Quarantasette – Causa ed Effetto

La legge di causa ed effetto è inalterabile nel tempo. L’effetto deve seguire la causa con un’accuratezza matematica e non può succedere altrimenti. A sua volta, l’effetto diventa la causa grazie alla quale un altro effetto viene messo in movimento, producendo un ulteriore causa. (Wikipedia)
Nunzia stava fuori al balcone che stendeva i panni freschi di lavatrice; poco prima aveva riempito due bacinelle di bucato e per trascinarle fuori, s’era pure slogata una caviglia. Dentro c’erano i panni di Ciro, suo marito, e quelli di Antonio e Salvatore, i bambini di quattro e otto anni.
Tra una strizzata e una sbattuta, capì che per stirare quella montagna di panni ci sarebbe voluto un pomeriggio intero e per un attimo, pensò di buttare tutto giù dal balcone.
Quando stendeva i panni, Nunzia si metteva a cantare le canzoni dei suoi cantanti preferiti: il suo repertorio spaziava da Gigi D’Alessio a Raffaello, da Gigi Finizio a Gianluca Capozzi, ma non disdegnava quelle di Ida Rendano e di Nico Desideri.
Nunzia cantava e stendeva una maglietta, cantava e stendeva uno slip, cantava e stendeva un pantalone, cantava e bestemmiava come un camionista alla vista dei panni che doveva ancora stendere.
Verso mezzogiorno decise di fermarsi. Dopo quella sfacchinata aveva bisogno di prendersi una pausa, così tornò in cucina e direttamente dal becco della caffettiera, bevve un po’ di caffé avanzato dalla mattina. Era freddo e amaro ma serviva allo scopo, poi uscì di nuovo sul balcone. Dalla tasca della tuta azzurrina, quella comprata al mercatino dei cinesi, tirò fuori il pacchetto di Camel di contrabbando. Dall’interno pescò una sigaretta e l’accendino Bic viola, poi, con un gesto deciso, l’accese.
Il sole mattutino prometteva una bella giornata e Nunzia, che fumava beata affacciata al balcone, contemplava i panni appesi alle corde e il buon lavoro che aveva fatto. Quello stato di grazia fu interrotto dal rombo dell’auto di Ciro, che in quel momento stava tornando a bordo della sua Skoda Fabia con la marmitta spaccata. Così diede un ultimo tiro di sigaretta e prima di rientrare in cucina, la lanciò di sotto caricando il pollice e il medio come una fionda.
La cicca cadde con una parabola ellittica, finendo addosso ad un gatto color ruggine acquattato nell’erba, il quale, appena sentì la punta incandescente bruciargli il pelo, schizzò fuori come una molla, spaventando il gruppo di colombi a cui stava tirando un agguato. I colombi, impauriti dalla reazione del gatto, volarono via in ordine sparso, scagazzando in direzione dell’auto di Ciro, che in quel momento stava parcheggiando nel posto riservato all’handicappato del secondo piano.
Ciro si stava sfogando alle note di una vecchia cassetta dei Dire Straits e ogni tanto, si fermava ad ammirare il cruscotto lucido e la tappezzeria che profumava di Arbre Magic. Dopo quattro mesi s’era deciso a portare quel rottame all’autolavaggio ed ora, si sentiva felice come quando aveva fatto la prima comunione. Ma il sorriso da ebete stampato sul viso, si frantumò appena vide lo stormo di pennuti venire verso di lui. In un attimo, l’auto fu investita da un’impressionante grandine organica. Il rumore di quella raffica si diffuse nell’abitacolo con un rombo assordante.
Ciro uscì dall’auto maledicendo tutte le bestie alate e quando vide cosa gli avevano combinato, si mise le mani nei pochi capelli che gli erano rimasti. L’auto era stata colpita da centinaia di macchie biancastre maleodoranti: praticamente tutta la merda che quei pennuti avevano in corpo, l’avevano riversata sulla sua auto.
Ciro stava per esplodere come una bomba e come sempre in questi casi, doveva sfogare tutta la sua rabbia. Così con i pugni chiusi e la mascella serrata, si diresse a passo di carica verso il palazzone delle case popolari di via Pazzigno. Fece le scale due per volte, arrivando in un attimo al secondo piano, poi si mise a suonare il campanello di casa sua come un forsennato finché Nunzia, irritata da tutto quel scampanellare, non cominciò a gridare e a bestemmiare. Quando aprì la porta e vide Ciro con gli occhi iniettati di sangue, capì che sarebbe finita male.
Nunzia cercò di indietreggiare ma Ciro, con una mossa fulminea, la rintronò con una craniata in pieno volto, mandandola lunga sul pavimento, poi chiuse la porta dietro di se per darle il resto.
Ciro era fatto così, quando s’incazzava pestava Nunzia come un tappeto, incolpandola di tutti gli accidenti che gli capitavano.
Nessuno dei vicini fece caso alle grida e alle richieste di aiuto, il volume delle televisioni era al massimo e quasi tutte sintonizzate sui telegiornali regionali. Dall’Osservatorio Vesuviano qualcuno aveva registrato delle variazioni di magnetismo causati da uno sciame di microscosse, mentre dal Centro di Meteorologia della Federico II, un tizio annunciava rovesci temporaleschi provocati da una zona di bassa pressione.
Ma nessun strumento registrò quello che accadde in casa Autiero, quella mattina.

di Giancarmine Di Matola, Napoli  (http://cattiveinclinazioni.blog.dada.net/)

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3 Commenti

  • Sembra un frammento del film “Tano da morire”, versione napoletana. A dire il vero questa volta però Nunzia se le è meritate le botte.
    La lascio nell’androne del palazzo di un quartiere popolare accanto al mio paese, dove succedono cose più o meno simili.

  • Un bel racconto, ben concepito. Mi è piaciuto.

    (Ma perché qui dentro si pubblica così tanto e si commenta così poco? Qual è la concatenazione di cause ed effetti che spinge a pubblicare tanto e leggere poco anche nella rete come nella realtà extra-virtuale? Spero solo che i lettori siano molti di più dei commentatori, perché storie così meritano molta più diffusione dentro e fuori la rete)

  • Tragica verità. Ho sempre sostenuto che ognuno deve farsi gli affari propri. Da un po’ di tempo ho cambiato idea, almeno in certe situazioni.