Quando andavamo in trasferta l´appuntamento per i convocati era al circolo Fenalc del quartiere alle 14.00. Ιl nervosismo iniziava da quando il canuto mister e il baffuto presidente ci facevano riunire dopo gli allenamenti del giovedí fuori dagli spogliatoi per leggerci a voce alta la spietata lista di convocazione. Chi non veniva convocato se ne andava sospirando, ma mai lamentandosi o contestando le decisioni della dirigenza.
Io all´inizio non c´ero quasi mai nella lista dei convocati, ma lo trovavo del tutto normale. Drogato com´ero da gigantesche dosi di moralismo e cultura del sacrificio assunte nella visione di innumerevoli cartoni giapponesi (altro che retaggio cattolico, le catene ai polsi di Mimí Hayuara, perdío!) sapevo che avrei dovuto lottare duro per dimostrare quello che valevo. Ma un giorno ce l´avrei fatta, l´importante era farsi trovare pronti al momento giusto. Occorreva concentrarsi solo sul duro lavoro in allenamento, due volte a settimana, col sole o con la neve. Per dei dodicenni era l´esperienza piú simile al servizio militare e il clima di nonnismo che si respirava non era certo da meno.
Piú che per meriti miei credo che fu per defezioni altrui che arrivai finalmente ad essere chiamato quasi stabilmente fra i sedici convocati. Un primo riconoscimento ufficiale ai miei sacrifici. Avevo dunque ragione, e Mimí Hayuara con me. Ovviamente andai stabilmente a occupare un posto in panchina, marchiato indelebilmente dall´onta della maglia numero 13, quella dei panchinari difensori. Difficile da digerire per me che mi ritenevo un Tardelli con piú visione di gioco e avrei voluto essere almeno un Antognoni prima dell’incidente. Ma sapevo anche essere realista. Avrei partecipato ai destini della squadra grazie a rare e ininfluenti sostituzioni, sempre verso la fine del secondo tempo, giusto per guadagnare qualche minuto utile a portare a casa un sudatissimo zero a zero. Nonostante ció il giorno della partita mi alzavo sempre teso. Era lo spasmodico pre-partita di un non-giocatore. Anche se panchinaro ero troppo preso dalla trepidazione, dai rituali prima della gara, dallo stilare mentalmente la formazione e ripassare a voce bassa le tattiche provate in allenamento. Mi sentivo parte di una squadra con tutte le responsabilitá che ne conseguivano.
Poi, una settimana di un freddissimo inverno, una buona metá della squadra venne falcidiata da una ondata di influenza che mise k.o. titolari e panchinari, senza distinzione di rango. Chiunque divenne improvvisamente indispensabile per la trasferta del sabato. Furono rastrellati a domicilio perfino i tesserati che non giocavano mai. Bisognava prima di tutto fare numero. Partimmo per Cupramontana, campo tradizionalmente ostico, dislocati in 4 o 5 macchine, che il pulmino era mezzo di trasporto da squadra borghese, e noi societá calcistica di impronta decisamente proletaria. Arrivammo al campo e facemmo un giro di perlustrazione, inzaccherandoci scarpe e pantaloni. La pioggia dei giorni precedenti aveva reso il campo un pantano. Alcune zone del rettangolo di gioco erano completamente coperte di acqua che inghiottiva metri di linee laterali. Aspettammo l´arbitro per discutere insieme a lui e ai nostri avversari se era il caso di giocare. I cupresi rimasero piccati dalle nostre insinuazioni sulle pietose condizioni del loro campo e presero un fastidioso tono di dileggio nei nostri confronti. Era solo della bieca pretattica. L´arbitro veniva da Jesi e decise che si giocava lo stesso, non aveva certo voglia di buttare via un pomeriggio.
