Sessantuno – Ponzio Pilates

“Ciao Giovanni, benvenuto, accomodati…”.

Mi stringe la mano e con il palmo mi indica la sedia ergonomica. Perché questa strana donnetta con il volto vissuto e sproporzionatamente oblungo mi dia il benvenuto nel mio ufficio è tuttora un mistero. Gira intorno alla scrivania provocando uno scalpiccio di tacchi che mi irrita. Da sempre. Sarà che mia madre non mette mai i tacchi e la sua eleganza è inattaccabile persino dagli anni che passano. Nonostante quei nove centimetri artificiali la sua figura non arriva al metro e settanta, e sembra appesantita da una forza di gravità del tutto personale. Dev’essere il senso di responsabilità misto a qualcosa di simile all’arrivismo e alla prevaricazione sociale. Si siede innanzi a me con i palmi riversi, distesi lungo le cosce. Ha le mani morbide ma solcate da vene bluastre ben visibili; le unghie laccate di smalto trasparente, segno evidente di una senilità interiore non ancora visibile. I lunghi capelli castani lasciati cadere lungo le spalle sono sfilacciati e crespi. Non ha molto tempo per sé, mi dico, eppure ha tempo sufficiente per essere esattamente quello che deve apparire: il mio fottuto capo.

Si allunga per prendere un blocco bianco dalla scrivania e, per un attimo, la speranza che le ruote scivolino repentinamente all’indietro e lei sbatta la faccia contro il bordo del tavolo mi provoca una risata sarcastica. Dentro. Si ricompone sistemandosi il tailleur grigio con la placida austerità della maestra appagata dalla sua posizione. Mi guarda fisso negli occhi, accennando un bieco sorriso equino che non ricambio. E tutto d’un tratto il suo volto cambia: monta degli occhi tristi piegati all’ingiù, innaturalmente in contrasto con l’immutabilità delle sopracciglia a sesto acuto. Per capire se un individuo è sincero, soprattutto una donna, è sempre meglio guardare la sua fronte; gli occhi sono più ingannevoli della retorica. La pupilla è così dilatata da nascondere il colore dell’iride. Non sembra nemmeno stia fissando me, ma un punto lontano, oltre la mia persona. Un pensiero estraneo, un disinteresse mal celato. Probabilmente è un bel ricordo, mi suggerisco: una scopata mattutina, una striscia di coca, l’ultima volta che è stata felice, il bambino d’un altro o più semplicemente l’eccitazione del momento che sta vivendo.
Si schiarisce la voce con un colpetto di tosse isterica. Guarda l’orologio come per appuntarsi mentalmente che questo “impegno” non dovrà durare più di dieci minuti.

Come avrai certamente notato la congiuntura economica attuale è…difficile. Il che ha reso il nostro e il vostro lavoro ancora più duro. La nostra azienda ha saputo sopperire alla crisi con una politica del risparmio che tutela principalmente voi dipendenti. Ma non è bastato. Come avrai visto dalle mail della direzione, i numeri non sono buoni e la struttura deve operare dei cambiamenti per poter fronteggiare la crisi con più…compattezza”.
Brutto termine “compatto”. Comprimere qualcosa per ottenerne un’altra è una forzatura naturale, un’ingerenza.

Vi è stato inoltrato l’atto d’una vertenza sindacale tenutasi pochi giorni fa in sede centrale. La decisione è stata sofferta, ma unanime. Tutti i contratti a tempo determinato andranno a cessare…compreso il tuo”.
Avete presente il cliché “fulmine a ciel sereno”? Ecco questa sensazione è l’opposto. E’ come se ti ficcassero a forza dei cubetti di ghiaccio nelle orecchie e il gelido calore che emanano si propagasse con inesorabile lentezza progressiva ai punti vitali, fino a provocarti un lacerante senso di nausea alla base dello stomaco.

Personalmente ho tentato in ogni modo di salvaguardare qualche posizione qui in regione, tra cui la tua, proprio perché so come lavori e quanto hai dato all’azienda. I tuoi numeri, anche durante la crisi, sono buoni, le prestazioni di livello anche se incostanti ed è per questo che ho provato a…lottare per te. Ora tu devi vederti come un giocatore messo in panchina per motivi tecnici, non sentirti escluso. Non appena la situazione migliorerà, sarà mia premura farti re-indossare la casacca da titolare per giocare tosto, come hai sempre fatto”.

Ha davvero detto “casacca”?

Cercavo di elaborare quel fiume di parole automatiche, recitate come un rosario; ma il mio cervello inceppato si soffermava ironicamente sul suono grottesco di alcune di esse.

