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	<title>Microcenturie &#187; admin2</title>
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	<description>estuario per romanzi fiume di breve corso</description>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 08:00:21 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il progetto è giunto a compimento in data 1 marzo 2010, con la pubblicazione della centuria n. 99. Auspichiamo che i molti contributi inviati e non pubblicati perché eccedenti il numero previsto vengano comunque smarriti negli interstizi del reale. Il bisogno del mondo di essere raccontato non ha termine mai.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><em>Il progetto è giunto a compimento in data 1 marzo 2010, con la pubblicazione della centuria n. 99. Auspichiamo che i molti contributi inviati e non pubblicati perché eccedenti il numero previsto vengano comunque smarriti negli interstizi del reale. Il bisogno del mondo di essere raccontato non ha termine mai</em>.</span></p>
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		<title>Novantanove &#8211; Liberatore V.</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 08:03:33 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Antonio Vigilante]]></category>

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		<description><![CDATA[Il vento di marzo porgeva al fiuto dei signori il profumo dei tempi nuovi e sibilava sulla schiena curva dei cafoni con una carezza gelida, presagio di sventura, di un volgere ancora più triste di quella faccenda affannosa e senza grazia che era ed è lo stare sulla terra, lo stare nella storia. Aggrappati al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il vento di marzo porgeva al fiuto dei signori il profumo dei tempi nuovi e sibilava sulla schiena curva dei cafoni con una carezza gelida, presagio di sventura, di un volgere ancora più triste di quella faccenda affannosa e senza grazia che era ed è lo stare sulla terra, lo stare nella storia. Aggrappati al monte con la tenacia e l’energia degli organismi primitivi, chiusi nel carcere delle quattro vie d’un borgo che si palesava cacato dal nulla &#8211; più delle altre vie e città e volti, voglio dire -, i cafoni assistevano da sempre al naturale svolgersi degli eventi con la pazienza e l’indifferenza degli animali da cortile; epperò qualcosa quell’anno stava cambiando, e te ne accorgevi da una parola in più nel parlare essenziale delle donne, da una nota più lunga, più ansiosa quando chiamavano i bambini, da un innaturale affrettarsi all’uscita dalla chiesa.<span id="more-1485"></span> I ritmi avevano subito qualche cambiamento appena percettibile, l’usata trama del vivere mostrava qualche tema nuovo, e qua e là compariva un lieve strappo, un tratto liso, mentre i signori, chiusi nelle giamberghe, sembrano risplendere più che mai nella natura loro &#8211; che era, indefettibilmente, di due generi: austeri, impassibili e lontani alcuni come statue, grassi, rosei e gioviali come porcelli gli altri. I primi ai cafoni mettevano una paura fottuta, roba da scappar via alla fontana, da abbassare lo sguardo come vergini, da farsi muti come pesci. Gli altri stavano tra i cafoni come cani da guardia tra le pecore al pascolo, di tutto lieti, allegri come lo stare al mondo fosse una festa, fraternamente ironici coi cafoni, delle cui mogli sorelle e figlie non disdegnavano di apprezzare le cosce e le zinne. D’un genere suo, anzi privo di qualsivoglia genere, unico nel suo esser-così, era Liberatore.</p>
<p>A chiedere in giro, difficilmente avresti trovato qualcuno capace di dirti come e quando precisamente era comparso quel cristiano alto e smunto, come roso dentro da una irragionevole tristezza, seccato dal fastidio di campare, eppure capace di un suo sorriso tragico, che alla gente pareva contenere una qualche oscura minaccia. Nessuno ricordava i parenti suoi, o di averlo visto giocare, criaturo tra i criaturi, nelle fangose vie del paese. Era, il suo stato, quello dei signori, ma pareva averlo rifiutato con una decisione di cui sfuggiva il perché. Se ne stava per suo conto, viveva la sua vita solitaria dove il paese si spegneva nella campagna, rintanato in un buco di cui s’ignorava il decoro, l’ampiezza, la decenza, poiché nessuno poteva vantarsi d’aver bevuto un bicchiere di vino oltre quell’uscio. Liberatore era l’esattore delle imposte. Il suo lavoro consisteva nel togliere ai cafoni quel poco che avevano. E’ un lavoro che può dare le sue soddisfazioni, soprattutto se fatto da un porcello di quelli che s’è detto: la soddisfazione di chi dà una mano al procedere logico della civiltà, che nulla ha da attendersi dai cafoni, se non che contribuiscano come possono al benessere di quelli che sanno cosa farsene dei trenta, quaranta o cinquant’anni che stanno tra il pianto della nascita e quello della morte. Ma Liberatore non provava nessuna soddisfazione. Avresti detto che bruciava di compassione per quella gente sporca e bastarda, e che si fosse imposto quel lavoro come una croce da portare sulle spalle per pagare chissà quale colpa compiuta in quel passato buio nel quale nessuno riusciva a scorgerlo.</p>
