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Il progetto è giunto a compimento in data 1 marzo 2010, con la pubblicazione della centuria n. 99. Auspichiamo che i molti contributi inviati e non pubblicati perché eccedenti il numero previsto vengano comunque smarriti negli interstizi del reale. Il bisogno del mondo di essere raccontato non ha termine mai.

Novantanove – Liberatore V.

Il vento di marzo porgeva al fiuto dei signori il profumo dei tempi nuovi e sibilava sulla schiena curva dei cafoni con una carezza gelida, presagio di sventura, di un volgere ancora più triste di quella faccenda affannosa e senza grazia che era ed è lo stare sulla terra, lo stare nella storia. Aggrappati al

Novantasette – Caro Gloriagloom

Caro Gloriagloom,
Se è vero che esistono la dislessia, la disgrafia e la discalculia, io ho sempre avuto la disvinculia. Mi disorientano gli svincoli delle strade, per quello decisi di vivere in campagna. Niente asfalto e niente svincoli, mi sembrava ci fossero meno nodi. E’ così che sono sparito, ma in fondo non è stata una

Novantacinque – Kochise

Il silenzio è freddo e buio, le scarpe schioccano sull’asfalto umido, scivolano sul pavé. Un cane con un orecchio storto fruga in un angolo del portico tra le cartacce ammucchiate dal vento che viene dal Po.

Le scritte nere sul muro dicono “V. ama S.” e “andate tutti affanculo” e “mi resterai sempre nel cuore”, ma

Novantadue – Anfri

Tac-tac-tac,  tre colpi secchi per compattare il tabacco appena rollato.  E’ un’arte.
Felice è appoggiato alla colonna vicino all’ingresso del Cinema Corso, col capo reclinato e quasi totalmente nascosto dal Borsalino grigio scuro. Il bavero del cappotto è alzato, fa molto  freddo.

Novanta – Tracce

Ieri non sono riuscito a ritrovare la strada di casa. Mi sono perso. E più la cercavo più mi perdevo. Più mi perdevo, più le persone, per strada, mi sembravano avercela con me, mi spiavano, mi osservavano di sottecchi: dai portoni, dalle vetrine dei negozi, dalle serrande mezze abbassate degli alimentari della zona vecchia…..e più

Ottantanove – La prima e l’ultima

La donna, venticinque anni o giù di lì, affrettava il passo dietro a quello di un uomo: poco più avanti, poco più grande. L’uomo aveva un’aria tranquilla, nonostante l’ansia che precipitava i suoi piedi. Indossava un piumino invernale e sudava. Era infatti primavera inoltrata, e i capelli della ragazza erano coperti da un più appropriato

Ottantasei – Sale. Zucchero.

Questa mattina mi sveglio e lo zucchero nel barattolo è quasi finito. Lo riempio dal sacchetto. E se avessi sbagliato barattolo? Quello del sale è della stessa forma. Fortunatamente non  ho sbagliato, ma la scritta è quasi cancellata, praticamente illeggibile, perciò prendo un pennarello nero, ripasso la scritta: “Zucchero”.

Ottantaquattro – MOONBOW & SNOWBOW

L’arcobaleno di luna l’avevano visto una notte salendo sulla montagna. In realtà non l’avevano visto. Gli arcobaleni di luna non li puoi vedere. Loro avevano solo visto una luna gigante, un cerchio di luce intorno, bagliori al confine della foschia. Ma non sapevano fosse un arcobaleno di luna, gli arcobaleni di luna si vedono solo

Ottantatré – Il fondo

La dimensione privata ed individuale è mutata in un fatto meramente intimo, quasi sessuale. Il piccolo feto delle irrazionalità s’è fatto sempre un po’ più da parte, lasciandoci l’incombenza di riempire il vuoto con l’incrollabile fiducia nell’illuminismo autarchico di personalità costruite.

