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	<title>Microcenturie &#187; admin3</title>
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	<description>estuario per romanzi fiume di breve corso</description>
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		<title>Novantotto &#8211; Icone</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 07:59:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin3</dc:creator>
				<category><![CDATA[microcenturie]]></category>
		<category><![CDATA[dottorcaligari]]></category>

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		<description><![CDATA[Clara non ha mai posseduto una macchina fotografica. Preferisco le cose vere, diceva. Ricordare.
Allunga le banconote al ragazzo alla cassa, riceve il resto, lo scontrino. Esce dal negozio, la scatola nuova in una busta di plastica.
Guida fino a casa.
Scalcia le scarpe, apre la scatola sul tavolo in cucina. Legge le istruzioni in inglese: non sa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Clara non ha mai posseduto una macchina fotografica. Preferisco le cose vere, diceva. Ricordare.</p>
<p>Allunga le banconote al ragazzo alla cassa, riceve il resto, lo scontrino. Esce dal negozio, la scatola nuova in una busta di plastica.</p>
<p>Guida fino a casa.</p>
<p>Scalcia le scarpe, apre la scatola sul tavolo in cucina. Legge le istruzioni in inglese: non sa di aggeggi elettronici, ma ha talento per imparare come funzionano.<span id="more-1489"></span></p>
<p>I primi flash riescono mossi o sfocati. Li scruta nel display.</p>
<p>Deve migliorare. Sistemare la messa a fuoco. Aver polso più fermo. Calcolare le fonti di luce.</p>
<p>Armeggia con i pulsanti, ottimizza la risoluzione.</p>
<p>Il primo soggetto serio è il comodino in camera da letto, dalla parte dove dormiva lui. La foto esce luminosa, nitida, centrata. Quel che cercava.</p>
<p>Seguono altri scatti, secondo una strategia prefigurata, ma che solo ora si definisce: il televisore in soggiorno, due vasi d’arredo, una lampada a piantana, un cuscino e la sedia su cui riposa.</p>
<p>Quando ha fatto, Clara posa la fotocamera, torna sui propri passi.</p>
<p>In camera si piega a spostare il comodino. Lo trascina fuori dalla stanza, poi fuori dall&#8217;appartamento, in ascensore. Esce a pianterreno, strascica il mobiletto in strada. Lo lascia accanto ai cassonetti sul piazzale di fronte.</p>
<p>Si pulisce le mani sui jeans.</p>
<p>Torna di sopra, riserva lo stesso trattamento agli altri soggetti delle foto scattate.</p>
<p>Porta fuori, torna di sopra.</p>
<p>Ha le mani rosse, mal di schiena. Accende il portatile, installa il software dal CD allegato. Lancia delle stampe di prova, ne è soddisfatta. Sfila dal vassoio i fogli ancora caldi. Li posiziona nei punti della casa dove prima c&#8217;erano il comodino, il televisore, i vasi, la sedia, il cuscino. Li appende al muro con una striscia di nastro adesivo, li deposita sul pavimento.</p>
<p>In breve, al posto degli oggetti, ci sono le loro riproduzioni a due dimensioni. A colori appena sgranati, su foglio A4.</p>
<p>Fra pomeriggio e notte Clara fa molte sostituzioni. Mobili, soprammobili, libri, utensili: cose sue, cose di lui, cose che hanno toccato, usato entrambi. Tutte vengono rimosse e accatastate sul ciglio giù in strada; poi sostituite, dentro, dai corrispettivi cartacei.</p>
<p>Sotto la luce elettrica, l&#8217;appartamento diventa una collezione di icone malferme.</p>
<p>Clara è esausta. Gli occhi che bruciano, contempla la propria opera. È fiera di se stessa. Contenta che ci sia ancora lavoro da fare.</p>
<p>Immagina con un ghigno cosa potrebbe un colpo di vento.</p>
<p>Si corica sul materasso superstite. Prima di cedere al sonno, scatta un&#8217;ultima foto.</p>
<p>È tardi, non ha voglia di andare a stamparla. Questa, giura fra sé, è la prima cosa che sostituirò domani.</p>
<p>di dottorcaligari, Verona,  (<a href="http://dottorcaligari.altervista.org/">http://dottorcaligari.altervista.org/</a>)</p>
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		<title>Novantasei &#8211; Del rosso e del mille novecento e novanta e due</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Feb 2010 08:24:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin3</dc:creator>
				<category><![CDATA[microcenturie]]></category>
		<category><![CDATA[Cristina Galhardo]]></category>

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		<description><![CDATA[No no e no.