<p>Accadde una mattina, a metà mese. Una mattina di domenica. Una mattina fredda, epperò limpida, senza tormento di nuvole o battere di pioggia a frapporsi tra il qui e l’oltre, tra il dire e l’ascoltare. Coglionato da tre o quattro ragazzetti dei più cenciosi e stronzi sputati in strada dai bassi, Liberatore se ne venne allo slargo davanti alla chiesa del Purgatorio, lì dove scura una fontana emergeva dal pantano. Si fermò, mentre i figli di zoccola si disperdevano in un vicolo, e guardò le donne alla fontana. Erano quattro, una anziana, chiatta, il cui puzzo di lardo e sudiciume giungeva fino ai margini dello slargo, le altre tre ragazzette spinose e ostili come fichi d’india.</p>
<p>di Antonio Vigilante, Foggia  (<a href="http://minimokarma.blogsome.com/">http://minimokarma.blogsome.com</a>)</p>
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		<title>Novantasette &#8211; Caro Gloriagloom</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Feb 2010 08:25:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin2</dc:creator>
				<category><![CDATA[microcenturie]]></category>
		<category><![CDATA[Artur Scantini]]></category>

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		<description><![CDATA[Caro Gloriagloom,
Se è vero che esistono la dislessia, la disgrafia e la discalculia, io ho sempre avuto la disvinculia. Mi disorientano gli svincoli delle strade, per quello decisi di vivere in campagna. Niente asfalto e niente svincoli, mi sembrava ci fossero meno nodi. E&#8217; così che sono sparito, ma in fondo non è stata una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 15px"><span style="font-family: Lucida Handwriting ">Caro Gloriagloom,<br />
Se è vero che esistono la dislessia, la disgrafia e la discalculia, io ho sempre avuto la disvinculia. Mi disorientano gli svincoli delle strade, per quello decisi di vivere in campagna. Niente asfalto e niente svincoli, mi sembrava ci fossero meno nodi. E&#8217; così che sono sparito, ma in fondo non è stata una fuga vera. In questo momento sta calando piano il sole e le zanzare della notte danno il cambio a quelle del giorno. Anche i pensieri della notte danno il cambio a quelli del giorno, a quelli visibili nel campo, al sogno del trattore e delle semine. Ieri la luna sembrava una zuppiera di pop corn sul punto di debordare, ma tu piuttosto avresti detto che aveva l’osteoporosi.<span id="more-1325"></span><br />
Ti ricordi, io sapevo che non avrei mai fatto alcun tipo di carriera, tu invece dicevi che un giorno avrei diretto una struttura complessa di sette trattori. Eccomi qui, naturalmente non dirigo niente, e a volte mi sento inutile come un impianto di irrigazione nella foresta pluviale. Al posto del trattore ho una piccola motozappa arancione, va a gasolio, ed è piuttosto lei che dirige me. A me piace seguirne il solco, l’odore, spesso ci vengono dietro una decina di galline, cercano i loro grossi bachi nella terra rivoltata. Tutti insieme facciamo un bel corteo. “Sogni bagnati ci remano contro”, quel racconto che iniziavo e non finivo mai adesso lo chiamerei “cronache dal mondo inzuppo”, e naturalmente non lo finirei. Qui piove spesso e ormai non mi ubriaco più col vino o con la birra. Bevo la pelinka, il padre peppe, il nocino. Le droghe no, lo sai, le ho sempre rifiutate, ricordi quando dicevamo quanta tristezza un contadino che usa la cocaina, oppure un contadino in una chat room. A proposito di chat, come vedi, questa lettera la scrivo a mano perchè un po’ di tristezza, a pensarci, la fa anche un contadino che manda le mails.<br />
Sono qui, e quando viene la sera a volte ti penso, mi vengono questi pensieri sconclusionati, sarà la solitudine, a volte mi viene da sorridere , mi metto a leggere sul divano. Qualche volta mi viene anche un poco di quella tristezza, ed è allora che magari bevo qualche bicchierino di quei liquori strani, come il kapriol , ti ricordi il kapriol?. Ricordi il vecchio sogno di fare il vino? I sogni ho imparato a ridimensionarli, non ancora ad abbandonarli. La vigna qui è piccola, non mi azzardo a vendemmiarla, non so se è pudore o pigrizia, e per ora faccio la birra. E’ divertente, se un giorno verrai a trovarmi sono sicuro che ti piacerà, farla e berla. E’ bello macinare i grani, misurare le temperature, è bello, specie la notte col silenzio sentirla fermentare, ricordi i discorsi sui fermenti, sul vivido, sul lavorio dei microrganismi, i cicli, la vita. E’ la vita che ci cresce accanto, la osservo tutti i giorni, tutte le settimane guardo i germogli. Mi piace perchè sono cicli e non rotatorie. Adesso riesco ad osservare anche questo mio isolamento, e so che finirà senza morire, si trasformerà in un&#8217;altra stagione e cosi via, fino a quando… Non è che ho voglia di raccontarti tutto, tutto quello che è successo, che ci faccio qui e perché sono sparito quel giorno. Soltanto lo osservo, come osservo gli innesti, che a volte prendono ed altre no, e le gemme in questa stagione, quelle che daranno frutto e quelle legno. Ricordi il vecchio discorso della voce bella delle ragazze irlandesi che fanno il pane in casa, osservo così.<br />
