quarantuno – La fine del tempo

Racchiuso nella mia torre, guardo il mondo dall’alto. O almeno quel che ne rimane.
Sono passati molti anni dall’ultima volta che ho visto o sentito un essere umano, e sono arrivato a credere che non ce ne siano più, almeno qua vicino e per molte, molte miglia intorno.

Quaranta – Passa il tram

Devo averci fatto l’abitudine o cosa, come con la pendola in casa dei miei, ad esempio, quando i colpi sordi che segnavano i secondi avevano coperto tutto lo spettro acustico dell’ambiente, restituendo una versione contaminata di quello che comunque – in virtù di una segreta e generalmente accettata convenzione fra apparato uditivo e fisica acustica

Trentanove – Gente

Giù in basso.
Spingi una porta di assi grezze, scendi due gradini, ed entri nel fumo, nel rumore, nelle grida, nei canti, nella luce rossa del camino, sotto un soffitto a volta. Tavoli lunghi affollati di gente, gente con volti grotteschi, denti mancanti, barbe che grondano birra.

Trentotto – Un ricordo

La sua criniera era lucida, di un marrone vivo come quello della buccia di castagna. Il vento, o forse l’estrema velocità, l’avevano scompigliata in onde selvagge attorno al muso allungato, che invece era quasi giallo.
Gli occhi fiammeggiavano, il morso era contratto allo spasimo.

Trentasette – L’ombra di Lacanas

È mezzogiorno a Lacanas. Guardate il campanile: le lancette dell’orologio sono una sopra l’altra. Lo vedete Gianfilippo Mannoi fermo nella piazza? Lo sentite?
Sta dicendo: “E’ stato lui, ho le prove”. Lo sta dicendo sottovoce. Vicino a lui non c’è nessuno, forse sta parlando a se stesso.
Gianfilippo è considerato l’uomo più saggio di Lacanas, colui che

Trentasei – Conto sapienziale

dedicato a Paulo Colhón Conselho
 
Il bello della morte
è che noi non ci saremo
al nostro funerale
 
Prima di morire di fame e di stenti nel ristorante più lussuoso della capitale, mio nonno mi diede un consiglio che non dimenticherò, un consiglio che mi ha cambiato la vita e che ora voglio passare a voi con la stessa

Trentacinque – La domanda

C’era un movimento ondulatorio dietro la tenda, lo fissai incredulo.
Esclusi il cane, non ne avevo.
Il gatto pure, era quello del vicino e non nutriva grande simpatia per me.

Trentaquattro – Valigie

Ogni famiglia ha le sue. Di valigie, intendo. Le valigie di una famiglia per me sono quelle caratteristiche (quei difetti, direbbe un patologo) che a partire da un certo momento, che non si sa mai bene quand’è (perché mica si sa di preciso quando inizia una famiglia), si tramandano di membro in membro, di generazione

Trentatré – Sing e la sua bicicletta

Sing aveva una vecchia bicicletta azzurra  che gli aveva regalato Roberto,  il figlio del suo vicino di casa.
Sing stava appoggiato alla rete metallica che lo separava dal campo di calcetto dell’oratorio.
Guardava Roberto e gli altri che giocavano urlando.

Trentadue – L’albero del cortile

Stephan era un ragazzino vivace. Parlava sempre, e giocare nell’intervallo era il suo divertimento preferito. La scuola sorgeva in un quartiere decentrato di Nizza: una bella zona, piena di piazze e giardini. I muri dell’edificio erano bianchi, e il cortile gli sembrava immenso.

Trentuno – Cartografia

Ho diviso col righello ogni foglio in quadrati. Cinque su un lato, sei sull’altro: trenta riquadri per foglio. I fogli sono duecentodieci; mandando a memoria ogni giorno i nomi contenuti in un quadrato, impiegherò poco meno di vent’anni a imparare il nome di tutti i luoghi del mondo.

Trenta – Damnatio ad bestias

Adesso il problema sarebbe stato persuadere i vicini, abituarli gradualmente alla sua presenza nel condominio anche nel fine settimana.
Occorreva mantenere un’apparenza di normalità, di routine. E nel frattempo continuare a fingere per un po’, contemporaneamente cercando un motivo, una spiegazione plausibile.

