Novantuno – Silenzio

La casa è giù, giù in basso, e la valle è così stretta e profonda che agli abitanti della casa pare di essere al fondo di un imbuto; e sembra loro che la neve che scende ormai da quattro giorni scivoli giù  per i pendii ripidi e si raccolga tutta intorno alla loro dimora di pietra, fino a soffocarla nel bianco e nel silenzio. Ma sbagliano, perché c’è neve, ed è ormai molto alta, anche sulle creste che chiudono la valle e sul piccolo cimitero in cima ad una collina, che dona alle tombe una veduta piuttosto ampia su quest’angolino di mondo.

Dentro al cimitero ci sono le tombe di numerosi familiari e parenti morti nel corso dell’ultimo secolo; e dovrebbe esserci anche il nonno, ma non c’è. Non c’è  perché è morto quattro giorni fa, mentre i primi fiocchi facevano la loro comparsa al fondo dell’imbuto, e non c’è stato modo di portarlo via, con tutta questa neve; non c’è perché è ancora in casa, sdraiato sul letto, zitto zitto, e il suo silenzio si confonde con quello della neve e con quello della famiglia, che di là si scalda davanti al fuoco: qualcuno vi getta i gusci vuoti delle castagne appena estratte dalla cenere.

Il prete ha fatto in tempo soltanto a somministrare i sacramenti, poi si è gettato fuori, in mezzo alla neve che già si ammucchiava, diretto alla sua chiesa in cima all’erta. Sono rimasti d’accordo che appena avesse smesso sarebbe tornato, e avrebbe accompagnato la bara nel tragitto verso il cimitero.

Per quattro giorni, tuttavia, non ha smesso di nevicare; e quando nevica il mondo si ferma e la natura smette di fare il proprio corso, per cui neanche ai morti è consentito prendere iniziative. Così, sotto la neve, il nonno è restato in casa, e per quei quattro giorni è rimasto ancora uno della famiglia. Di là sul letto, sia pure in silenzio, sembrava osservare i bambini annoiati e le donne che tiravano la sfoglia di polenta.

Poi ha smesso di nevicare, e allora è stato il momento di portarlo via. Gli uomini hanno fatto la rotta, scavando una via nella neve con pale e vanghe. Il prete non poteva però avventurarsi in fondo alla valle, con la neve che gli arrivava a metà tonaca e anche più su; allora dalle case vicine hanno urlato che avrebbe aspettato il morto su in alto, al cimitero, e chissà com’era arrivata quella notizia. In ogni caso, le donne e gli uomini della valle hanno accompagnato la famiglia e la bara grezza su per la salita: le donne hanno recato conforto con i rosari, gli uomini con le pale.

Com’è la norma dopo le lunghe bufere, il cielo era pienamente terso, e il freddo era acutissimo: i raggi ghiacciati del sole si infilavano nei panni rozzi e pesanti dei contadini come coltellate. La bara, la si portava a slitta o a spalla a seconda dei tratti; per quattro chilometri le donne hanno mormorato qualcosa nel latino delle campagne marchigiane, mentre gli uomini si sono sforzati di trascinare la bara e trattenere le bestemmie. Alla fine, il corteo accaldato e gelido ha raggiunto il cimitero, dove il nonno, calato in una buca nel terreno sgomberato della neve, è potuto morire anche socialmente, ed ha abbandonato la famiglia.

Il corteo funebre si è ritrovato in seguito nella casa in fondo alla valle, dove si sono date pacche sulle spalle e si è bevuto del vino rosso; il nonno, piantato nella terra, è rimasto in alto, a vegliare sui campi e i boschi dove vive e lavora la famiglia, dove è vissuto e ha lavorato lui. Un merlo nero è atterrato sulla tomba, attirato dalla terra smossa di fresco, ed ha zampettato un po’ in cerca di cibo; poi è sparito in tutto quel bianco. 

di Tamas, Arcevia, Bologna (http://gattusometro.blogspot.com)

Invia una copia in formato PDF a Word PDF

10 Commenti

  • Mi piace molto questo quadro sui toni del bianco; chiaro e terso, come il paesaggio che descrive.
    Lo lascerò a Roma…in piazza di Spagna, vicino alle panchine.

  • Grazie. L’idea mi piace molto.

  • è piaciuto molto anche a me
    intimismo trattato con insolita e garbata ironia.

  • “Garbato” è una di quelle parole (e di quei concetti) che mi farei scrivere sulla lapide. E anche insolito, a pensarci bene.
    Grazie per i complimenti, dunque.

  • venditi un paio di chili della capacitá che hai di scrivere, che tiri su due soldi. tanto te ne resta per te e per le tue prossime tre generazioni

  • Al momento posso affittare settantacinque chili di me, ché sono disoccupato. Per il resto, come autore affermato (ho venduto tre libri) posso consigliare il mio percorso a tutti gli aspiranti scrittori: tornate bambini, iscrivetevi alle elementari di Arcevia, andate giù per le discese con la sacchetta quando nevica.
    Secondo me funziona.

  • marosit wrote:

    (Posso dire la mia? Tamas, non cedere nemmeno un grammo di quella capacità ché da te si trova in ottime mani. E occhi. E cuore.)

  • smetta di schermirsi e vada a scrivere, vada.

  • discesa con la sacchetta. fatta (ma anche con pneumatico, e poi anche con bob di varie fogge e colorazioni)

  • Io non cedo niente. E qualcosa ci farò, penso.