Ad esempio stamane mi sono svegliato che la radiosveglia trasmetteva in una lingua incomprensibile. Era come se la sintonia stesse miscelando un notiziario di radio carinzia ed uno di radio reikiavic (ammesso che si scriva così). Ho avuto la precisa, certo non nuova, percezione di un’altra giornata che inizia ed io non ci capisco un cazzo. Ma poi ho sentito invece l’inizio di qualcosa, sentivo dabbasso il rumore che fa il gorgogliatore della birra e da qualche parte è nato il pensiero di scriverti.<br />
Se fossimo sostanze disciolte tu saresti il litio, io probabilmente il berillio. Sono sempre stato contro la specializzazione, a volte mi sento come quei ragazzi che guardano il cielo con un telescopio giocattolo, pianto a terra salcini per aumentare la quantità di giallo-arancione di questo nostro mondo. Oggi è stata una giornata strana, con una luce a risparmio energetico, la terra era un po’ secca, come le mani quando fa freddo e ti verrebbe voglia di dargli la pomata. Sono passati due anni, anche di più, e sento che è il momento giusto.<br />
Ieri ho sognato che chiedevo ad un girasole cosa ne pensa della luna. So che domani riprenderò a sognare di jazz e incontrerò Miles nei suoi giri allucinati in cerca di puttane, poi sognerò Lady Day senza denti. So che dopodomani farò il Vino del Mastro Birraio, perché sono sempre stato contro le specializzazioni e mi piace ancora essere un dilettante. Adesso so che presto ci rivedremo e ci faremo delle risate, parleremo delle trattorie con le pergole, del vino buono, sparleremo dei grandi ristoranti, di tutta quella finta eleganza e di quelli che scrivono terroir e surmaturo ed hanno sempre le unghie pulite.<br />
A presto Gloriagloom, ti abbraccio forte e ti aspetto qui a primavera ormai inoltrata. Mi raccomando, porta l’ultimo disco che stai ascoltando. Se c’è una cosa che qui mi è mancata è stata la musica. Se c&#8217;è una cosa più triste di un contadino con la radiosveglia è un contadino senza lo stereo.<br />
</span></span></p>
<p><span style="font-size: 17px"><span style="font-family: Lucida Handwriting "> Sincerely A. Scantini </span></span></p>
<p>di Artur Scantini, Empoli (<a href="http://arturscantini.splinder.com/">http://arturscantini.splinder.com/</a>)</p>
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		<title>Novantacinque &#8211; Kochise</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Feb 2010 08:23:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin2</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Euro Carello]]></category>

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		<description><![CDATA[Il silenzio è freddo e buio, le scarpe schioccano sull&#8217;asfalto umido, scivolano sul pavé. Un cane con un orecchio storto fruga in un angolo del portico tra le cartacce ammucchiate dal vento che viene dal Po.

Le scritte nere sul muro dicono &#8220;V. ama S.&#8221; e &#8220;andate tutti affanculo&#8221; e &#8220;mi resterai sempre nel cuore&#8221;, ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il silenzio è freddo e buio, le scarpe schioccano sull&#8217;asfalto umido, scivolano sul pavé. Un cane con un orecchio storto fruga in un angolo del portico tra le cartacce ammucchiate dal vento che viene dal Po.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p>Le scritte nere sul muro dicono &#8220;V. ama S.&#8221; e &#8220;andate tutti affanculo&#8221; e &#8220;mi resterai sempre nel cuore&#8221;, ma il nome non si legge più.<span id="more-1453"></span></p>
<p>La saracinesca del bar liberty scende fragorosamente, frammentando in losanghe sbilenche il cono di luce sulla piazza. L&#8217;eco si smorza subito contro le arcate grigie.</p>
<p>Dal ponte sale una nuvola umida che rende opachi i lampioni, gocciola sui capelli e sui vestiti, ma le rotaie si vedono bene. Lucide diritte vengono fuori dalla Gran Madre, vomitano l&#8217;ultimo tram che cerca il deposito e salta la fermata.</p>
<p>Il ragazzo ha i capelli lunghi da indiano e una bandana rossa che gli stringe le tempie e cammina incerto vicino al muro, guardando sempre in terra.<br />
Ogni tanto si ferma e si appoggia con la mano all&#8217;intonaco scrostato, ma gli occhi non li alza mai. Il giubbotto grigio è vecchio e sporco di grasso, i jeans sono strappati sul ginocchio, a ogni passo si vede spuntare la pelle chiara. Lui ha l&#8217;aria stravolta e parla a bassa voce, dice <em>&#8220;la legge è uguale per tutti, cristo, io ho fatto tre anni dentro, la legge è uguale per tutti&#8221;.</em></p>
<p align="center">
<p>di Euro Carello, Nichelino, Torino   (<a href="http://www.eurocarello.it/">www.eurocarello.it</a>)</p>
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		<title>Novantadue &#8211; Anfri</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 06:51:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin2</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Sgnapisvirgola]]></category>

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		<description><![CDATA[Tac-tac-tac,  tre colpi secchi per compattare il tabacco appena rollato.  E’ un’arte.
Felice è appoggiato alla colonna vicino all’ingresso del Cinema Corso, col capo reclinato e quasi totalmente nascosto dal Borsalino grigio scuro. Il bavero del cappotto è alzato, fa molto  freddo.