Settantanove – Con l’occhio che non rimane

Maybe the people are waiting for trumpets. E trombe d’argento e trampolieri da strada e ramati monumenti. Nel cielo sì nel cielo il rampognare rauco di deità adunche sulle strade, con l’acqua che non è acqua ma l’aspro sale di Babilonia e tu con l’occhio che non rimane e la voce ronzante che sembra un

Settantotto – Joshua

Caro Amico,
Io penso che Tu dovrebbe sapere che io da posto lontano ed io vivo in grande citta e Lui vive in me ed io in Lui. Il mio nome è Joshua posso uso del computer dopo il lavoro, quando possibile. Ho trovato il vostro indirizzo e ho deciso di scrivere questa lettera perché visto

Settantasette – Riflessioni allo specchio

Gli specchi dovrebbero riflettere un momentino, prima di riflettere le immagini. Jean Cocteau
Hayah viveva in una piccola stanza, lei credeva fosse la sua casa, ma era una vera e propria prigione, un cubo perfetto. Il cemento armato con cui erano stati costruiti i muri era stato dipinto con una sola mano di vernice grigio

Settantasei – La dorsale

Mi sono imbarcato due mesi fa a Tromsö, in Norvegia. L’oggetto di studio questa volta era particolarmente succoso. Bella storia quella della dorsale di Gakkel: da tempo si sapeva che la dorsale atlantica proseguiva sotto i ghiacci dell’Artico, ma sembra che nessun geofisico al mondo le avesse mai dato importanza, forse perché il tasso d’espansione

Settantadue – La legge soggiacente

Nei progetti di cooperazione e sviluppo una cosa che va molto è l’analisi SWAT, in spagnolo, analisis FODA.
Trattasi di una analisi partecipativa, con cui si cerca di far prendere coscienza ad un gruppo di diseredati, dei punti deboli e dei punti di forza del loro improbabile comitato, associazione, o cooperativa di turno, magari recentemente costituita

Settantuno – IL MALE

Io non ho abbastanza posto per contenere tutte le esperienze passate. Il menù delle informazioni riporta che la quantità di spazio residuo è scesa al di sotto della soglia di guardia. Nemmeno le foto sono poi così d’aiuto: ricordo l’immagine in sé, come oggetto –virtuale, visto che non è più consuetudine farle stampare bensì ammassarle

Sessantotto – CROMìE

Cristiana dai piedi incrociati, distesa allungava le sue estremità in quel grigio della parete. Spingeva un po’, cercava di far rumore, sfregava udendo quel piccolo coro fatto dai battiti del suo corpo. Aveva una  schiena inconcludente pensava, sì, torcendo di lato gli occhi socchiudeva il ritmo dei pensieri.

Sessantacinque – Tema a piacere

Scrivo un tema con piacere.
Un tema in cui non dico nulla. Un tema vuoto. Un non tema.
Un tema con accapo bislacchi e acca insolenti davanti ad “a” preposizione.

Sessantatré – [di cuore]

Diversamente abile. Ho un cuore diversamente abile.
Un giorno il Re degli scienziati mandò per ogni cantone i suoi emissari, con il compito di raccogliere la decima dei cuori. Deposti lungo un tavolo, ordinò loro di battere come sapevano o potevano, mentre i contabili facevano calcoli e misurazioni, poi stabilirono la media e la chiamarono normalità.

Sessantadue – Malabahr

Quattro minuti per raggiungere l’argine. Non serve un passo da maratoneta.
Quattro minuti e il cervello non completamente in funzione.
Il cervello disinserito è fondamentale; quale altra limitazione potrebbe farti poggiare i piedi a fianco del letto, alle sette meno venti di giovedì mattina, senza avere un’idea delle previsioni meteo.

Cinquantanove – BlackOut

Matilde s/pettina gli occhi verdi abbracciando il suo volto nel riflesso dello specchio che s/parla di lui – Daniele -
“non la lascerà mai!”, ridendo le canta. “non la lascerà mai! lo sai.”
- lo sa -

Cinquantasette – Viaggi Organizzati

L’aspettativa.
Quella emanata da certi libri, ad esempio.
Vibrazioni tenui captate dal tono di una recensione, una quarta di copertina. Il passaparola.
Crede, a volte, grazie a quel brivido, di trovare la possibile risposta alle domande urgenti.
Le chiama le passioncelle di carta.