Ventinove – Vivere a memoria

Qualcuno una volta mi disse che si sentiva come se vivesse a memoria. Allora non riuscii a capire quella strana riflessione. Che voleva dire?

ventotto – Amico treno

R 11337 Cornigliano, notte
PADANIA TI AMO. TERRONI RADICE DEL DISORDINE.
Sua madre gli aveva fatto fare un culo di gomma che così ci si strascinava per la casa e poteva giocare con le grette nel corridoio: a fare i giri d’Italia e del Mondo, persino, gare impossibili come la Genova-Kiev con più di cento tappe tirate

Ventisette – La provvisoria adozione dell’infinito

Eccola lì, Antonia, immobile davanti alla finestra della cucina, seduta su una pila di strofinacci.
– Ma cosa fai qua, nonna?
– Stiro. La nostra casa no xe vecia.
– Non ha detto vecchia, ha detto antica.
– I tedeschi xe gente cativa. Bombe.
– Non sono tedeschi.
I Klopf venivano dall’Austria profonda e ogni estate migravano miti verso il mare,

Ventisei – L’idiota

Il giorno dopo ti svegli e ricominci da capo, se ti svegli di notte e non riesci più a dormire ti precipiti immediatamente a fare quello che stavi facendo prima che il sonno ti costringesse a interrompere.

Venticinque – Cafè de la Stasiù

Si spalancò di brutto la porta a vetri, rattoppata con scotch, con un SBRÀÀÀM!
Per lo schianto, clangore e tremolio di cristalli, rivoli, ruscelli di vapore condensato scivolarono giù per le lastre a disegnare sul palchetto grigio e corroso ( già di buon rovere giallo) nuove mappe e corsi di torrenti copiosi di polveri e festuche.

Ventiquattro – Prove tecniche di un addio

Arrivano in stazione tenendosi per mano. E sempre tenendosi per mano consultano gli orari sul tabellone. Eccolo, binario 5. Affrontano il sottopassaggio con uno strano languore addosso. Sanno già che cos’è.

Ventitré – Niente è per caso

Non poteva avere paura della morte perché non l’aveva mai incontrata sul suo cammino, ma quella volta, aggrappato allo spuntone di roccia, Nathi Ronan poteva solo sperare che le sue mani fossero in grado di resistere all’insidia della signora con la falce che da dietro lo incalzava.

Ventidue – La macchina della verità

La nascita di una parola arriva da uno stagno lontano dove i ragni d’acqua giocano a rincorrersi. È una distesa placida tra il liquido denso di umori nascosti e il solido adagiarsi di materiale inerte. Si sviluppa un segnale che sale come una bolla d’aria in superficie, corre tra mille ostacoli e arriva a destinazione.

Ventuno – Dal treno

Ombre di rami in movimento sul muro che chiude un condominio come una porta di servizio. Questa la vista dal finestrino. I passeggeri sembrano accorgersi solo che il treno si è fermato alla stazione di Saronno. E infatti c’è chi scende, giù fino alle scale.

Venti – L’enfant sorcier

Era arrivato a casa mia con quello strano nomignolo, Shégué. Si era abituato controvoglia alle poche regole domestiche: un orario per la veglia, un orario per la culla. Si nutriva accanto a me, al mattino, fissando la tazza e immergendovi dentro lo sguardo come a cercare nell’onda del latte bianco il fondo sabbioso disegnato dallo

Diciannove – Le arance degli Invisibili

Scendo dall’auto, dopo trenta chilometri di buio, è mattino. Vado in classe, come tutti i giorni.
Arrivano poco per volta, chi da solo chi in piccoli gruppi. Ci sediamo tutti intorno al lungo tavolo, neanche oggi sono riuscito a prendermi la sedia imbottita dell’insegnante.
Comincia a parlare Liban, che ha solo venticinque anni, ma già tre figli.

DICIOTTO – IL SIGNORE CON LA BARBA

Il signore con la barba volge lo sguardo prima a destra e poi a sinistra e quello che vede, non ci sono dubbi, può definirsi, sia pure con una certa approssimazione, l’interno di una discoteca.

Diciassette – Una di quelle notti

Una di quelle notti d’estate alla Bradbury, in una di quelle cittadine di provincia sul lago, abbellite da un lunapark a conduzione familiare con la ruota panoramica che un bambino potrebbe fare col Lego, con il calcinculo che i più intraprendenti occupano ‘culu militari’ dalle cinque del pomeriggio fino a sera inoltrata conquistando fazzoletti variopinti

SEDICI – CRONACA DALLO SCIROCCO

Oggi dalla psichiatra sono andato in bicicletta. Volato a mezz’aria fra gli edifici, trasportato dallo scirocco.
- Le senti ancora le vertigini? – fa lei.
- No, se non faccio movimenti bruschi.
- E dolori fuori dal corpo?

Quindici – Tu eri amata e

il corpo andava con te. Cambiavi umore e ti pettinavi così e le cose ti avvolgevano agili, era sempre piena estate o l’inverno più crudo o primavera gentile o un autunno sbadato, o bene l’ombra indaco dell’ultima luna di agosto sul cielo turgido traendo in inganno.

