Ottantacinque – Qui non ci sono mai stato

Eccomi finalmente rasoterra, pronto a inventarmi nuove corde tese, deciso a inciampare nell’aria, ma rasoterra, con le due lunghe file di alberi e il viale senza arrivo. Ho messo un argine all’impazienza. Ho una casa e un uscio che danno su un viale bianco con ai lati due file di verdi alberi. Come un qualunque cimitero (perciò, per questa mia innata pazienza, tutte le notti i morti salgono a ritroso verso la casa e il viale li risospinge inventandosi una corrente contraria). Si tratta di questo: non sono fuggito da nessuna città, semplicemente ho scelto un fiume, uno solo, e mi sono messo a guardare la lotta delle acque. E di questo: non ne è scaturita meno confusione. Se fossi un bambino sarebbe più facile, arriverei appena all’acqua. Invece qua sotto mi ci sono dovuto piegare, rinunciando al controllo sognato dall’altezza. Ad ogni modo è da qui che guardo, spaccandomi la schiena, ma non leverò gli occhi dal mio viale liquido e dalla sua compagna foresta. Apro la porta, aggiusto la sedia e guardo. Non è detto che questo significhi morire più di quanto ricordi il vivere. L’ho capito subito, appena ho cominciato a perdere il conto del territorio (avendo deciso di essere paziente, imparo a memoria ogni centimetro, ogni lembo di terra, ogni sassolino, ogni ruga di corteccia, ma basta cedere al sonno per risvegliarmi in un paesaggio completamente nuovo: allora ricomincio a contare). Ma è questa difettosità a darmi speranza. Posso dire: qui non ci sono mai stato, e vedere che effetto fa. Raccolgo un sasso, e mentre lo stringo nel pugno già misuro la distanza ottenuta fra il punto in cui cadrà e il rosso aggrappato nel palmo della mano. Il viale è il mio avversario, ciò che mi dà coraggio. È senza fine il viale, ma se la deve vedere con lo spazio delimitato della sedia su cui rimango fermo. Non è che non c’è via d’uscita, sono io che esito. C’è un segreto per questo: bisogna rinunciare alla possibilità, non rallegrarsi troppo di fronte al verificarsi del caso, ma imitarlo, come quando sta lì a aspettare il momento giusto. Solo così per esempio posso riprendere il conteggio: dimenticandomi di contare. Per questo sono così stanco, stanco come uno schiavo che porta pietre alla piramide, perché il compito della giornata era memorizzare quella fila di sassi raccolti sulla destra, appena sotto il mio piede immobile, che è come dire correre come un pazzo per la discesa o salire folle il sentiero più ripido. Forse la mia fortuna è che il problema è solo quantitativo. Ma questo non significa aver fiducia. Anzi, bisogna concedere al mondo le proprie incongruenze, convincendolo che sono le sue vittorie (ma questo è per chi sa stare dentro la luce impassibile che se ne sprigiona). Perdo fiducia al secondo sasso, nel momento stesso in cui ho ancora una volta ripetuto la parola uno. Sicuramente non è un caso che la luce sul viso mi abbia fatto leggermente arretrare. Ma se c’è un divieto, mi esercito a vietarlo (è vero o no, che chi cade d’istinto si rialza?). Non so se in me sopravvivono più soggetti, ma ho sempre la sensazione che questo non sia il posto giusto dove attraccare, che non è qui che getterò l’ancora. In balia delle correnti, mi domando quanto ciò riguardi la carne o lo spirito, chi dei due strisci silenzioso verso l’altro. E mentre domando sogno. Sogno una realtà in cui la mia sedia il mio viale alberato la mia casa non siano altro che quel modo comune usato da tutti per giustificare quell’altra realtà, cioè per impedirle di sopravanzarci, e sognare che ci sia ancora qualcosa da vedere. Sogno e penso: mi sto facendo piccolissimo, mi sbriciolo sotto quel minuscolo sassolino, eppure potermi concepire responsabile di un tale desiderio, mi conferma che non ho delimitato bene il mio campo. Ho confuso il limite con una riga da tracciare. Mentre mi concentro su quella zolla di terreno, percepisco altri milioni di colori e quel ramo spezzato dalla parte opposta e perfino la casa alle mie spalle. Non sono io l’essere. O non dovrei essere qui. La ragazza che ho abbandonato aveva un sorriso sprezzante e gli occhi tristi. Mi ricordo di aver letto una volta che la maggior parte dei racconti, senza bisogno di scriverla, finiscono con la frase “Dopo di che tornò al lavoro come se nulla fosse accaduto”.

di Lorenzo Esposito, Roma (www.loresp.wordpress.com)

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Un Commento

  • gianlucagarrapa wrote:

    film. la maggior parte dei racconti sono ur-obori. serpenti che succhiano la coda di altri. apparente linearità. panico. non siamo l’essere, siamo il tempo che ci svilisce.