Lo diceva in classe, faccia rossa, come rosso era l&#8217;inchiostro che ha dettato la sentenza nell’esame. La maestra, non con lo chignon o gli occhiali, invece con i jeans e la tunica, esplodeva di esasperazione. E diceva No. Com&#8217;è possibile. Ti sei sbagliato a scrivere la data, vero? È questo, certamente. Ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>No no e no.</em></p>
<p>Lo diceva in classe, faccia rossa, come rosso era l&#8217;inchiostro che ha dettato la sentenza nell’esame. La maestra, non con lo chignon o gli occhiali, invece con i jeans e la tunica, esplodeva di esasperazione. E diceva <em>No</em>. <em>Com&#8217;è possibile. Ti sei sbagliato a scrivere la data, vero? È questo, certamente. Ma come fai a sbagliarti allora in continuo, come ti permetti, dopo che ti ho corretto in classe, a ripetere in scritto queste barbarità nell’esame?<span id="more-1466"></span></em></p>
<p>Gli altri studenti si dividevano fra la risata e gli occhi spalancati di stupore per le sciocchezze del compagno.</p>
<p><em>Metti questo in testa, una volta per tutte, non tollero più balordaggini. Ma tu lo sai benissimo, lo fai soltanto per annoiarmi. Ma ti costerà caro. Guarda bene: è fi-ni-ta nel mil-le no-ve-cen-to e no-van-ta e du-eeeeeee. Novanta e due! Eri appena nato! Guarda intorno a te. La vedi ancora, per caso? Senti bene,</em> e apriva ancora di più gli occhi, come fossero questi la fonte dei suoni stridenti, <em>il tre d&#8217;agosto del no-van-ta e du-e</em>, accentuando tanto il numero pari, per poi ripetere come un nastro registrato la versione dei libri di storia, <em>l&#8217;esercito della Repubblica ha finalmente fatto un assedio efficiente alla guerriglia e ha catturato il capo dei ribelli, correttamente giudicato e giustiziato. Cosa pensi altrimenti che festeggiamo, in quel giorno? La liberazione dai pidocchi? Domani, fai attenzione, leggerai per tutta la classe un testo dove, una volta per tutte, capirai bene la realtà. Che con questa non si gioca. Non stiamo parlando di un qualsiasi Paese là lontano. Gioca con la guerra soltanto chi non la conosce.</em></p>
<p>I libri scompigliati nello zaino, i piedi trascinati fino a casa, dove sembra che non sia il presente che gli domandano. A cena, fra il cucchiaio di minestra e le raccomandazioni della madre, <em>non sporcare il pigiama</em>, si sente la traccia delle bestie volanti che traversano le città cresciute vicino agli aeroporti fatti tanti anni fa per sognare altri voli. E ora, siccome si conosce, non evita l&#8217;impulso di nascondersi sotto il tavolo. Il padre non fa lo stesso gesto, ma la mano gli trema e smette di portare il cucchiaio alla bocca, chiude gli occhi e si concentra, <em>passa subito, sta per passare, è passato</em>. Stasera ha la scusa per non rimanere al tavolo, ha i compiti.</p>
<p>La maestra ride quando vede la pagina spruzzata in rosso, compito fatto.</p>
<p><em>Ma ragazzo, in rosso&#8230;mi vuoi imitare o questo è tutto amore?</em></p>
<p><span style="color: #ff0000;">“Il tre d&#8217;agosto del mille novecento e novanta e due è finita la guerra nel nostro Paese, il tre d&#8217;agosto non più il rumore che rende sorde le mie notti, ma lui c’è, nelle mani di mio padre quando copre le orecchie perchè non c&#8217;è più spazio per niente in noi, e lui non sa se quella sera ci deve trascinare sotto il letto che arrivano subito i proiettili, se sono i suoi che vengono a prenderlo e portarlo a un momento di più pace, adesso non ci trascina più,  me e mio fratello, ha soltanto il primo sguardo di terrore e poi ricorda, ma il rumore segue abitando a casa mia, sono le notti trascorse in bianco perchè lui deve parlare e io ascoltare perchè se nessuno l&#8217;ascolta ho paura che lui esploda da solo e non ci sia nessuno per raccogliere i pezzi, i suoi gridi nella notte mi ricordano che non devo sognare perchè lui dice <em>io ho fatto quello, l&#8217;ho fatto, come posso averlo fatto</em>, sono le mattine in cui si fa la barba e si mente dicendo <em>tutto bene</em> e va al lavoro, sono le ore che rimane lavandosi del sangue che l&#8217;acqua non porta via e lui strilla <em>non ce la faccio a levare questo da sotto le unghie</em> e io guardo e non posso mentire, c&#8217;è sangue e non so dire se è quello di tanto sfregare o l&#8217;altro, o se i due si sono mischiati e non più il rosso andrà via di là, di qua, da me e dai suoi occhi e sembra che non è ancora mille novecento e novanta e due”</span></p>
<p>di Cristina Galhardo, Luanda, Angola (<a href="http://quiromancias.blogspot.com/">http://quiromancias.blogspot.com/</a>)</p>
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		<title>Novantaquattro &#8211; Corpo pulsante</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 08:10:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin3</dc:creator>
				<category><![CDATA[microcenturie]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo La Spina]]></category>

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		<description><![CDATA[Lui arriva sempre verso le otto meno dieci. Percorre il capannone con passo deciso, ma non di fretta, sa che lo aspetto. Senza fermarsi mi scruta con uno sguardo, controlla che tutto sia a posto, pronta per la giornata. Sembra sapere già cosa deve fare lui e cosa devo fare io, così si accerta che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lui arriva sempre verso le otto meno dieci. Percorre il capannone con passo deciso, ma non di fretta, sa che lo aspetto. Senza fermarsi mi scruta con uno sguardo, controlla che tutto sia a posto, pronta per la giornata. Sembra sapere già cosa deve fare lui e cosa devo fare io, così si accerta che non gli abbia preparato sorprese.<span id="more-1442"></span><br />
Sparisce dietro la porta dell&#8217;ufficio, e poi, immagino, quella dello spogliatoio. So per certo, perché lo dice davanti a me, che sopporta a malapena e in silenzio le battute sempre uguali che i colleghi si scambiano. Di rado interviene, mai volentieri.<br />
Riappare alle otto in punto, vestito di blu, con il bicchierino del caffè ancora in mano. Se mi trova che ho già iniziato senza di lui, organizza il lavoro seguente.<br />
Sennò passa alle procedure d&#8217;avvio: <em>sbloccare emergenza, dare corrente, attendere display, accendere quadro, posizionare pallet, navetta, mandrino e pinza, azzerare assi</em>.<br />
Dopo qualche minuto si avvicina il principale, si salutano, scambiano qualche battuta su qualcosa che chiamano calcio o su qualcuno incontrato la sera prima. Non sembrano avere molti argomenti.<br />