Negli spogliatoi il mister ci stava per assegnare le maglie numerate. Per me, dopo mesi di panca fissa, non era certo un momento dai brividi particolari. Aspettavo che finisse di chiamare gli undici titolari, poi il secondo portiere con la maglia numero dodici, per farmi infine appioppare, come al solito, il nefasto tredici. Ma quella volta eravamo davvero un numero di giocatori esiguo, quasi non bastavano le riserve. Il presidente mi prese da parte, mi disse ¨Oh, senti, oggi parti titolare, ho dovuto convincere il mister perché era contrario. Giochi al posto di Mearelli, che é malato, sull´ala destra. Vedi di non deludermi eh? ¨. Ovviamente io avevo giá smesso di ascoltare dopo la quinta parola. Ero senza fiato, cominciai a respirare a fatica. Dopo tutti quei mesi di tribolazioni a vedere gli altri che giocavano dalla panchina, dopo tutte le volte che ero stato escluso dalla lista dei convocati nonostante avessi sempre dato il cuore in allenamento, ero finalmente e per la prima volta assoluta T I T O L A R E. Mimì Hayuhara sorrideva dall´alto benevola. Non solo. Sarei stato schierato con il numero sette, ala destra. Sarei stato libero di galoppare sulla fascia e avrei potuto mettere al centro dei cross al bacio per i miei compagni attaccanti. Avrei visto l´altra metá del campo, a me fin lí proibita. La rituale tensione pre-partita divenne panico, aggravato dalla presenza di tifosi avversari sugli spalti. Piú che per sostenere la loro squadra erano venuti a insultare noi e questo ci atterriva.
Di quella partita ricordo il freddo, le urla dei fan del Cupra, la fatica a stare in piedi su quell´acquitrino, le scarpe piene d´acqua gelida fino a non sentire piú i piedi dal freddo, gli incitamenti del presidente, le nostre maglie gialline che dopo due minuti erano marroni di fango proprio come quelle inizialmente blu dei nostri contendenti. Ma soprattutto ricordo questo momento, al ralenti, che é sembrato durare quanto una intera puntata di Holly e Benji.
Al novantesimo minuto eravamo sullo zero a zero quando, per un rimpallo della difesa, ci venne concesso un calcio d´angolo a favore. Lo batteva Stefano Menecozzi, ala sinistra incostante ma talentuosa e dal gran sinistro. Ci riversammo tutti nell´area del Cupra, sperando nel colpaccio in zona Cesarini. Non so come, Menecozzi riuscí a battere un calcio d´angolo dalla traiettoria avvelenata a rientrare, roba mai vista in allenamento. Il terzino destro del Cupra, che difendeva il primo palo, si ritrovó questo bolide effettato in picchiata sulla testa e non riuscí a fare altro che impattare malamente la palla senza respingerla, ma prolungandone la traiettoria dietro di lui, pericolosamente dentro l´area piccola. La palla si impennó e descrisse una nuova traiettoria infida, tesa e rapidissima, che scavalcó il portiere proteso in un vano tuffo. Nei miei ricordi il numero uno resta cristallizzato, curvo in aria, la testa girata allo spasimo, il volto una smorfia di disperazione, le mani inutilmente verso l´alto. La palla piombó a terra, o meglio in acqua, proprio sulla linea di porta dove c´era una estesa pozzanghera. Toccó il suolo senza rimbalzare, ma con un plaff sordo che sollevó schizzi in grado di accecare un mediano e un centravanti.
Si fermó a dieci centimetri dalla linea. Fra me e lei due metri e mezzo scarsi. Incredibilmente non c´era nessun giocatore ad ostacolare il percorso. Mi risuonarono in testa le parole ripetute mille volte in allenamento dal mister ¨Sui calci d´angolo la palla per voi deve essere come una fetta di mortadella lanciata in mezzo a un campo di concentramento¨. Non ero mai stato sicuro del significato di quelle parole, ma la mortadella mi piaceva. Mi buttai con un salto, una specie di tackle volante, punibile a norma di legge. Dovevo arrivarci per primo. Dovevo buttarla dentro. Quello era il momento di dimostrare quanto valevo. Di ripagare la fiducia del mio presidente. Di dare uno schiaffo morale al mio allenatore. Non solo uno sgobbone da allenamento. Ma un centrocampista capace di fare i goal, un talentaccio che avevano sprecato in panchina fino ad allora. Fu un volo interminabile quello verso quel pallone a galla a un passo dalla vittoria e dal riscatto personale.