Ha davvero detto “casacca”?

perché noi siamo qui per vincere la Champions League...”.
Nella mia elaborazione brachicognitiva, chissà perché, avevo pensato al basket come metafora del licenziamento. Invece era il calcio. 
Nella stanza era caduto un silenzio sepolcrale. La tizia innanzi a me ora proponeva un sorriso di plastica a ventiquattromila denti, tamburellando nervosamente le unghie sul blocco degli appunti. Forse toccava a me, ma non sapevo bene che cosa dire. Chiusi gli occhi solo per trovare la forza per un respiro profondo.

E’ stato un onore lavorare per un’azienda così prestigiosa, comprendo le vostre ragioni e sarò lieto….”.

Le parole uscivano ovattate da un essere alieno che blaterava al mio posto: mio padre. Riconoscevo tutte le caratteristiche del caso: la mitezza, la lungimiranza, la responsabilità, il bon ton, il misurato orgoglio e un risentimento che suonava come gratitudine. A distanza di tempo non saprei ancora dire cos’ho farfugliato in quella malevola circostanza. Ma qui di seguito metterò nero su bianco ciò che avrei voluto dire.
Cara Cornacchia. Come saprai benissimo, il calcio non è uno sport da donne. Infatti nel momento in cui un titolare viene sostituito, gli viene negata la possibilità di rientrare in campo. In più devo informarti che durante i 90′ sono solo tre le sostituzioni possibili e non oltre trecento, come tutti i “cessati” di questa cazzo di azienda. E per quanto lusingato dalle tue parole di circostanza, credo che sia statisticamente irrilevante la mia posizione. Quindi non sperticarti in affettuose dimostrazioni di compiacenza verso il mio lavoro, e fai il tuo. Voi dirigenti siete solo dei guardacoste che ci urlano con il megafono cosa dobbiamo fare e dove dobbiamo dirigerci. Invece noi siamo degli inutili poveretti aggrappati ad una carretta del mare che imbarca acqua. Il tuo compito al momento non è gettarmi un salvagente (che nasconde una pietra legata da una corda), ma farmi andare alla deriva. Ho perso due anni del mio tempo, moltiplicati per otto ore al giorno, a fare un lavoro che, fondamentalmente, mi ha dato l’opportunità di capire cosa non vorrò fare mai nella mia vita. Questa amara ed ingrata fine nasconde, in verità, un mistero e una consapevolezza. Il mistero riguarda me stesso. Ovvero come la mia personalità sia riuscita ad entrare in una scatola così piccola. La consapevolezza è che, nelle accidiose giornate che mi aspettano, non dovrò mai recitare una serie di banalità così aberranti come quelle che hai appena proferito. Se il compromesso per l’arrampicata sociale è questo, preferisco rimanere alla base della scala con una sega da legno in mano. Detto questo, con immutata stima vattene affanculo te e la… Champions League“.

di Ramaya81, Spilimbergo, PN (http://gravitykills.splinder.com/)

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9 Commenti

  • flavio wrote:

    mi ricorda vagamente “Volevo Solo Dormirle Addosso”, il libro ma pure il film, ma qui c’è più DIGNITA’. e-c-c-e-l-l-e-n-t-e
    Lo stamperò e lo inserirò nelle bacheche sindacali/aziendali.

    piesse: la cempions speriamo la vinca
    l’Inter ^_^

  • Jimmy Cotta wrote:

    Prolisso anche questo
    Jimmy Cottta

  • EvaCarriego wrote:

    trovo perfette le metafore e assolutamente piacevole la scrittura

  • malabahr wrote:

    tristemente reale…
    bella anche lironica scrittura

  • Solo tre parole:
    bene
    bravo
    bis.

  • Valeria Vaccari wrote:

    molto bravo
    efficace
    conciso

  • Scritto bene con immagini efficaci, ma mi sembra abbastanza inverosimile nel complesso ed a tratti un po’ banale.
    Lo lascerò al supermercato *XX*X*X*X* di Porto Torres, dove oggi pomeriggio ho dovuto dare un colpo di carrello ad un sussiegoso giovane ispettore che, con aria grave a da gran intenditore, parlava del chissachè con un altra persona, invadendo tutta la corsia ed impedendomi il passaggio.
    Si vedeva che era un ispettore: era eccitato dal momento che stava vivendo. Chissà come mai gli ispettori di quei supermercati sono tutti giovani, e sempre diversi.

  • Bel lavoro, curato, approfondito psicologicamente,
    mi visualizza i pensieri in modo molto efficace!
    Bravo!

    MarioB.

  • Davvero ben scritto: tragicamente realistico e psicologicamente ben delineato (ma perché sto scrivendo con tutti questi avverbi?). e po’ quanno ce vo, ce vo! Ecchecazzo!

    Lo disperderò nel Centro Direzionale di Napoli (un’area ad alto rischio disoccupazione).