Passa la maggior parte del tempo vicino a me, nel nostro angolo. Scarica e ricarica i pallet finiti, prende appunti, disegna. Conta continuamente, di tutto: i pezzi, i minuti, i giorni. Calcola i tempi, programma le produzioni. Lui dice che odia la routine, ma è un abitudinario. Gli altri operai lo hanno soprannominato Metodo. E non gli dispiace.<br />
I nostri momenti migliori sono quando c&#8217;è da fare una cosa nuova. Lui diventa teso: forse ha paura di sbagliare, forse è eccitato dalla novità, forse entrambe le cose. Ho capito che si diverte di più, anche se rischia di fare più danni: <em>montare l&#8217;attrezzatura, bloccare il campione, decidere gli utensili, trovare le origini, scrivere il programma, controllare le tolleranze</em>. Impostazione generale e aggiustamenti successivi. E poi via alla lavorazione.<br />
Dopo due anni ancora mi osserva, mi studia, spesso mi insulta e impreca se faccio qualcosa che non ha previsto. Ma mi sento più rispettata. Ha imparato a trattarmi con attenzione, perché ora mi conosce e sa che se sbaglio non è per colpa mia.<br />
Da quando lavoriamo insieme solo una volta hanno chiamato un tecnico esterno. Sono qui da quindici anni e i suoi predecessori erano abbonati all&#8217;assistenza.<br />
Soprattutto mi ascolta. Non ho più bisogno di fare cose eclatanti per farmi notare, per fargli capire che cosa mi succede. A orecchio capisce le mie esigenze e distingue le cose giuste da quelle sbagliate. Regolarmente mi gira intorno per tenermi pulita.<br />
Spesso durante la giornata si allontana. Anche se non lo vedo so che mi sente. Mi riconosce anche in mezzo al rumore delle altre macchine.<br />
Ma io lo preferisco quando mi sta accanto, quando le sue dita viaggiano sicure sulla mia tastiera e i suoi occhi scorrono veloci i dati sullo schermo. È il momento in cui siamo più in sintonia e io eseguo i miei compiti quasi simultaneamente con le sue istruzioni. Da qualche giorno ha iniziato a chiamarmi MCU: macchina a controllo umanumerico. E non mi dispiace.</p>
<p>di Massimo La Spina, Firenze (<a href="http://usermax.splinder.com/">http://usermax.splinder.com</a>)</p>
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		<title>Novantatré &#8211; A CIASCUNO IL SUO</title>
		<link>http://www.microcenturie.it/2010/02/25/novantatre-a-ciascuno-il-suo/</link>
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		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 08:10:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin3</dc:creator>
				<category><![CDATA[microcenturie]]></category>
		<category><![CDATA[el miedo escénico]]></category>

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		<description><![CDATA[Era il diciotto di agosto.
Antonio Proverbio aveva compiuto ottantatré anni.
Esattamente cinque anni prima si era stufato di stare sempre a casa davanti alla televisione con il plaid sulle gambe, che erano un po’ malferme e che non gli consentivano più la passeggiata sino al bar Monumento.
Antonio era conosciuto da tutti.
Chi era capitato in paese, per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Era il diciotto di agosto.<br />
Antonio Proverbio aveva compiuto ottantatré anni.<br />
Esattamente cinque anni prima si era stufato di stare sempre a casa davanti alla televisione con il plaid sulle gambe, che erano un po’ malferme e che non gli consentivano più la passeggiata sino al bar Monumento.<br />
Antonio era conosciuto da tutti.<br />
Chi era capitato in paese, per caso o per necessità, pensava che Proverbio fosse un modo di dire,  un soprannome. Ché lui, effettivamente, sin da quando era giovane, ne aveva uno per tutti. Invece no. Era proprio il nome suo. Quasi che, <em>nomen omen</em>, ci fosse un destino a governare il cammino degli uomini.</p>
<p>Di mestiere era falegname e alla sua bottega, in una traversa mancina di corso Italia, chi per una cosa chi per l’altra, erano passati tutti. Michele, suo figlio, invece, non si era mai sporcato le mani. Era entrato in banca lui. <em>L’occasione fa l’uomo ladro</em> ripeteva Antonio quando guardava Michele, che ricambiava pari sguardo dietro al suo paio di lenti spesse con la commiserazione e la saccenza che certi figli hanno verso chi pensa non abbia nulla da insegnar loro.<br />
Figuriamoci un falegname ad un ragioniere!<br />
Tonino e Marcello non ne avevano voluto sapere di studiare. Marcello era salito su a Milano a fare il pr nelle discoteche. Tonino era rimasto lì. E dopo le medie era andato a bottega dal nonno. Ora, la Falegnameria Artigiana Proverbio continuava la sua attività grazie al nipote.</p>
<p>Antonio, da cinque anni a questa parte aveva preso, dunque, a stare seduto, dalle undici del mattino sino alle sei di sera sulla seggiola fuori dalla porta di casa. Sole o pioggia, caldo o freddo, sotto la sua tettoia, guardava la gente passare. Faceva un cenno di saluto. Due parole. Un sorriso a chi gli portava un caffè o gli offriva una sigaretta o una pasterella, la domenica. E poi, ripeteva come una litania, quello che, per lui, aveva da essere il proverbio del giorno.<br />
<em>Signora Maria, chi dorme non piglia pesci.<br />
</em>Maria scuoteva il capo, che fra tre figli, Andrea, Matteo e Francesco, il marito, il lavoro di maestra, e la zia Carmela da accudire, quando mai poteva dormire…<br />
<em>Dite bene Antonio, dite bene</em>… e si allontanava.<br />
Il giorno appresso, Augustino fu il primo della giornata. Non s’era sentito bene ed entrava a scuola in ritardo, ma aveva la giustifica.<br />
<em>Corri corri, che la gatta frettolosa ha partorito i gattini ciechi.</em><br />
Mbè? Pensava lui, che m’importa? A me importa solo che non m’interroga la prof di italiano.<br />
E correva via.<br />
Ogni santo giorno che dio mandava in terra, c’era un proverbio che, da mane a sera, passava di bocca in bocca. Delicato come un bacio leggero che ti induce al sorriso, prima d’esser dimenticato.<br />
<em>Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi</em>… Livia ebbe un sobbalzo, che, forse, in paese si sapeva qualcosa della sua storia con Don Raffaele? <em>Uggesumariasantavergine</em>… qui bisogna stare attenti…<br />
Smorzò un saluto ad occhi bassi, come ogni colpevole colto in fallo.</p>