Cinquantasei – IL CATCHER

Il sole splende caldo e sornione su questa strana mattina di metà giugno. Un piacevole vento soffia e fa ondeggiare le spighe del campo in cui mi trovo. Nuvole non ce ne sono a perdita d’occhio. L’azzurro del cielo forma un bel contrasto con il giallo paglierino del campo, ma il mio sguardo è perso

Cinquantatré – DI’ AL TUO AMICO CHE TROVI IL CORAGGIO DI CHIEDERMELO IN FACCIA

All’improvviso arrivano gli sguardi che guardano e all’improvviso vedono.
E’ normale. Puoi passarci secoli a cercare di capire quando e come è successo, ma non ci riuscirai. Dopo anni di cecità, ma come ho potuto non vedere, dove sono stato fino a ieri. All’improvviso ci si mangia le mani e basta. Per aver detto un giorno

Cinquantuno – Palme, pitosfori e ippocastani

Non avevo mai visto gli ippocastani, non ne avevo nemmeno mai sentito parlare. A Sanremo non c’erano. C’erano le palme e quelle siepi di pitosforo che, in grandissimi vasi, recintavano i dehors dei locali pubblici, dall’odore acre e strano che ancora adesso associo al cono gelato che mi compravano quando ero piccolo nelle gelaterie vicine

Cinquanta – Donne

Porca puttana!
Quante volte gliel’ho detto a mia moglie di non uscire di casa quando  la lavatrice è in funzione?
Guarda che roba, l’acqua è arrivata dappertutto… e adesso chi la sente quella stronza del piano di sotto?

Quarantasette – Causa ed Effetto

La legge di causa ed effetto è inalterabile nel tempo. L’effetto deve seguire la causa con un’accuratezza matematica e non può succedere altrimenti. A sua volta, l’effetto diventa la causa grazie alla quale un altro effetto viene messo in movimento, producendo un ulteriore causa. (Wikipedia)
Nunzia stava fuori al balcone che stendeva i panni freschi di

Quarantacinque – Classe creativa

Non è il momento di far baldoria questo, è il momento di stare schisci non alzare gli occhi dalla scrivania, stare sul posto di lavoro. Giorno e notte senza sabati e domeniche. Il tempo di respirare, fare qualche flessione, qualche esercizio di ginnastica e poi di nuovo lì. Neanche guardare fuori dalla finestra, troppe distrazioni

Quarantaquattro – Una donna

la donna grassa che fuma una sigaretta dietro l’altra e aspetta il treno ferma sulla banchina tra i binari 7 e 8 ha due problemi: uno, occultare un cadavere; due, sopravvivere fino a lunedì.

Quarantuno – La fine del tempo

Racchiuso nella mia torre, guardo il mondo dall’alto. O almeno quel che ne rimane.
Sono passati molti anni dall’ultima volta che ho visto o sentito un essere umano, e sono arrivato a credere che non ce ne siano più, almeno qua vicino e per molte, molte miglia intorno.

Trentanove – Gente

Giù in basso.
Spingi una porta di assi grezze, scendi due gradini, ed entri nel fumo, nel rumore, nelle grida, nei canti, nella luce rossa del camino, sotto un soffitto a volta. Tavoli lunghi affollati di gente, gente con volti grotteschi, denti mancanti, barbe che grondano birra.

Trentotto – Un ricordo

La sua criniera era lucida, di un marrone vivo come quello della buccia di castagna. Il vento, o forse l’estrema velocità, l’avevano scompigliata in onde selvagge attorno al muso allungato, che invece era quasi giallo.
Gli occhi fiammeggiavano, il morso era contratto allo spasimo.

Trentacinque – La domanda

C’era un movimento ondulatorio dietro la tenda, lo fissai incredulo.
Esclusi il cane, non ne avevo.
Il gatto pure, era quello del vicino e non nutriva grande simpatia per me.

Trentaquattro – Valigie

Ogni famiglia ha le sue. Di valigie, intendo. Le valigie di una famiglia per me sono quelle caratteristiche (quei difetti, direbbe un patologo) che a partire da un certo momento, che non si sa mai bene quand’è (perché mica si sa di preciso quando inizia una famiglia), si tramandano di membro in membro, di generazione

Trentatré – Sing e la sua bicicletta

Sing aveva una vecchia bicicletta azzurra  che gli aveva regalato Roberto,  il figlio del suo vicino di casa.
Sing stava appoggiato alla rete metallica che lo separava dal campo di calcetto dell’oratorio.
Guardava Roberto e gli altri che giocavano urlando.