Brenno come ogni  mercoledì,  torna dal turno in fabbrica a cavallo della sua  rossa  bicicletta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tac-tac-tac,  tre colpi secchi per compattare il tabacco appena rollato.  E’ un’arte.<br />
Felice è appoggiato alla colonna vicino all’ingresso del Cinema Corso, col capo reclinato e quasi totalmente nascosto dal Borsalino grigio scuro. Il bavero del cappotto è alzato, fa molto  freddo.<span id="more-1431"></span></p>
<p>Brenno come ogni  mercoledì,  torna dal turno in fabbrica a cavallo della sua  rossa  bicicletta e lo guarda  mentre gli passa accanto:- Ehi <strong><em>Anfri,</em></strong> anca sta’ sìra  ‘nà morosa nova?(1)<br />
Felice gli fa un cenno con la mano e alza le spalle sorridendo.<br />
Brenno è un vecchio amico d’infanzia che gli vuole molto bene. Fu lui ad aiutarlo a cercare Silvia, la sua fidanzatina, dopo il  bombardamento del giugno del ’44. La trovarono morta, senza un graffio, riversa su un tavolo della Bocciofila, forse un colpo al cuore per la paura.<br />
Fu Brenno ad aiutarlo a seppellirla, a confortarlo nei giorni e nei mesi a seguire, quando lui, dalla disperazione, voleva andare coi tedeschi. Brenno e sua moglie, l’Alina, in quel periodo lo invitarono tante volte a casa loro, a pranzo e a cena, tanto che sua mamma Bruna gli chiedeva se sapeva di avere ancora una madre al mondo. Ma anche se a sua madre Felice ha sempre voluto bene, era con Brenno e Alina che  riusciva a parlare di nuove prospettive di vita, di viaggi in America, e chissà, in futuro, anche un nuovo amore.  Sono passati anni, da allora. Ora è da un po’ che non va a cena da loro, l’Alina è all’ottavo mese di gravidanza e si stanca presto con altri due figli e il marito da accudire.</p>
<p>Tac-tac-tac ancora tre colpi secchi per compattare il tabacco.  Una bella boccata piena e le volute di fumo, fuoriuscendo sinuose da sotto la tesa del cappello, si perdono in alto velocemente.<br />
:- <strong><em>Anfri</em></strong>, ‘stà sira l’è la volta d’là Sofia? (2)<br />
Ennio, il custode del palazzo di fronte al cinema, ogni sera alle dieci  in punto, prima di andare a dormire, esce per guardare chi c’è in strada, e controllare che sul muro del palazzo non ci siano scritte pericolose. Fu lui ad essere picchiato perché qualcuno scrisse nell’ingresso:- L’ENNIO E UN FASISTA!!<br />
Lui non fu mai fascista, nemmeno partigiano. Ennio non fu mai niente, ma questo, quel giorno, lo pagò  quasi con la vita. La guerra ti scova, anche se vuoi essere invisibile.<br />
Non è suo amico, ma non si nega il saluto a nessuno, così gli ha insegnato la Bruna, per cui Felice gli fa un cenno di assenso col capo.<br />
:- Mè a preferès la forastèra, com l’as-ciàma? La Ingrid. Colà sé c’l’è boùna! (3)<br />
Esclama Ennio prima di girare sui tacchi e rientrare nell’androne, alzando il braccio in forma di saluto.<br />
:- Eh no! Esclama il dottor Fanti, che nel frattempo è uscito dal bar, : La mè preferida l’è seimper la Gina, belà c’me’l sol! (4) &#8211; Dai Felice, perché non vai anche tu in America a fare un bel viaggio?<br />
Gli chiede sorridendo, dandogli una pacca sulla spalla.<br />
:- E smettila di aspettare  che escano le attrici del cinatografo! Non possono uscire dallo schermo, quelle rimangono lì, anche per il giorno dopo e quello dopo ancora. Vai alla balera sabato sera e cerca una ragazza che ti piaccia e chiedile di uscire. Felice, Felice, ti voglio sposato entro la fine dell’anno!<br />
Il dottore del paese, sorridendo, si allontana con passo deciso, fino a scomparire nel buio della piazza.</p>
<p>Tac-tac-tac tre colpi secchi per compattare il tabacco. Sofia e Gina e Ingrid non potranno uscire nemmeno questa sera, e nemmeno domani sera e mai.<br />
<strong><em>Anfri</em></strong> in cuor suo, questo l’ha sempre saputo, ma era una buona scusa per continuare a sognare e non soffrire più. Questo avrebbe voluto rispondere al dottore, che la fa così facile.<br />
Magari, glielo dirà un’altra volta.<br />
Nella fioca luce dei portici, echeggiano le note storte del violino dell’insonne Marino, il fornaio, che avrebbe voluto diventare come Paganini.<br />
Lui e Marino in fondo sono molto simili, storti alla vita, come le note del violino.<br />
Felice accende la sigaretta e un bagliore di fuoco illumina la punta del naso aquilino. Tra poco finirà la proiezione e potrà tornare  a casa.<br />
La Rosa lo guarda dalla finestra là in alto, scuote la testa e pensa:- Pòver fiol…</p>
<p>(1) Anfri, anche questa sera una fidanzata nuova?<br />
(2) Anfri, questa sera è la volta della Gina?<br />
(3) Io preferisco la straniera, come si chiama? La Ingrid. Quella sì che è bella!<br />
(4) La mia preferita è sempre la Gina, bella come il sole.</p>
<p>di Sgnapisvirgola, Reggio Emilia   ( <a href="http://sgnapisvirgola.splinder.com/" target="_blank">http://sgnapisvirgola.splinder.com</a>)</p>
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		<title>Novanta &#8211; Tracce</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Feb 2010 08:04:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin2</dc:creator>
				<category><![CDATA[microcenturie]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Pelliti]]></category>