<p>La magia era che tutti si sentivano toccati dalle sue parole. Tutti, tra i propri fatti e i propri pensieri trovavano lo spazio per far accucciare il proverbio del giorno, come un gatto ai piedi del letto. E farci due considerazioni, una riflessione, una carezza. Un’alzata di spalle o un corrugar di fronte. E poco importava che si ripetessero, talvolta. Ché lui, Antonio, ne conosceva tanti, sì, ma era impossibile conoscere tutti i proverbi del mondo.</p>
<p>Il ventitre di agosto faceva un caldo da togliere il fiato.<br />
Antonio aveva un filo di voce che dipanava, schiarendosi la gola.<br />
Fino a sera, dispensò, con parsimonia, <em>rosso di sera bel tempo si spera</em>.</p>
<p>L’indomani mattina, il cielo aveva quel biancore di latte che sembra innervato di piccoli lumi.<br />
Chi alzava gli occhi, pensava che fosse finita l’estate. Ogni anno era così.<br />
All’improvviso si scurì il cielo dietro ai colli, poi i lampi squarciarono San Firmino Val di Taro a metà, come un’ascia, il ciocco.<br />
Fitta fitta venne a scendere acqua sopra tutte le cose.<br />
<em>Sì … bel tempo si spera… Antonio, ieri, proprio non ci ha preso</em>, pensavano tutti.<br />
La seggiola vuota fu un segnale.<br />
Antonio non s’era sentito bene.<br />
Alle 11.42, il dottor Baronio, medico condotto, abbassandogli le palpebre e asciugandosi una lacrima, ne certificò il decesso.<br />
<em>Ché, si sa, contano più gli esempi, che le parole.</em></p>
<p>di [[ el miedo escénico ]], Torino (<a href="http://caterpillar.splinder.com">http://caterpillar.splinder.com</a>)</p>
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		<title>Novantuno &#8211; Silenzio</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Feb 2010 08:14:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin3</dc:creator>
				<category><![CDATA[microcenturie]]></category>
		<category><![CDATA[Tamas]]></category>

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		<description><![CDATA[La casa è giù, giù in basso, e la valle è così stretta e profonda che agli abitanti della casa pare di essere al fondo di un imbuto; e sembra loro che la neve che scende ormai da quattro giorni scivoli giù  per i pendii ripidi e si raccolga tutta intorno alla loro dimora di pietra, fino a soffocarla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La casa è giù, giù in basso, e la valle è così stretta e profonda che agli abitanti della casa pare di essere al fondo di un imbuto; e sembra loro che la neve che scende ormai da quattro giorni scivoli giù  per i pendii ripidi e si raccolga tutta intorno alla loro dimora di pietra, fino a soffocarla nel bianco e nel silenzio. Ma sbagliano, perché c&#8217;è neve, ed è ormai molto alta, anche sulle creste che chiudono la valle e sul piccolo cimitero in cima ad una collina, che dona alle tombe una veduta piuttosto ampia su quest&#8217;angolino di mondo.</p>
<p>Dentro al cimitero ci sono le tombe di numerosi familiari e parenti morti nel corso dell&#8217;ultimo secolo; e dovrebbe esserci anche il nonno, ma non c&#8217;è. Non c&#8217;è  perché è morto quattro giorni fa, mentre i primi fiocchi facevano la loro comparsa al fondo dell&#8217;imbuto, e non c&#8217;è stato modo di portarlo via, con tutta questa neve; non c&#8217;è perché è ancora in casa, sdraiato sul letto, zitto zitto, e il suo silenzio si confonde con quello della neve e con quello della famiglia, che di là si scalda davanti al fuoco: qualcuno vi getta i gusci vuoti delle castagne appena estratte dalla cenere.<span id="more-1425"></span></p>
<p>Il prete ha fatto in tempo soltanto a somministrare i sacramenti, poi si è gettato fuori, in mezzo alla neve che già si ammucchiava, diretto alla sua chiesa in cima all&#8217;erta. Sono rimasti d&#8217;accordo che appena avesse smesso sarebbe tornato, e avrebbe accompagnato la bara nel tragitto verso il cimitero.</p>
<p>Per quattro giorni, tuttavia, non ha smesso di nevicare; e quando nevica il mondo si ferma e la natura smette di fare il proprio corso, per cui neanche ai morti è consentito prendere iniziative. Così, sotto la neve, il nonno è restato in casa, e per quei quattro giorni è rimasto ancora uno della famiglia. Di là sul letto, sia pure in silenzio, sembrava osservare i bambini annoiati e le donne che tiravano la sfoglia di polenta.</p>
<p>Poi ha smesso di nevicare, e allora è stato il momento di portarlo via. Gli uomini hanno fatto <em>la rotta</em>, scavando una via nella neve con pale e vanghe. Il prete non poteva però avventurarsi in fondo alla valle, con la neve che gli arrivava a metà tonaca e anche più su; allora dalle case vicine hanno urlato che avrebbe aspettato il morto su in alto, al cimitero, e chissà com&#8217;era arrivata quella notizia. In ogni caso, le donne e gli uomini della valle hanno accompagnato la famiglia e la bara grezza su per la salita: le donne hanno recato conforto con i rosari, gli uomini con le pale.</p>
<p>Com’è la norma dopo le lunghe bufere, il cielo era pienamente terso, e il freddo era acutissimo: i raggi ghiacciati del sole si infilavano nei panni rozzi e pesanti dei contadini come coltellate. La bara, la si portava a slitta o a spalla a seconda dei tratti; per quattro chilometri le donne hanno mormorato qualcosa nel latino delle campagne marchigiane, mentre gli uomini si sono sforzati di trascinare la bara e trattenere le bestemmie. Alla fine, il corteo accaldato e gelido ha raggiunto il cimitero, dove il nonno, calato in una buca nel terreno sgomberato della neve, è potuto morire anche socialmente, ed ha abbandonato la famiglia.</p>
<p>Il corteo funebre si è ritrovato in seguito nella casa in fondo alla valle, dove si sono date pacche sulle spalle e si è bevuto del vino rosso; il nonno, piantato nella terra, è rimasto in alto, a vegliare sui campi e i boschi dove vive e lavora la famiglia, dove è vissuto e ha lavorato lui. Un merlo nero è atterrato sulla tomba, attirato dalla terra smossa di fresco, ed ha zampettato un po’ in cerca di cibo; poi è sparito in tutto quel bianco. </p>
<p>di Tamas, Arcevia, Bologna (<a href="http://gattusometro.blogspot.com" target="_blank">http://gattusometro.blogspot.com</a>)</p>
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		<title>Ottantotto &#8211; Chilometro 37</title>
		<link>http://www.microcenturie.it/2010/02/23/ottantotto-chilometro-37/</link>
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		<pubDate>Tue, 23 Feb 2010 08:37:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin3</dc:creator>
				<category><![CDATA[microcenturie]]></category>
		<category><![CDATA[Carmine Vitale]]></category>

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		<description><![CDATA[Le  sedie sono addossate al muro in perfetto ordine.
