Dalla finestra della piccola palazzina vedo che si intrufola tra le tende di macramè da mercato. È così bassa che la testa appena tocca il davanzale, ma non è minuta. Lo capisco dall’accenno di spalle, largo quanto la finestra a due ante.
Tu esci di casa e le tendine, lontano la distanza di una piazza, si scostano. Vai verso il marciapiede e il viso segue il tuo piede che scavalla una pietra. Mentre cammini verso lei, il suo sguardo si fa più indagatore. Cosa hai in mano. Se vai a sinistra è per il verduriere o il bar. Se vai verso destra è per l’ufficio postale o il minimarket, o la banca oppure il tabaccaio. Se punti diritto verso lei è per il pizzaiolo.
Talib ha acquistato la pizzeria al taglio tre anni fa, assieme a suo fratello Hassan. L’hanno comprata da una coppia del posto stanca di lavorare. E, soprattutto, pessima nel fare la pizza.
Metto la testa dentro, ordino veloce la mia solita quattroformaggi con prosciutto, chiudo la porta e mi accendo la sigaretta. Di solito è quello il tempo che ci mette Hassan, alla cassa, a portare il foglietto dell’ordine a Talib, distante circa sei metri. Credo che, nei loro occhi, la piccola stanza ingombra del bancone, il tavolino della cassa, la graticola per il kebab e il forno elettrico siano in realtà un immenso salone delle feste ove ballare col blocchetto delle comande in mano. Le pile di scatole per pizza sono in verità colonnati, il calendario della proloco un gigantesco trompe l’œil, la radio sintonizzata su una stazione di musica italiana d’annata un complessino, un’orchestra.
Sente tu Cutugno! Sente!
Ti preeeeeego, Hassan, fammi quella pizza, ti preeeeeego.
Ogni volta, così. Il sabato a mezzogiorno, è così. La pizza. La gente che va verso casa per il pranzo. Hassan silenzioso ad ascoltare musica da una vecchia radio con Talib che stende e farcisce e inforna pizze. La signora che mi fissa dal piano di sopra.
Io sento i suoi occhi, anche se non può vedermi così addossato al muro. Ma sta guardandomi, lo so. Le tendine le si appoggiano ai capelli bianchi, il maglioncino rosso sopra la gonna di lana grigia. Le calze spesse e le ciabatte di panno nero. All’anulare sinistro ha sia la propria che la fede del marito morto da anni. In cucina c’è odore di cibo anche se da anni vive di una minestrina leggera, un pezzo di formaggio, qualche patata. Ha le bollette in una scatola su una mensola, nell’ingresso, affianco al bastone per camminare. Mi guarda.
Pronto tu! Pronto!
Me l’hai tagliata? Hai messo l’origano?
Origano è un euro, supplemento!
Lascia stare, lascia.
Buonappetito amico, ciao!
Saluto con la mano a fatica, il cartone della pizza mi scalda il palmo e il polso. Attraverso la piazza verso casa mia, mi giro all’improvviso e faccio ciao anche alla vecchia. Lei d’istinto solleva la sua mano, come quando salutava i suoi figli mentre andavano a scuola oppure i nipoti che correvano verso l’auto dei genitori dopo esser stati parcheggiati da lei per un pomeriggio, giusto il tempo di fare le commissioni senza bambini a intralciare.
La solleva e subito fa finta di toccarsi il mento, la bocca, a mascherare un gesto non voluto. Poi si scosta veloce dalla finestra e le tendine tornano dritte come muri.
di Rael, Ortigia, Siracusa (http://www.coreingrapho.com/author/emanuelesi-e-rael/)
anche le pareti dell’inferno possono essere di macramè. E spesso il paradiso ha un forno a legna
bellissime le tendine che tornano dritte come muri… sembra che cali il sipario su un frammento pop. lo lascerò nella pizzeria vicino casa.
una vita in un gesto a metà e in poche parole in croce. eh sì. è rael. grande.
grazie.
BELLO