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		<description><![CDATA[Ieri non sono riuscito a ritrovare la strada di casa. Mi sono perso. E più la cercavo più mi perdevo. Più mi perdevo, più le persone, per strada, mi sembravano avercela con me, mi spiavano, mi osservavano di sottecchi: dai portoni, dalle vetrine dei negozi, dalle serrande mezze abbassate degli alimentari della zona vecchia…..e più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>I</em><em>eri non sono riuscito a ritrovare la strada di casa. Mi sono perso. E più la cercavo più mi perdevo. Più mi perdevo, più le persone, per strada, mi sembravano avercela con me, mi spiavano, mi osservavano di sottecchi: dai portoni, dalle vetrine dei negozi, dalle serrande mezze abbassate degli alimentari della zona vecchia…..e più chiedevo informazioni, più i nomi, le svolte, gli incroci si accatastavano nella mia testa come un rosario recitato in una lingua straniera</em>&#8230;<span id="more-1412"></span> Così diceva Valdambrini rivolgendosi al mezzo busto di Vittorio Emanuele II piazzato al centro dei giardini della stazione. E anche lui, il busto, non sempre era riuscito a resistere alla tentazione di cambiare cifre e lettere; ma era stata una cosa passeggera, le strade l’avevano convinto solo per poco a partecipare al loro piano inumano. Le altre persone, invece, sembravano camminare senza nessun problema tra i palazzi del centro storico, le piazze, i vicoletti, le corti. Anzi, passeggiavano di gusto, fermandosi in conversazione, spesso a piccoli gruppi e senza far caso all’apparire e scomparire continuo dei nomi delle strade. Solo Cosimo sentiva questo maleficio come dedicato a lui specificatamente: personale supplizio di uno spaesamento permanente, per lui, unico superstite lettore dei nomi delle vie. La gente, intanto, conversava nella totale noncuranza della toponomastica mobile, educata ormai da antica abitudine a non volerne sapere più niente del perché e del percome d’un nome, o d’un cognome d’una via; e neppure si sapevano più usare  gli antichi toponimi descrittivi pure preesistenti alla nominazione dei “vincitori” di varie stagioni storiche e sociali: ormai tutto era sostituto, nell’uso, da negozi, bar, locali notturni, catene della grande distribuzione. Perso ogni interesse per musicisti, geografie, patrioti, santi e poeti, i più si destreggiavano dentro stradari approssimativi fatti di “verso”, “intorno”, “ di fronte”, “dietro”, “dalle parti di”, cui seguivano i nomi di boutique di abiti usati,  pizzerie e antiquari, autosaloni e gallerie d’arte, ferramenta faraoniche e cattedrali di scarpe ginniche. Dentro alla natura interstiziale della città &#8211; lo spazio tra due palazzi occupato da un chioschetto di alimentari abusivo, o abusive sono le due banche che gli stanno accanto? –  i nomi e le etimologie dei toponimi si dissolvono con rapidità, spinte dal gigantismo di marchi, insegne luminose, tracce ingombranti di un presente che sente ogni traccia di passato come un ingombro.</p>
<p>di Matteo Pelliti, Pisa  (<a href="http://www.coltisbagli.it/" target="_blank">www.coltisbagli.it</a>)</p>
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		<title>Ottantanove &#8211; La prima e l’ultima</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Feb 2010 08:03:20 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Manuela Ardingo]]></category>

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		<description><![CDATA[La donna, venticinque anni o giù di lì, affrettava il passo dietro a quello di un uomo: poco più avanti, poco più grande. L’uomo aveva un’aria tranquilla, nonostante l’ansia che precipitava i suoi piedi. Indossava un piumino invernale e sudava. Era infatti primavera inoltrata, e i capelli della ragazza erano coperti da un più appropriato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La donna, venticinque anni o giù di lì, affrettava il passo dietro a quello di un uomo: poco più avanti, poco più grande. L’uomo aveva un’aria tranquilla, nonostante l’ansia che precipitava i suoi piedi. Indossava un piumino invernale e sudava. Era infatti primavera inoltrata, e i capelli della ragazza erano coperti da un più appropriato fazzoletto a fiori.<span id="more-1407"></span> La sua gonna lunga, a sfiorare l’asfalto, raccoglieva il mondo sui marciapiedi di Roma. La donna sembrava nervosa; ma quando l’uomo si girò verso di lei e le disse che avevano un po’ di tempo per mangiare qualcosa, pensammo che fosse solo fame. Lui era fermo, sul marciapiede in salita, col fiatone. E, quando lei lo raggiunse, le diede un piccolo bacio sulla fronte. Non vorrai farmi far tardi, lo sai che è importante,<em> </em>disse. Lo so, scusa, sono un po’ emozionata, sorrise lei<em>.</em></p>
<p>Era la prima volta che la donna lo accompagnava in un’occasione importante, lo capimmo più tardi. La prima e l’ultima, scherzò l’uomo.</p>
<p>Ci passarono accanto, noi eravamo fermi sotto un lampione a decidere se entrare o meno. Si misero in fila e lei, in punta di piedi, cercò di leggere dai grossi menu vicino alle casse. Un uomo che parlava al cellulare mentre avanzava col suo vassoio pieno, perse per un attimo il controllo e la sua bibita dietetica si impastò per terra su un mare di patatine e tovaglioli di carta. Lui, senza smettere di parlare, col cellulare incastrato tra orecchio e clavicola, raccolse il possibile e si mise seduto. Mentre noi ci decidevamo ad entrare.</p>
<p>Nel fastfood non si respirava, era un sabato, cominciava a far caldo. Decine di zainetti pieni di scritte scolorite si accatastavano in un mucchio vicino all’ingresso, sollevando briciole di polvere che scintillavano al sole. Io avevo la nausea. Io decidevo in quel momento di non voler mangiare più. Proprio mai più. L’atto del mangiare mi sembrava all’improvviso sporco, unto e privo di qualsiasi naturalezza. Le grosse vetrate, all’interno del locale, facevano il resto. Un malessere senza ossigeno filtrava sul vociare tipico di certi ambienti. Non lo sforchettìo concentrato da ristorante, non il rumore allegro dei piattini del caffè dei bar: il vociare dei fastfood è diverso, è di plastica. E’ un rumore distratto e senza scampo: tutto quello che vi si consuma è già stato consumato e non richiede più attenzione.</p>