Incolori. Solitarie. L’aria del primo pomeriggio sa di deserto e di provincia. Lontano si sente il rumore del treno come se fosse notte. Dalla strada si alzano  strisce di calore piene di immagini danzanti. Le serrande sono quasi tutte abbassate. Solo su una di queste  sedie, siede [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le  sedie sono addossate al muro in perfetto ordine.</p>
<p>Incolori. Solitarie. L’aria del primo pomeriggio sa di deserto e di provincia. Lontano si sente il rumore del treno come se fosse notte. Dalla strada si alzano  strisce di calore piene di immagini danzanti. Le serrande sono quasi tutte abbassate. Solo su una di queste  sedie, siede un ragazzo con i calzoni corti ,la faccia gonfia ,che fuma continuamente. All’improvviso ride, ma è un sorriso amaro pieno di pianto e di voci che gridano solo nella sua testa.<span id="more-1401"></span></p>
<p>Non ci si fa neanche  caso  in quella solitudine ma quel ragazzo ha una storia di paura alle spalle. Nera. Terribilmente nera.</p>
<p>Era sempre stato ribelle Nicolino detto o’pitone per la sua abilità di sgusciare, di schivare le situazioni pericolose</p>
<p>Un talento naturale per le occasioni mancate, per le storie che vanno dove non devono andare,inesorabilmente giù verso il fondo. Ma il tempo delle nostre piccole paure era  cosi lontano che non si riusciva a  vedere neanche all’orizzonte. Il cielo aveva lo stesso colore del mare per tutti  Lo stesso colore dell’incoscienza .</p>
<p>Poi sono arrivate le nuvole. Tutte insieme.</p>
<p> </p>
<p>Ci sono cose che mi piacciono tra i miei ricordi. Le pastiglie Valda la scritta Apotekhe il cinque luglio del Sarrià gli anni buttati il cielo bucato i pini marittimi i lapislazzuli gli sciarri gli zigomi le clessidre e le costellazioni gli azzurri dei disordini e i chiaroscuri  i limoni e il basilico il sistema solare le figurine panini</p>
<p>Ci potevi giocare pomeriggi interi con le figurine.</p>
<p>Soprattutto a’ pastora. Si giocava sul terreno battuto con la pastora che di solito era una pietra ricavata da vecchie mattonelle di marmo e si doveva colpire o’licchetto  un sasso al di sotto del quale c’erano le ambite figurine in modo da allontanarlo e allo stesso tempo coprirle con il proprio lancio</p>
<p>Nicolino era il migliore tra i guaglioni della piazza e quel terreno il regno dei  suoi trionfi. Aveva senso misurava le distanze le diagonali dava effetto alla pietra disegnava traiettorie impossibili ci sapeva fare bene. Maledettamente bene</p>
<p>Forse i primi rancori sono iniziati là</p>
<p>Tra le cose che mi piacevano.</p>
<p>Era stato capace di superare facilmente qualsiasi difficoltà</p>
<p>Come quel giorno in cui aveva sparato ai carabinieri solo perché lo avevano guardato una volta di  troppo, o quando aveva deciso che sul muretto di destra della piazza che costeggiava il vecchio municipio, nessun altro avrebbe potuto vendere liberamente la merce. E per farsi capire aveva lasciato li in bella mostra il suo coltellino che nessuno per giorni aveva osato toccare. Per anni interi quando passavo di lì mi salutava sempre  e mi ero abituato a lui come alle panchine smangiucchiate  dal sole agli alberi, alla fontanella del centro</p>
<p>Poi un giorno è scomparso.</p>
<p>La notte del 26 aprile 1986 il reattore numero quattro della centrale nucleare di Cernobyl  in Ucraina esplose Quella stessa notte con  la morte che si sparge portata dal vento, ci sono gli animali di una stalla a metà strada tra le campagne infestate  e le prime alture di una collina. Sono animali nervosi, furiosamente agitati.</p>
<p>Dietro questa baracca  fatta di lamiere e pali di legno marciti c’è una specie di spazio coperto alla vista da un folto mucchio di alberi. Tutt’intorno si leva forte la puzza degli escrementi mista a fango e foglie cadute dai platani</p>
<p>Si sente un lungo ululato e poi solo silenzio</p>
<p>La terra si apre. Come per magia</p>
<p> </p>
<p>Dalla collina  qualcuno vede scendere un fantasma</p>
<p>E’ un ragazzo ricoperto completamente di fango e terra che perde sangue dai piedi</p>
<p>Gli occhi bianchi sono le uniche stelle che splendono nella buio della notte.</p>
<p>Sono i suoi occhi</p>
<p>Sono gli occhi di  Nicolino</p>
<p>Qualche giorno prima è stato prelevato per strada e incappucciato con un sacco di tela umida e nera</p>
<p>E trascinato al luogo della sua sepoltura,ancora vivo</p>
<p>Sapeva troppe cose e dava fastidio</p>
<p>Per la sua arroganza per quella sua perfetta superiorità perché diceva in giro di  non aver paura di niente e di nessuno</p>
<p>Qualcuno dice che quella notte le urla hanno conteso gli spazi al silenzio. Altri invece che ridesse mentre gli sparavano ai piedi. Altri ancora che piangesse come un bambino mentre scavava la sua fossa.</p>
<p>Voci ,solo voci come quelle che adesso corrono nella sua testa</p>
<p>La verità è rimasta chiusa per sempre sotto quella terra insieme alle scorie e alle nostre figurine di carta</p>
<p>Tutto in una notte.cava sul terreno battuto; con la <em>pastora</em> si doveSiocava su</p>
<p>Ci sono cose che non mi piacciono tra i miei ricordi</p>
<p>Il quarto potere, il quinto ginnasio, il sangue sotto il sole,la puzza dei cavolfiori,il rumore del mare,le notti buie,le cattiverie,le fabbriche di pomodori,il primo bacio non dato.</p>