Trentuno – Cartografia

Ho diviso col righello ogni foglio in quadrati. Cinque su un lato, sei sull’altro: trenta riquadri per foglio. I fogli sono duecentodieci; mandando a memoria ogni giorno i nomi contenuti in un quadrato, impiegherò poco meno di vent’anni a imparare il nome di tutti i luoghi del mondo.

Ventisei – L’idiota

Il giorno dopo ti svegli e ricominci da capo, se ti svegli di notte e non riesci più a dormire ti precipiti immediatamente a fare quello che stavi facendo prima che il sonno ti costringesse a interrompere.

Ventiquattro – Prove tecniche di un addio

Arrivano in stazione tenendosi per mano. E sempre tenendosi per mano consultano gli orari sul tabellone. Eccolo, binario 5. Affrontano il sottopassaggio con uno strano languore addosso. Sanno già che cos’è.

Ventitré – Niente è per caso

Non poteva avere paura della morte perché non l’aveva mai incontrata sul suo cammino, ma quella volta, aggrappato allo spuntone di roccia, Nathi Ronan poteva solo sperare che le sue mani fossero in grado di resistere all’insidia della signora con la falce che da dietro lo incalzava.

Venti – L’enfant sorcier

Era arrivato a casa mia con quello strano nomignolo, Shégué. Si era abituato controvoglia alle poche regole domestiche: un orario per la veglia, un orario per la culla. Si nutriva accanto a me, al mattino, fissando la tazza e immergendovi dentro lo sguardo come a cercare nell’onda del latte bianco il fondo sabbioso disegnato dallo

DICIOTTO – IL SIGNORE CON LA BARBA

Il signore con la barba volge lo sguardo prima a destra e poi a sinistra e quello che vede, non ci sono dubbi, può definirsi, sia pure con una certa approssimazione, l’interno di una discoteca.

SEDICI – CRONACA DALLO SCIROCCO

Oggi dalla psichiatra sono andato in bicicletta. Volato a mezz’aria fra gli edifici, trasportato dallo scirocco.
- Le senti ancora le vertigini? – fa lei.
- No, se non faccio movimenti bruschi.
- E dolori fuori dal corpo?

DODICI – POI TUTTO TORNA NORMALE

Per il resto la sua vita è normale. Un lavoro, un marito, dei figli. I vestiti leggermente fuori moda.
Ma è più forte di lei: Ada non sopporta la pubblicità. In ogni sua forma.
In particolare le brochures, i volantini.

Undici – L’outing delle bionde

Trentacinque anni vissuti / con un corpo estraneo / trentacinque anni / con i capelli tinti / trentacinque anni / con un fantoccio.
(Da una poesia di Marilyn Monroe)
Quello dell’outing delle bionde fu un giorno memorabile.

Dieci – Raggi X

“Uh, uh, uh….ma che belle tette che c’ha Sabrina!”.
Dio mio che tormento, pensava la ragazza. Tutti i giorni la stessa cosa, almeno con lei. Ma con ognuno Osvaldo aveva una fissazione diversa.
Stava sempre lì, stralunato e fuori dal mondo, appoggiato a un muro di corso Trieste.
“Ma che tette vedi?”, chiedeva lei le prime volte che

Sette – Congedo

Vedi, amore mio, quanto sono occupato? Guarda quante carte ci sono su questo tavolo, quanti plichi sugli scaffali, quanti ninnoli tutto intorno, e matite scorciate, biglietti da visita sconosciuti, boccette di inchiostri polverizzati. E gli armadi? Se tu vedessi! Quanti abiti larghi, quante calze sfondate, quanti polsini lisi e colletti consunti!

Quattro – Buio e bestie

C’era un’oscurità in paese che assomigliava a quella delle chiese, al buio che si forma attorno ai candelabri e sotto i lampadari pendenti, il buio che esiste soltanto perché da qualche parte esiste una concentrazione di luce.

Due – Hemisferio Sur

Da qualche tempo sono tornato a Buenos Aires.
Passo la maggior parte del tempo a la Recoleta: quando ne attraverso le vie perpendicolari come certezze, quando conto i passi, sempre uguali, che mi separano dal Café la Biela,