<p>Intanto la donna e l’uomo stringevano il loro vassoio e camminavano tra tavoli pieni di avanzi per cercare un posto. Trovarono un piccolo tavolino al sole, ingombro di bottiglie a metà e tovaglioli sporchi di ketchup. La donna li mise su un vassoio e fece per buttarli. Ma i cestini per l’immondizia erano strapieni e un ragazzo che, con uno straccio grigio, puliva i resti della bibita dell’uomo col cellulare le fece cenno di lasciarlo lì. Sul muretto accanto alla fila di gente, sul muretto accanto a me. Così tornò al tavolo, lui mangiava già.  Ad ogni morso la salsa barbecue del suo panino sussultava e riempiva la carta in cui era avvolto fino a strabordare.</p>
<p>Il sole non dava tregua. In momenti come questi l’odio è l’unica medicina, pensavo. La misantropia, l’unica religione. Non è vita questa, pensavo, non con un rinascimento come il nostro alle spalle. E intanto avanzavo nella folla accaldata di ragazzini appena usciti da scuola. Ero decisa a prendere una spremuta d’arancia, non di più. Solo per non fare sempre quella che dice no. Mentre pensavo a quanto trovavo fuori posto quelle che prendono una spremuta d’arancia mentre gli amici mangiano quello che c’è, realizzavo che non so stare al mondo. E che se non ci so stare, forse sarebbe meglio non starci. Tutti lì dentro sembravano al posto giusto al momento giusto, io no ed ero pronta a sentirmi male per dimostrarlo.</p>
<p>Poi, con la coda dell’occhio, ho visto un forte bagliore. Qualcosa di più lucente della luce che squagliava tutto. E un urlo. L’uomo era salito in piedi sul tavolo e col piumino aperto e pieno di strani tubetti metallici, recitava qualcosa in una lingua che non capivamo. Ma di cui, non so come, intuivo il senso. E forse anche gli altri, visto che con le mandibole finalmente ferme, ascoltavano in silenzio. Poi si chinò verso la donna che, ancora seduta, lo guardava orgogliosa. Le diede un bacio sulla fronte e tirò una corda. O una levetta. O spinse un bottone, non so. Dopo un secondo un boato enorme mi buttò per terra, le vetrate andarono in mille pezzi e un fiume di Coca Cola si mischiò al mio sangue proprio davanti ai miei occhi. E, mentre da fuori arrivava il suono distorto di mille sirene, tutto finì come doveva.</p>
<p>Persino la mia nausea.</p>
<p>di Manuela Ardingo, Roma (<a href="http://mardin.blogs.com/">http://mardin.blogs.com</a>)</p>
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		<title>Ottantasei &#8211; Sale. Zucchero.</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Feb 2010 08:30:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin2</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Paolo Franchini]]></category>

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		<description><![CDATA[Questa mattina mi sveglio e lo zucchero nel barattolo è quasi finito. Lo riempio dal sacchetto. E se avessi sbagliato barattolo? Quello del sale è della stessa forma. Fortunatamente non  ho sbagliato, ma la scritta è quasi cancellata, praticamente illeggibile, perciò prendo un pennarello nero, ripasso la scritta: &#8220;Zucchero&#8221;. Poi allora anche &#8220;Sale&#8221;, &#8220;Caffè&#8221;. Ci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa mattina mi sveglio e lo zucchero nel barattolo è quasi finito. Lo riempio dal sacchetto. E se avessi sbagliato barattolo? Quello del sale è della stessa forma. Fortunatamente non  ho sbagliato, ma la scritta è quasi cancellata, praticamente illeggibile, perciò prendo un pennarello nero, ripasso la scritta: &#8220;Zucchero&#8221;. <span id="more-1394"></span>Poi allora anche &#8220;Sale&#8221;, &#8220;Caffè&#8221;. Ci prendo gusto. Acqua, fette biscottate, olio di semi, finestra. Vorrei non fermarmi più, mettere un’etichetta a tutti gli oggetti della casa. Tutti, non escludere nessun oggetto o componente dello stesso. Porta, pavimento, interruttore, tappo del dentifricio. Ognuno con il suo nome scritto sopra. Foglia, scarico, battiscopa, intonaco, iride.</p>
<p>Perché? E soprattutto quanto ci vuole a fare questo? Bisogna razionalizzare l’operazione. Non si può accettare un lavoro fatto male o in troppa fretta. Necessita una lista di tutti gli oggetti e poi dimensionare le etichette adesive e le punte dei pennarelli da utilizzare. Sul tappo della maionese non si può utilizzare più di un 0,3 mm di spessore. Sull&#8217;architrave della porta si può tranquillamente impiegare un Uniposca, nessuno ce lo vieta. Il colore? Questo non è un problema, ogni colore va bene, non si vuole mica scadere nella mera maniacalità.</p>
<p>Non sarà un lavoro facile, sicuramente ci saranno rischi di sbagli, di errori, e ci vorrà accuratezza e precisione. Forse due o tre settimane, massimo un paio di mesi ad esagerare, ma ci sarà da divertirsi.</p>
<p>Alla fine TUTTO avrà una etichetta, senza sbagli e senza errori.</p>
<p>Sale o zucchero? Sale e zucchero! Non mi ingannerete più granelli simili, ma non uguali.</p>
<p>di Paolo Franchini,  Ferrara  (<a href="http://paolofranchini.blogspot.com">http://paolofranchini.blogspot.com</a>)</p>