<p>Ho un  piccolo elenco di parole che sembrano essere andate fuori corso</p>
<p>Ci penso spesso quando mi arrivano giorni in cui il sole fa fatica a bucare le nuvole</p>
<p>Parole imparate su quel campo  di terra insieme alle regole del gioco</p>
<p>Come fossero vincoli assoluti in cui credere .</p>
<p>Parole per cui ridere morire vivere litigare</p>
<p>Dimenticate come le vecchie mille lire</p>
<p>Con quella faccia di Giuseppe Verdi che ti faceva compagnia e averne una soltanto in  tasca, quando arrivavi al campetto ,ti bastava a farti sentire  uguale a tutti gli altri  bambini.</p>
<p>Come una frontiera</p>
<p>Al riparo del bene e del male </p>
<p>Due di quelle parole dell’elenco</p>
<p>Pure. Semplici. Elementari.</p>
<p> di Carmine Vitale, Agropoli (<a href="http://carminuuu.wordpress.com/">http://carminuuu.wordpress.com/)</a></p>
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		<title>Ottantasette &#8211; Deserto</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Feb 2010 08:36:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[il cielo grigio compatto faceva da fondale ai tetti delle case. era l’ora delle cose imminenti. un istante di particolare inquietudine che E percepiva nettamente mentre, seduto in macchina, aspettava
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			<content:encoded><![CDATA[<p>il cielo grigio compatto faceva da fondale ai tetti delle case. era l’ora delle cose imminenti. un istante di particolare inquietudine che E percepiva nettamente mentre, seduto in macchina, aspettava<span id="more-1399"></span></p>
<p>giunti al loro quarto incontro il dottor M capì finalmente che la donna non avrebbe mai più parlato. infatti dopo un apparente miglioramento delle sue generali condizioni di salute, la donna prese a serrare le labbra e lo faceva sempre più spesso, in modo decisamente ostinato. scriveva con un pennarello nero poche parole oscure su un pezzo di carta. con fare incerto passava il foglio al dottore. la bocca chiusa, al momento del passaggio, piegava impercettibilmente verso l’alto. il dottore non sapeva decidersi, se fosse un sorriso o una smorfia di dolore</p>
<p>pensava spesso al corpo dei suoi pazienti. li immaginava stramazzati a terra. il corpo di rita ad esempio, grande quanto un soldo di cacio, se lo immaginava steso poco prima della macellazione. la moglie del dottore aveva deciso da sola per la blefaroplastica. continuava a ripetere al marito che avrebbe preferito sposarsi un buon chirurgo estetico invece di un neurologo. <em>se non altro avrebbe risparmiato i soldi dell’intervento</em>. lui nel sentire sempre le solite cose, alzava un minimo gli occhi dal giornale poi si alzava per raggiungere il tavolo della cucina e una volta seduto lì, cominciava a tracciare cerchi rossi su carta</p>
<p>questi individui, quasi tutti, stavano perdendo l’uso della parola, chi per la progressione della malattia, chi per scelta e chi per un imprevedibile buco scuro nella trama. ma del resto, che male facevano?</p>
<p>il corpo di rita lo ritrovarono giorni dopo, in una voragine secca nel deserto del mojave. il suo cadavere non era straziato, nè particolarmente sfigurato. stava semplicemente buttato lì dentro da troppe ore e l’espressione del viso era la solita di sempre solo con un occhio chiuso e l’altro aperto. quello aperto guardava fisso nella camera dell’operatore, piombato lì per nutrire il famelico telegiornale della sera. la notizia colpì il dottor M mentre tentava di concludere un cerchio rosso particolarmente impegnativo. fu come essere sputato a terra da un’astronave ancora in volo. mentre fissava l’occhio aperto di rita baluginare verso di lui dal tubo catodico, sentì la prima contrazione al petto. il dolore che lo stese a terra fu affilato come una lama. perse coscienza quasi subito mentre andavano in onda i jingle della pubblicità. su una caterva di smaglianti dentiere immerse in una specie di acqua frizzantina, il dottor M chiuse gli occhi e se ne andò.</p>
<p>di ferrugnoNudo, Firenze (<a href="http://www.ferrugnonudo.wordpress.com">www.ferrugnonudo.wordpress.com)</a></p>
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		<title>Ottantacinque &#8211; Qui non ci sono mai stato</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Feb 2010 08:14:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin3</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Lorenzo Esposito]]></category>

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		<description><![CDATA[Eccomi finalmente rasoterra, pronto a inventarmi nuove corde tese, deciso a inciampare nell’aria, ma rasoterra, con le due lunghe file di alberi e il viale senza arrivo. Ho messo un argine all’impazienza. Ho una casa e un uscio che danno su un viale bianco con ai lati due file di verdi alberi. Come un qualunque [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Eccomi finalmente rasoterra, pronto a inventarmi nuove corde tese, deciso a inciampare nell’aria, ma rasoterra, con le due lunghe file di alberi e il viale senza arrivo. Ho messo un argine all’impazienza. Ho una casa e un uscio che danno su un viale bianco con ai lati due file di verdi alberi. Come un qualunque cimitero (perciò, per questa mia innata pazienza, tutte le notti i morti