Ottantanove – La prima e l’ultima

La donna, venticinque anni o giù di lì, affrettava il passo dietro a quello di un uomo: poco più avanti, poco più grande. L’uomo aveva un’aria tranquilla, nonostante l’ansia che precipitava i suoi piedi. Indossava un piumino invernale e sudava. Era infatti primavera inoltrata, e i capelli della ragazza erano coperti da un più appropriato fazzoletto a fiori. La sua gonna lunga, a sfiorare l’asfalto, raccoglieva il mondo sui marciapiedi di Roma. La donna sembrava nervosa; ma quando l’uomo si girò verso di lei e le disse che avevano un po’ di tempo per mangiare qualcosa, pensammo che fosse solo fame. Lui era fermo, sul marciapiede in salita, col fiatone. E, quando lei lo raggiunse, le diede un piccolo bacio sulla fronte. Non vorrai farmi far tardi, lo sai che è importante, disse. Lo so, scusa, sono un po’ emozionata, sorrise lei.

Era la prima volta che la donna lo accompagnava in un’occasione importante, lo capimmo più tardi. La prima e l’ultima, scherzò l’uomo.

Ci passarono accanto, noi eravamo fermi sotto un lampione a decidere se entrare o meno. Si misero in fila e lei, in punta di piedi, cercò di leggere dai grossi menu vicino alle casse. Un uomo che parlava al cellulare mentre avanzava col suo vassoio pieno, perse per un attimo il controllo e la sua bibita dietetica si impastò per terra su un mare di patatine e tovaglioli di carta. Lui, senza smettere di parlare, col cellulare incastrato tra orecchio e clavicola, raccolse il possibile e si mise seduto. Mentre noi ci decidevamo ad entrare.

Nel fastfood non si respirava, era un sabato, cominciava a far caldo. Decine di zainetti pieni di scritte scolorite si accatastavano in un mucchio vicino all’ingresso, sollevando briciole di polvere che scintillavano al sole. Io avevo la nausea. Io decidevo in quel momento di non voler mangiare più. Proprio mai più. L’atto del mangiare mi sembrava all’improvviso sporco, unto e privo di qualsiasi naturalezza. Le grosse vetrate, all’interno del locale, facevano il resto. Un malessere senza ossigeno filtrava sul vociare tipico di certi ambienti. Non lo sforchettìo concentrato da ristorante, non il rumore allegro dei piattini del caffè dei bar: il vociare dei fastfood è diverso, è di plastica. E’ un rumore distratto e senza scampo: tutto quello che vi si consuma è già stato consumato e non richiede più attenzione.

Intanto la donna e l’uomo stringevano il loro vassoio e camminavano tra tavoli pieni di avanzi per cercare un posto. Trovarono un piccolo tavolino al sole, ingombro di bottiglie a metà e tovaglioli sporchi di ketchup. La donna li mise su un vassoio e fece per buttarli. Ma i cestini per l’immondizia erano strapieni e un ragazzo che, con uno straccio grigio, puliva i resti della bibita dell’uomo col cellulare le fece cenno di lasciarlo lì. Sul muretto accanto alla fila di gente, sul muretto accanto a me. Così tornò al tavolo, lui mangiava già.  Ad ogni morso la salsa barbecue del suo panino sussultava e riempiva la carta in cui era avvolto fino a strabordare.

Il sole non dava tregua. In momenti come questi l’odio è l’unica medicina, pensavo. La misantropia, l’unica religione. Non è vita questa, pensavo, non con un rinascimento come il nostro alle spalle. E intanto avanzavo nella folla accaldata di ragazzini appena usciti da scuola. Ero decisa a prendere una spremuta d’arancia, non di più. Solo per non fare sempre quella che dice no. Mentre pensavo a quanto trovavo fuori posto quelle che prendono una spremuta d’arancia mentre gli amici mangiano quello che c’è, realizzavo che non so stare al mondo. E che se non ci so stare, forse sarebbe meglio non starci. Tutti lì dentro sembravano al posto giusto al momento giusto, io no ed ero pronta a sentirmi male per dimostrarlo.

Poi, con la coda dell’occhio, ho visto un forte bagliore. Qualcosa di più lucente della luce che squagliava tutto. E un urlo. L’uomo era salito in piedi sul tavolo e col piumino aperto e pieno di strani tubetti metallici, recitava qualcosa in una lingua che non capivamo. Ma di cui, non so come, intuivo il senso. E forse anche gli altri, visto che con le mandibole finalmente ferme, ascoltavano in silenzio. Poi si chinò verso la donna che, ancora seduta, lo guardava orgogliosa. Le diede un bacio sulla fronte e tirò una corda. O una levetta. O spinse un bottone, non so. Dopo un secondo un boato enorme mi buttò per terra, le vetrate andarono in mille pezzi e un fiume di Coca Cola si mischiò al mio sangue proprio davanti ai miei occhi. E, mentre da fuori arrivava il suono distorto di mille sirene, tutto finì come doveva.

Persino la mia nausea.

di Manuela Ardingo, Roma (http://mardin.blogs.com)

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