Non mi sono mai spiegato cosa possa essere veramente successo, dopo. Forse atterrai troppo corto e si sollevó una specie di onda anomala in cui il pallone venne ricacciato dalla linea di porta verso l´area piccola. Io ero in mezzo al fango, investito da uno tsunami di schizzi di acqua e terra, non vedevo niente. La sfera di cuoio presto venne fatta preda dallo stopper di Cupra e fu poi spazzata lontano dall´area di rigore. Dalla pozzanghera, coperto di melma, vidi gli avversari che esultavano e i miei compagni di squadra allibiti, con le mani fra i capelli. Mi girai verso la panchina cercando conforto e spiegazioni con gli occhi, vidi l´allenatore sferrare un calcio a un secchio pieno d´acqua, il presidente girato che smoccolava guardando il cielo, i tifosi avversari che ridevano di me sugli spalti. I tre fischi finali, le docce, i mugugni dei compagni, la testa bassa, il silenzio di piombo sull´auto al ritorno, il groppo in gola.
Da quel giorno ho smesso di giocare a calcio, il gioco piú bello del mondo.
di Benty, Salonicco (http://benty.splinder.com/)
lo smarrirò nello spogliatoio della palestra. e molto scorrevole ma non televisivo, molto vicino al ‘realismo’ americano tipo dave eggers. bravo!
Non pensavo che avrei mai visto “cupramontana” scritto sull’internet. A Cupramontana hanno, o perlomeno avevano, un campo di calcio totalmente privo d’erba, rosso e sassoso, che in effetti alla prima pioggia diventava per forza di cose un pantano (arcamadonna tocca a giugà ntra la troscia). E poi hanno un diamante perfetto, per non so quale squadra di baseball. A Cupramontana hanno un problema di priorità.
@gianluca grazie, mi piace che non sia trelevisivo. preferirei radiofonico
@tamas poteva anche non essere cupra, poteva essere, il borgominonna o petriolo. tutto é trasfigurato nella finzione letteraria. nella realtá la buttai dentro e poi mi compró il Benfica. e cupra ha un pessimo campo ¨trosciosissimo¨
bella rievocazione in ottima scrittura dei tempi in cui si era giocatori e non calciatori; ma mica che prima era tutto “piu’ meglio”. Per dire, quand’ero piccolo io alla Palombella (Ancona suburb) si giocava su un campaccio in discesa (o in salita per le squadre in trasferta) mentre adesso i miei figli evoluiscono a Vicenza su un campo in sintetico di quarta generazione che pare un biliardo di Wimbledon. Ma tornando al racconto, m’è piaciuto un casino e basta.
Colonna sonora dei Black Crowes o Gov’t Mule, può andare ?
piaciuto tantissimo!
@flavio visti gli anni 80 direi che ci andrebbe inizialmente meglio una cosa tamarra da riscossa, tipo the eye of the tiger dei survivor, o ancora meglio burnin heart, quelle robe con cui rocky I,II,II si allenava. durante il volo al ralenti momenti di gloria di vangelis. finale a scelta, o una cosa tristissima (nick drake, tom waits, neil young), o loser di beck, didascalica, o la marcetta finale di fantozzi contro tutti.
@cristina grazie tantissimo. cade il pregiudizio che alle donne non interessino le storie pallonare
Che io confermo invece, non mi piacciono le storie pallonare, ma degli uomini che vogliono giocare sì.
gli uomini vogliono sempre giocare. quasi sempre. oh io almeno spesso, ecco