salgono a ritroso verso la casa e il viale li risospinge inventandosi una corrente contraria). Si tratta di questo: non sono fuggito da nessuna città, semplicemente ho scelto un fiume, uno solo, e mi sono messo a guardare la lotta delle acque. E di questo: non ne è scaturita meno confusione. <span id="more-1387"></span>Se fossi un bambino sarebbe più facile, arriverei appena all’acqua. Invece qua sotto mi ci sono dovuto piegare, rinunciando al controllo sognato dall’altezza. Ad ogni modo è da qui che guardo, spaccandomi la schiena, ma non leverò gli occhi dal mio viale liquido e dalla sua compagna foresta. Apro la porta, aggiusto la sedia e guardo. Non è detto che questo significhi morire più di quanto ricordi il vivere. L’ho capito subito, appena ho cominciato a perdere il conto del territorio (avendo deciso di essere paziente, imparo a memoria ogni centimetro, ogni lembo di terra, ogni sassolino, ogni ruga di corteccia, ma basta cedere al sonno per risvegliarmi in un paesaggio completamente nuovo: allora ricomincio a contare). Ma è questa difettosità a darmi speranza. Posso dire: qui non ci sono mai stato, e vedere che effetto fa. Raccolgo un sasso, e mentre lo stringo nel pugno già misuro la distanza ottenuta fra il punto in cui cadrà e il rosso aggrappato nel palmo della mano. Il viale è il mio avversario, ciò che mi dà coraggio. È senza fine il viale, ma se la deve vedere con lo spazio delimitato della sedia su cui rimango fermo. Non è che non c’è via d’uscita, sono io che esito. C’è un segreto per questo: bisogna rinunciare alla possibilità, non rallegrarsi troppo di fronte al verificarsi del caso, ma imitarlo, come quando sta lì a aspettare il momento giusto. Solo così per esempio posso riprendere il conteggio: dimenticandomi di contare. Per questo sono così stanco, stanco come uno schiavo che porta pietre alla piramide, perché il compito della giornata era memorizzare quella fila di sassi raccolti sulla destra, appena sotto il mio piede immobile, che è come dire correre come un pazzo per la discesa o salire folle il sentiero più ripido. Forse la mia fortuna è che il problema è solo quantitativo. Ma questo non significa aver fiducia. Anzi, bisogna concedere al mondo le proprie incongruenze, convincendolo che sono le sue vittorie (ma questo è per chi sa stare dentro la luce impassibile che se ne sprigiona). Perdo fiducia al secondo sasso, nel momento stesso in cui ho ancora una volta ripetuto la parola uno. Sicuramente non è un caso che la luce sul viso mi abbia fatto leggermente arretrare. Ma se c’è un divieto, mi esercito a vietarlo (è vero o no, che chi cade d’istinto si rialza?). Non so se in me sopravvivono più soggetti, ma ho sempre la sensazione che questo non sia il posto giusto dove attraccare, che non è qui che getterò l’ancora. In balia delle correnti, mi domando quanto ciò riguardi la carne o lo spirito, chi dei due strisci silenzioso verso l’altro. E mentre domando sogno. Sogno una realtà in cui la mia sedia il mio viale alberato la mia casa non siano altro che quel modo comune usato da tutti per giustificare quell’altra realtà, cioè per impedirle di sopravanzarci, e sognare che ci sia ancora qualcosa da vedere. Sogno e penso: mi sto facendo piccolissimo, mi sbriciolo sotto quel minuscolo sassolino, eppure potermi concepire responsabile di un tale desiderio, mi conferma che non ho delimitato bene il mio campo. Ho confuso il limite con una riga da tracciare. Mentre mi concentro su quella zolla di terreno, percepisco altri milioni di colori e quel ramo spezzato dalla parte opposta e perfino la casa alle mie spalle. Non sono io l’essere. O non dovrei essere qui. La ragazza che ho abbandonato aveva un sorriso sprezzante e gli occhi tristi. Mi ricordo di aver letto una volta che la maggior parte dei racconti, senza bisogno di scriverla, finiscono con la frase “Dopo di che tornò al lavoro come se nulla fosse accaduto”.</p>
<p>di Lorenzo Esposito, Roma<strong> </strong>(<a href="http://www.loresp.wordpress.com">www.loresp.wordpress.com</a>)</p>
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		<title>Ottantadue &#8211; Calcinacci e polvere</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Feb 2010 08:21:47 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Fabrizio Centofanti]]></category>

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		<description><![CDATA[Oggi giornata strana: una corsa continua da un malato a un altro, da un moribondo a un altro. Certe volte l’universo mi sembra un edificio fatiscente che sta cadendo a pezzi, e l’incubo è che tocchi a me tappare le falle, arginare la materia franante, puntellare le crepe che avanzano. Oggi ero talmente stanco che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi giornata strana: una corsa continua da un malato a un altro, da un moribondo a un altro. Certe volte l’universo mi sembra un edificio fatiscente che sta cadendo a pezzi, e l’incubo è che tocchi a me tappare le falle, arginare la materia franante, puntellare le crepe che avanzano. Oggi ero talmente stanco che ho dato di matto: sulla Via del Mare un&#8217;auto mi ha stretto sul lato destro in malo modo. L’ho accettato tante volte, ma in questo giorno strano non potevo.