QUATTORDICI – IL CUSTODE

Nessuno vuole più la Terra.
Qualche volta scie nel cielo e frenetiche telemetrie annunciano il loro passaggio nell’orbita alta, ma è solo per lanciare quei piccoli feretri infuocati verso la superficie del pianeta. La sepoltura nella vecchia Terra, culla dell’umanità, è diventata una tradizione.
Ma nessuno, da vivo, vuole tornare a calpestare la  sua superficie ormai

Tredici – Baby Bozlen Story

Quando si arriva alla stazione di Bolzano la sensazione che si prova è quella di trovarsi nel mezzo di una catena di iceberg alla deriva. Le cime frastagliate e appuntite sembrano quelle di una cattedrale e la preghiera del volontario che mi accoglie, è di seguirlo a piedi fino all´albergo. Camminiamo per la strada principale

DODICI – POI TUTTO TORNA NORMALE

Per il resto la sua vita è normale. Un lavoro, un marito, dei figli. I vestiti leggermente fuori moda.
Ma è più forte di lei: Ada non sopporta la pubblicità. In ogni sua forma.
In particolare le brochures, i volantini.

Undici – L’outing delle bionde

Trentacinque anni vissuti / con un corpo estraneo / trentacinque anni / con i capelli tinti / trentacinque anni / con un fantoccio.
(Da una poesia di Marilyn Monroe)
Quello dell’outing delle bionde fu un giorno memorabile.

Dieci – Raggi X

“Uh, uh, uh….ma che belle tette che c’ha Sabrina!”.
Dio mio che tormento, pensava la ragazza. Tutti i giorni la stessa cosa, almeno con lei. Ma con ognuno Osvaldo aveva una fissazione diversa.
Stava sempre lì, stralunato e fuori dal mondo, appoggiato a un muro di corso Trieste.
“Ma che tette vedi?”, chiedeva lei le prime volte che

Nove – Il mondo capovolto

Con la bella stagione lo portavano in campagna dai nonni. Trascorreva la mattinata con i figli del mezzadro, a costruire fionde e aquiloni, ad arrampicarsi in cerca di nidi e a nascondersi nei fossi o nel fienile, finché la voce della nonna lo chiamava per il pranzo.

Otto – La notte

“Lodiamo troppo spesso a torto la coltre di neve che qualche volta, nell’anno, copre i luoghi e le cose a noi familiari” – Così ragionava Otto Abendmann, avanzando nella notte, il cielo rischiarato dal bagliore roseo della nevicata silenziosa.

Sette – Congedo

Vedi, amore mio, quanto sono occupato? Guarda quante carte ci sono su questo tavolo, quanti plichi sugli scaffali, quanti ninnoli tutto intorno, e matite scorciate, biglietti da visita sconosciuti, boccette di inchiostri polverizzati. E gli armadi? Se tu vedessi! Quanti abiti larghi, quante calze sfondate, quanti polsini lisi e colletti consunti!

Sei – La notte del cacciatore

Sulle prime, il cacciatore l’aveva detta una zecca. Si era sistemata sul fianco sinistro del suo cane, da dove pendeva come una piccola mammella. Quando fece per toglierla, il cane gli mostrò i denti, e guaendo leccò la zecca come se, toccandola, il cacciatore lo avesse ferito ingiustamente.

Cinque – Segatura

Mairas continua a guardarsi le mani, le tiene aperte, fissa le nocche e gli esagoni di pelle. Guarda se c’è un tremore, una vibrazione minima. Sono ferme, come lo erano ieri, ma ieri, adesso, è un tempo lontanissimo.

Quattro – Buio e bestie

C’era un’oscurità in paese che assomigliava a quella delle chiese, al buio che si forma attorno ai candelabri e sotto i lampadari pendenti, il buio che esiste soltanto perché da qualche parte esiste una concentrazione di luce.

Tre – L’ultima casa

L’ultima casa resisteva a ogni vento, ma cigolava fin nelle ossa. Era inclinata come certi alberi, con le radici di fuori, che l’onda quando batteva forte gliele bagnava d’acqua salata, e poi il sole le sbiancava come dita. L’ultima casa non ci poteva niente, ad abbatterla o anche solo a scoraggiarla.

Due – Hemisferio Sur

Da qualche tempo sono tornato a Buenos Aires.
Passo la maggior parte del tempo a la Recoleta: quando ne attraverso le vie perpendicolari come certezze, quando conto i passi, sempre uguali, che mi separano dal Café la Biela,

Uno – Occhi

Il vecchio si svegliò perché le tortore parevano impazzite e sfogliavano la coda.
Spettinate baruffe di conquista sul filo della luce, a mezzo del cortile di ortensie e di peonie.
Si ritrovò sul fianco, il braccio intorpidito.
Dormiva così, quasi ancorato al bordo, dove il materasso conosce l’orgoglio di una increspatura: argine lieve, prima del vuoto.