Ieri non sono riuscito a ritrovare la strada di casa. Mi sono perso. E più la cercavo più mi perdevo. Più mi perdevo, più le persone, per strada, mi sembravano avercela con me, mi spiavano, mi osservavano di sottecchi: dai portoni, dalle vetrine dei negozi, dalle serrande mezze abbassate degli alimentari della zona vecchia…..e più chiedevo informazioni, più i nomi, le svolte, gli incroci si accatastavano nella mia testa come un rosario recitato in una lingua straniera… Così diceva Valdambrini rivolgendosi al mezzo busto di Vittorio Emanuele II piazzato al centro dei giardini della stazione. E anche lui, il busto, non sempre era riuscito a resistere alla tentazione di cambiare cifre e lettere; ma era stata una cosa passeggera, le strade l’avevano convinto solo per poco a partecipare al loro piano inumano. Le altre persone, invece, sembravano camminare senza nessun problema tra i palazzi del centro storico, le piazze, i vicoletti, le corti. Anzi, passeggiavano di gusto, fermandosi in conversazione, spesso a piccoli gruppi e senza far caso all’apparire e scomparire continuo dei nomi delle strade. Solo Cosimo sentiva questo maleficio come dedicato a lui specificatamente: personale supplizio di uno spaesamento permanente, per lui, unico superstite lettore dei nomi delle vie. La gente, intanto, conversava nella totale noncuranza della toponomastica mobile, educata ormai da antica abitudine a non volerne sapere più niente del perché e del percome d’un nome, o d’un cognome d’una via; e neppure si sapevano più usare gli antichi toponimi descrittivi pure preesistenti alla nominazione dei “vincitori” di varie stagioni storiche e sociali: ormai tutto era sostituto, nell’uso, da negozi, bar, locali notturni, catene della grande distribuzione. Perso ogni interesse per musicisti, geografie, patrioti, santi e poeti, i più si destreggiavano dentro stradari approssimativi fatti di “verso”, “intorno”, “ di fronte”, “dietro”, “dalle parti di”, cui seguivano i nomi di boutique di abiti usati, pizzerie e antiquari, autosaloni e gallerie d’arte, ferramenta faraoniche e cattedrali di scarpe ginniche. Dentro alla natura interstiziale della città – lo spazio tra due palazzi occupato da un chioschetto di alimentari abusivo, o abusive sono le due banche che gli stanno accanto? – i nomi e le etimologie dei toponimi si dissolvono con rapidità, spinte dal gigantismo di marchi, insegne luminose, tracce ingombranti di un presente che sente ogni traccia di passato come un ingombro.
di Matteo Pelliti, Pisa (www.coltisbagli.it)
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