<span id="more-1297"></span> L’ho superata e gli ho tagliato la strada. Era nera, e in lei vedevo il buio della giornata, l’oscuro del nemico, l’antagonista, il diavolo. La macchina voleva sorpassarmi, ma la costringevo all’esterno. Ha dovuto rientrare in carreggiata una o due automobili più avanti. A quel punto ha inserito le doppie frecce e si è fermata. Ne è uscito un omone di quelli che non vorresti mai vedere. Veniva verso me, come in un film western dove l’unica certezza è che ci scappa il morto. Si avvicinava con le braccia a mezz’aria per la mole del torace. Ormai era a due metri; sono sceso, guardavo l’energumeno e pensavo: un prete che fa a botte è una cosa che non quadra, potrebbe esserci qualche parrocchiano; mi tornavano alla mente i malati in attesa, il dolore e il buio della vita, l’edificio franante e fatiscente del mondo, l’assurdo dei tumori e degli ictus, le lacrime inutili dei cari, la mia voce lenta e bassa che cercava di portare conforto. L’omone insultava, minacciava, faceva segni come se volesse picchiarmi a due mani, ridurmi in polpette. Io neanche l’ascoltavo, pensavo ad altro, e così se ne n’è andato, sbattendo la porta della mia Micra 900. Prima, però, ho accennato a un vaffanculo, così, più per dovere che per altro. Allora è tornato: come, vaffanculo? Ma non ci credeva neanche lui. Il moribondo aspettava, sotto l’ennesimo crollo di calcinacci e polvere che alla fine è la vita.</p>
<p>di Fabrizio Centofanti, Roma (<a href="http://www.lapoesiaelospirito.it">www.lapoesiaelospirito.it</a>)</p>
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		<title>Ottantuno &#8211; Subito dopo</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Feb 2010 08:21:05 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Ugo La Bella]]></category>

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		<description><![CDATA[Mi basta tenerti la mano oggi per non sentirmi senza appoggi domani. Mi piace parlarti quando non puoi sentirmi, quando non puoi giudicarmi, quando non puoi rispondermi. Trovo delizioso il tuo tacere, il tuo dinamico non esserci ora che ho bisogno di raccontarmi. Ora che è il momento di ricordare al giorno che è passato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi basta tenerti la mano oggi per non sentirmi senza appoggi domani. Mi piace parlarti quando non puoi sentirmi, quando non puoi giudicarmi, quando non puoi rispondermi. Trovo delizioso il tuo tacere, il tuo dinamico non esserci ora che ho bisogno di raccontarmi. Ora che è il momento di ricordare al giorno che è passato che non è passato invano e che, sì, stiamo ancora insieme. Anche adesso. Adesso che è finita, che hai finito. Le lenzuola bagnate che ci dividono sono le stesse che hanno visto il momento dell’interezza, la storia di un incastro cercato come un rifugio e scoperto trappola subito dopo. <span id="more-1294"></span>Subito dopo che io non servivo, che se una parola è bastata per portarmi qui un silenzio mi allontanerà. Perché è devastante sentirsi vuoti e incapaci di dare. Vedere che gli altri ci riescono e tu vorresti ma non sai come si fa. Non sai se è il piacere che cerchi o se sei ad un altro livello, quello in cui il piacere non c’entra più, vorresti solo stare con qualcuno e vedere se qualcosa succede. Se si può essere necessari l’uno per l’altro, se si può respirare perché l’altro respira, in simbiosi col suo essere qui con te. E da nessun’altra parte. Si è addormentato subito dopo. Subito dopo essersi preso quel che gli interessava. Da quel momento io non servo, non ho funzione, non esisto. Non è colpa sua . Lo so. La meschinità maschile di non saper riconoscere la differenza tra le parole valore e prezzo l’ho accettata. Quel che non riesco ad accettare è il dovermi sentire così subito dopo. Subito dopo essermi data allo stesso modo in cui concederei a qualcuno di entrarmi in un sogno. Penetrami la mente e scovaci i non pensieri, i non voleri, i non saperi. Troveresti l’immagine di un uomo su una panchina. Legge il giornale e mi guarda giocare. Lo saluto. Mi saluta. Sì, ci sono anch’io. Piccola sullo sfondo. Amo l’uomo sulla panchina. E’il mio eroe, è il mio papà. Mi guarda giocare ma non gioca con me. Trova il tempo di vedermi cadere e di aiutare a rialzarmi. Rido e papà con me. Andando più a fondo scoverai una ragazza che guarda una piscina vuota. Non si tuffa ma non si muove dal trampolino. Come se cercasse un ultimo motivo per fare l’una o l’altra cosa. Pensavo fossi quel motivo. E mi sono tuffata, mi sono buttata. Mio padre starà ancora leggendo il giornale. Da qualche parte. Ho smesso di aspettarmi qualcosa da lui subito dopo. Subito dopo che ha smesso di chiedermi chi volevo essere e ha cominciato a domandarmi cosa volevo fare. Sì, ma adesso cosa voglio fare. Lo scopro ora. Mentre mi alzo dal letto, raccolgo i vestiti e accolgo il freddo che mi punge la pelle come una sfida. E’il tempo del freddo. Sono pronta. Quando arriverà il caldo, qualcosa forse si scioglierà ed io mi scioglierò subito dopo. Subito dopo essere uscita da qui, essermi seduta su una panchina con in mano un gelato a guardare i bambini che giocano. Penso che mi alzerò e giocherò con loro, subito dopo. Subito dopo la fine del gelato. Subito dopo l’inizio di me.</p>
<p>di Ugo La Bella, Torino</p>
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