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		<title>Ottantaquattro &#8211; MOONBOW &amp; SNOWBOW</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Feb 2010 08:12:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin2</dc:creator>
				<category><![CDATA[microcenturie]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Falomi]]></category>

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		<description><![CDATA[L’arcobaleno di luna l’avevano visto una notte salendo sulla montagna. In realtà non l’avevano visto. Gli arcobaleni di luna non li puoi vedere. Loro avevano solo visto una luna gigante, un cerchio di luce intorno, bagliori al confine della foschia. Ma non sapevano fosse un arcobaleno di luna, gli arcobaleni di luna si vedono solo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’arcobaleno di luna l’avevano visto una notte salendo sulla montagna. In realtà non l’avevano visto. Gli arcobaleni di luna non li puoi vedere. Loro avevano solo visto una luna gigante, un cerchio di luce intorno, bagliori al confine della foschia. Ma non sapevano fosse un arcobaleno di luna, gli arcobaleni di luna si vedono solo in fotografia.  E’ che di notte l’occhio umano non li percepisce i colori, tutto qui. <span id="more-1372"></span>Vedi solo una gran luce e una luna da schianto.  In foto compare tutta un’aureola di colori. Tiepida e pacata.  Gli arcobaleni di luna sono rotondi e per tutta una vita sono stati soltanto uno spettacolo per gli dei. Per millenni le persone li hanno guardati senza vedere nulla. Poi sono arrivata le fotografie e li abbiamo visti anche noi. Con l’alogenuro d’argento, che però non è la stessa cosa che vederli dal vivo.<br />
Io non ne avevo mai sentito parlare comunque. Me lo sono inventato un giorno. Arcobaleno.  Pioggia e Sole.  Chissà se anche la luna ne fa di queste magie. Questo mi sono detto.  Su Google c’era scritto di sì. Su Google c’erano anche le foto. E allora mi sono ricordato di quella notte e di quella luna. Sulla montagna. Fra i resti delle mura ciclopiche e quella fottuta luce che accarezzava tutto. Noi avevamo la nostra città da guardare dall’alto. Che era anche una bella città. A guardarla da lì a quell’ora della notte. Una gigantesca colata di luce muta. Incastonata in mezzo al nero delle montagne che erano le nostre montagne. Le montagne dei nostri atavici ritorni notturni, col freddo nelle ossa e la foschia che ti appanna gli occhi.   Poi ho pensato FANCULO ALLA FISICA. Ho pensato che gli arcobaleni fino a duecento anni fa non potevano essere altro che magie. Ho pensato alla meraviglia della gente, a quelli che si mettevano in viaggio per vederli da vicino e che da vicino non li vedevano mai. Ho pensato che dev’esserci stato un qualche matto che di mestiere faceva l’inseguitore di arcobaleni. Col suo sogno e la sua frustrazione di vederlo scomparire ogni volta che tornava il sereno. L’ho sentito inventarsi delle storie su un presunto tesoro che si trovava proprio lì, dove l’arcobaleno incominciava, solo per sentirsi meno solo nella sua ricerca. Ho pensato che sarebbe stato bello poter pensare:  con la luna piena l’arcobaleno è rotondo. Con i quarti di luna l’arcobaleno viene a forma di falce. Con la luna nuova si forma un impercettibile puntino luminoso. Che a poterlo guardare da vicino si vedrebbero tutti i colori insieme.  Il tutto dimostrabile con infallibile evidenza empirico-infantile.  FANCULO ALLA FISICA, una volta era più bello inventarsi storie.</p>
<p>Io comunque una volta ho visto anche un arcobaleno di neve. In realtà non l’ho visto. Gli arcobaleni di neve non li puoi vedere. Rimangono impressi in qualche modo nella tua memoria. E un giorno ci ripensi e li vedi. I colori. Me lo sono inventato un giorno. Arcobaleno. Pioggia e sole. Chissà se anche la neve fa di queste magie.  Beh su google non ne parlano ma io sono abbastanza sicuro. Gli arcobaleni di neve li puoi anche toccare però. O meglio PENSI di toccarli. Perché ovviamente quando ti avvicini si allontanano. Disfacendosi e ricomponendosi più in là proprio nel momento in cui li stai accarezzando. Proprio nel momento in cui sei CERTO di averli raggiunti. Fai appena in tempo a sorridere di quella magia. Fai appena in tempo a sentirne il calore.  Perché come un arcobaleno di pioggia non è né grigio né umido come una giornata di pioggia. Così gli arcobaleni di neve non sono freddi. A guardarli diresti così. Ma non lo sono. Non ci vedo nulla di strano.<br />
Non penso sia stato facile vederne uno. Quella notte. Intanto deve nevicare. E tu non devi accorgerti di nulla. Nevica. Hai la finestra aperta. E non ti accorgi di nulla. Già questo di per sé è abbastanza raro. Poi devi uscire di casa. Nel bel mezzo della notte. Una notte che non hai dormito. E in cui non ti sei reso conto del tempo che passava. A quel punto se vuoi lo vedi. Di fronte a te. O meglio, non vedi niente. Gli arcobaleni di neve non si vedono. Rimangono impressi in qualche modo nella tua memoria. E quando ci ripensi, un giorno, vedi una marea di colori, e capisci di essere stato a un passo dal toccarlo. Che hai fatto appena in tempo a sorridere di quella magia. Che hai fatto appena in tempo a sentirne il calore. E in quel caso. Per fortuna. Non c’è FISICA che ti sappia spiegare nulla a riguardo. Sai solo che vuoi rivederlo.<br />
Ancora un&#8217;altra volta.</p>
<p>di Nicola Falomi, Perugia</p>
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		<title>Ottantatré &#8211; Il fondo</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Feb 2010 08:12:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin2</dc:creator>
