Sessantadue – Malabahr

Quattro minuti per raggiungere l’argine. Non serve un passo da maratoneta.
Quattro minuti e il cervello non completamente in funzione.
Il cervello disinserito è fondamentale; quale altra limitazione potrebbe farti poggiare i piedi a fianco del letto, alle sette meno venti di giovedì mattina, senza avere un’idea delle previsioni meteo.
Svuotare la vescica, infilare un pantalone di felpa, indossare un maglione con Bart “mutande e birra in mano” stampato sul davanti.
Gesti meccanici, resi possibili solo da una attività cerebrale a scartamento ridotto.
Calzate le scarpe ti lasci alle spalle il calore della tana.
Apri la porta, fai scattare il cronografo senza guardarlo e… fuori!
La poca luce che raggiunge il vicolo ti protegge allo sguardo, anche se nessuno si sogna di darti un’occhiata: stanno tutti sognando altro. Capisci in un istante che la felpa non riuscirà a ripararti dalla rugiada che cristallizza sulla tua figura.
-”Razza di coglione” – senti abbaiare da una voce increspata: la tua voce…
Sei costretto a darle ragione; non c’è muscolo tendine o giuntura che non approvi la mozione: voto unanime alla “voce”.
Mentre scivoli da un passo stentato a un trotto da animale ansante… aria! Fredda, ti irrita le narici, tanto che inspirare è sensazione dolente; accende una scarica che dalla radice del naso, si irradia verso l’alto ad attivare l’innesco: fatto! Encefalo inserito.
In questo preciso istante ritrovi consapevolezza: ti avvolge un chiarore abbacinante.
Il dramma nel quale ti sei calato, la fatica di respirare, portare il peso di un corpo fuori forma, concorrono alla disfatta.
Una sola certezza ti impedisce la resa, sai che raggiunto l’argine la giornata non potrà che essere in discesa.
Già! Ma sei ancora nei primi quattro minuti, ti aspetta lo sterrato, con la salita che nasconde ai tuoi occhi il fiume…
Il grande fiume, il fiume per eccellenza.
Chi ne ha confidenza non lo chiama per nome…
Temuto, rispettato, sfruttato, odiato; questo lungo, interminabile corso, composto anche d’acqua, si incrocia alla vita di tanti.
Per molti romanzo, tratto azzurro sulla cartina, brutto voto a scuola.
Per altri viadotto, sudore dall’alba al tramonto, notte di pesca.
Per me aria di casa.
Chiamarla casa è forse esagerare: tre stanze e terrazza all’ammezzato, nel borgo vecchio. Coinquilino a singhiozzo Malabahr, boxer fulvo di tre anni.
Ha un’aria maledettamente intelligente che si trasforma in sguardo interrogativo, alzando un sopracciglio, se mi vede alle prese coi lavori domestici. Quando mi appresto ad uscire, mi guarda con la testa inclinata da un lato, per capire se sto mettendo mano al guinzaglio oppure uscirò di casa solo, senza la sua compagnia.
Unico momento, in cui mi esenta dal suo sguardo benevolo, quello della galoppata mattutina. Per quella non dà segni di vita; lo attraversa solo un leggero tremito, probabilmente mi controlla da dietro le palpebre, ma non batte ciglio.
Certe situazioni vanno affrontate in solitaria e lui lo sa: la fatica è solo tua, non la puoi dividere con altri.

di Giorgio Olivari,  Brescia

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3 Commenti

  • Uno spaccato di vita reso con estrema efficacia e sincerità.
    Bello, davvero.
    Lo lascerò laddove vedo gente correre.

  • Perfetto. E’ tutto ciò che penso ogni mattina, sommersa dalle calde coltri, e che prima di voltare “gallone” mi riprometto: domani mattina giuro!
    C’è da dire poi, che io non un boxer fulvo di tre anni che mi guarda con la testa inclinata e mi chiede tacendo:sei ancora qui? Mi è piaciuto assai. Ho sofferto anch’io per arrivare al fiume. Da venerdì comincio la palestra. C’è da crederci?

  • E’ ben scritto, ma mi ha lasciato piuttosto freddo. Sarà che a me non piacciono i cani…