La dimensione privata ed individuale è mutata in un fatto meramente intimo, quasi sessuale. Il piccolo feto delle irrazionalità s’è fatto sempre un po’ più da parte, lasciandoci l’incombenza di riempire il vuoto con l’incrollabile fiducia nell’illuminismo autarchico di personalità costruite. Sicché non siamo nemmeno più in grado d’osservare la realtà con il distacco del sentimento puro, con la lungimirante speranza nell’uomo. Perché il dramma nietzchiano s’è fatto carne: ogni uomo è già superuomo per diritto di nascita. O almeno è questo di cui ci convinciamo. Abbiamo elaborato le nostre vite affinché tutto ci scorra accanto; come giacere aggrappati ad uno scoglio sopra il mare in tempesta. La contemplazione delle acque e dei gorghi sotto ed accanto a noi è il nostro passatempo preferito. E la solitudine che la condizione porta con sé viene cacciata ai margini delle nostre esistenze come un rumore di fondo, come una sicurezza per la nostra infelicità.
La solitudine è una grazia.
Abbracciarla e accettarla come un parassita lenitore non è ovvietà. Perché significherebbe accettare la nostra finitezza ed affrontare paure ignote, per le quali nessuna equazione è giusta abbastanza. Siamo prigionieri in un abitacolo, pieni di terrori inconfessabili: la paura del vuoto, la paura del buio eterno, la paura della depressurizzazione. E fingiamo non ci interessi. Non tanto per pigrizia o per ignoranza, quanto per l’orrore irrazionale d’una paura più grande generata dall’inconoscibilità delle risposte. La paura d’affrontare le paure. Le impacchettiamo, le francobolliamo e chiediamo ad un co-pilota a caso di spedirle laddove non possano essere trovate, in un luogo da dove non possano fare ritorno. Illusi! E siamo in grado di perfezionare così bene questo meccanismo perverso fino ad eliminare anche le gioie, le soddisfazioni, le gratitudini, l’amore. Mutiamo e ci mutiliamo fino a semplificarci, finché di noi rimane solo quel rumore di fondo. Le acque paiono placarsi, la nostra apparente quiete si trasforma nella quiete del mondo intero. Finché tutto ci appare asettico, così come lo volevamo. Il nostro cuore rallenta fino al minimo indispensabile e lo prendiamo come un dono. La storia stessa ci ha insegnato che l’uomo vive di tumulti interiori e che non è importante sotto quale bandiera combattiamo la nostra guerra, purché venga combattuta. Ora siamo dei rifugiati da un campo di battaglia vuoto. Intimoriti che il lusso borghese, che la nostra faccia allo specchio venga deturpata; ci rannicchiamo fetali in un dolore che sentiamo sempre meno nostro.
La protervia di chi ci governa è solo l’estrinsecarsi di queste paure. Quando loro sono soltanto l’arroganza che abbraccia la razionalità sotto l’egida dell’ignoranza. Loro, come noi, sono inconsapevoli ingranaggi d’una macchina naturale. Non c’è alcun complotto, non c’è alcuna stanza dei bottoni. Non c’è coraggio a scacciare i proprio demoni senza affrontarli. E il cosiddetto “leader”, l’uomo carismatico che dovrebbe guidarci, non è altro che un vessillo fittizio, un vascello fantasma nel quale riponiamo delle speranze alle quali non crediamo. Ci fidiamo perché è la cosa conveniente. Deponiamo le armi e con esse il nostro valore e un pizzico della nostra umanità.
Confinare e definire sembrano i loro strumenti per controllarci. Ma come si può controllare un sentimento, un tumulto, una passione, una guerra? Come possono sperare che la mandria che ora pasce in questo verde lussureggiante prima o poi non s’accorga dell’inghippo? Siamo contaminati dalla nostra umanità. Il rumore sarà anche di fondo, indistinguibile dagli altri, ma non cessa un attimo il suo canto. E se ascoltiamo bene, quelli sono tamburi di guerra. Il giorno in cui sapremo di nuovo lottare, non sarà troppo tardi, come molti dicono: sarà un nuovo inizio. L’uomo deve imparare a soffrire di nuovo. Io devo imparare. Perché è solo tramite la sofferenza e la consapevolezza della solitudine che nasce l’urgenza, l’esigenza, il perdono verso noi stessi.
Chi crede io stia parlando (o preparando) una rivoluzione non riesce ad ascoltarsi.
E chi crede che tutto questo non cambierà non ha compreso cosa significhi sopravvivenza. Ora non stiamo nemmeno sopravvivendo, stiamo aspettando. Nella prima stesura di Romeo and Juliet, Giulietta si toglie la vita trattenendo il fiato. Di fatto compiendo un gesto consapevole che va a recidere l’essenza stessa della sopravvivenza.
Io mi figuro un futuro che è un ritorno al passato. Un mondo far west ove il viaggio non sarà scoperta, ma sopravvivenza. Gli istinti primari dell’uomo non più assopiti.
E le pistole conteranno meno degli sguardi e delle strette di mano. Tra uomini.
di Giovanni Di Benedetto, Spilimbergo (http://gravitykills.splinder.com/)
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