				<category><![CDATA[microcenturie]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Di Benedetto]]></category>

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		<description><![CDATA[La dimensione privata ed individuale è mutata in un fatto meramente intimo, quasi sessuale. Il piccolo feto delle irrazionalità s’è fatto sempre un po’ più da parte, lasciandoci l’incombenza di riempire il vuoto con l’incrollabile fiducia nell’illuminismo autarchico di personalità costruite. Sicché non siamo nemmeno più in grado d’osservare la realtà con il distacco del sentimento puro, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La dimensione privata ed individuale è mutata in un fatto meramente intimo, quasi sessuale. Il piccolo feto delle irrazionalità s’è fatto sempre un po’ più da parte, lasciandoci l’incombenza di riempire il vuoto con l’incrollabile fiducia nell’illuminismo autarchico di personalità costruite.<span id="more-1368"></span> Sicché non siamo nemmeno più in grado d’osservare la realtà con il distacco del sentimento puro, con la lungimirante speranza nell’uomo. Perché il dramma nietzchiano s’è fatto carne: ogni uomo è già superuomo per diritto di nascita. O almeno è questo di cui ci convinciamo. Abbiamo elaborato le nostre vite affinché tutto ci scorra accanto; come giacere aggrappati ad uno scoglio sopra il mare in tempesta. La contemplazione delle acque e dei gorghi sotto ed accanto a noi è il nostro passatempo preferito. E la solitudine che la condizione porta con sé viene cacciata ai margini delle nostre esistenze come un rumore di fondo, come una sicurezza per la nostra infelicità.</p>
<p>La solitudine è una grazia.</p>
<p>Abbracciarla e accettarla come un parassita lenitore non è ovvietà. Perché significherebbe accettare la nostra finitezza ed affrontare paure ignote, per le quali nessuna equazione è giusta abbastanza. Siamo prigionieri in un abitacolo, pieni di terrori inconfessabili: la paura del vuoto, la paura del buio eterno, la paura della depressurizzazione. E fingiamo non ci interessi. Non tanto per pigrizia o per ignoranza, quanto per l’orrore irrazionale d’una paura più grande generata dall’inconoscibilità delle risposte. La paura d’affrontare le paure. Le impacchettiamo, le francobolliamo e chiediamo ad un co-pilota a caso di spedirle laddove non possano essere trovate, in un luogo da dove non possano fare ritorno. Illusi! E siamo in grado di perfezionare così bene questo meccanismo perverso fino ad eliminare anche le gioie, le soddisfazioni, le gratitudini, l’amore. Mutiamo e ci mutiliamo fino a semplificarci, finché di noi rimane solo quel rumore di fondo. Le acque paiono placarsi, la nostra apparente quiete si trasforma nella quiete del mondo intero. Finché tutto ci appare asettico, così come lo volevamo. Il nostro cuore rallenta fino al minimo indispensabile e lo prendiamo come un dono. La storia stessa ci ha  insegnato che l’uomo vive di tumulti interiori e che non è importante sotto quale bandiera combattiamo la nostra guerra, purché venga combattuta. Ora siamo dei rifugiati da un campo di battaglia vuoto. Intimoriti che il lusso borghese, che la nostra faccia allo specchio venga deturpata; ci rannicchiamo fetali in un dolore che sentiamo sempre meno nostro.</p>
<p>La protervia di chi ci governa è solo l’estrinsecarsi di queste paure. Quando loro sono soltanto l’arroganza che abbraccia la razionalità sotto l’egida dell’ignoranza. Loro, come noi, sono inconsapevoli ingranaggi d’una macchina naturale. Non c’è alcun complotto, non c’è alcuna stanza dei bottoni. Non c’è coraggio a scacciare i proprio demoni senza affrontarli. E il cosiddetto “leader”, l’uomo carismatico che dovrebbe guidarci, non è altro che un vessillo fittizio, un vascello fantasma nel quale riponiamo delle speranze alle quali non crediamo. Ci fidiamo perché è la cosa conveniente. Deponiamo le armi e con esse il nostro valore e un pizzico della nostra umanità.</p>
<p>Confinare e definire sembrano i loro strumenti per controllarci. Ma come si può controllare un sentimento, un tumulto, una passione, una guerra? Come possono sperare che la mandria che ora pasce in questo verde lussureggiante prima o poi non s’accorga dell’inghippo? Siamo contaminati dalla nostra umanità. Il rumore sarà anche di fondo, indistinguibile dagli altri, ma non cessa un attimo il suo canto. E se ascoltiamo bene, quelli sono tamburi di guerra. Il giorno in cui sapremo di nuovo lottare, non sarà troppo tardi, come molti dicono: sarà un nuovo inizio. L’uomo deve imparare a soffrire di nuovo. Io devo imparare. Perché è solo tramite la sofferenza e la consapevolezza della solitudine che nasce l’urgenza, l’esigenza, il perdono verso noi stessi.</p>
<p>Chi crede io stia parlando (o preparando) una rivoluzione non riesce ad ascoltarsi.</p>
<p>E chi crede che tutto questo non cambierà non ha compreso cosa significhi sopravvivenza. Ora non stiamo nemmeno sopravvivendo, stiamo aspettando. Nella prima stesura di Romeo and Juliet, Giulietta si toglie la vita trattenendo il fiato. Di fatto compiendo un gesto consapevole che va a recidere l’essenza stessa della sopravvivenza.</p>
<p>Io mi figuro un futuro che è un ritorno al passato. Un mondo far west ove il viaggio non sarà scoperta, ma sopravvivenza. Gli istinti primari dell’uomo non più assopiti.</p>
<p>E le pistole conteranno meno degli sguardi e delle strette di mano. Tra uomini.</p>
<p>di Giovanni Di Benedetto, Spilimbergo (<a href="http://gravitykills.splinder.com/" target="_blank">http://gravitykills.splinder.com/</a>)</p>
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