Quarantanove – Ligera

Ambrogio stava incollando sull’album le foto della sua ultima preda, l’Elisa, quando andò via la luce. Era una sera di fine Agosto e lui, da buon ligera, sapeva che c’era la luna piena e non c’era bisogno di candele o torce elettriche.

Alzò la tapparella su Viale Argonne, uno dei suoi teatri preferiti.

Era ancora in mutande e non voleva farsi aspettare, era la prima uscita da morosi.

Fissò lo sguardo sul tatuaggio che vent’anni addietro si era fatto incidere sul magro bicipite sinistro: raffigurava un grande occhio azzurro che all’Elisa faceva un po’ paura perché – diceva – sembrava l’occhio di una bestia. Ai ligera piacevano le femmine paurose.

Si accese una sigaretta francese di gran lusso, indossò un pantalone scampanato color crema e una camicia di organza viola con le punte del colletto lunghe come la coda di un frac e senza bottone in cima. Tanto per un ligera l’abbottonatura della camicia inizia al quarto bottone…

Pensò che quella sera l’Elisa lo avrebbe trovato uno schioppo di sesso. Uscì cantando il tico-tico per le scale.

Parcheggiò la lambretta vicino alla fermata della filovia e fu sbattendo all’unisono i tacchi dei suoi spettacolari stivaletti di vacchetta andalusa che Ambrogio fece ingresso nel bar.

Salutò tutti senza guardare nessuno e ordinò un caffè corretto Nardini.

Uscì sulla soglia a guardare la luna con la chicchera in mano, in mezzo a un piccolo branco di sbarbati senza soldi per le ferie.

Passò la novantatrè in frenata e in piedi, davanti alla porta d’uscita, vide l’Elisa grande stangona e per l’emozione si accese un’altra sigaretta, che grattava piacevolmente l’alcol della correzione.

Lei si accomodò dietro di lui con le gambe unite, la lambretta partì dolcemente, salutando un tavolo dell’anguriera all’angolo da cui partivano sguardi accigliati che seguivano la moto come teleobbiettivi nell’atto di cogliere un particolare decisivo, qualcosa di cui parlare.

Lei veniva da Baggio, dall’altra parte di Milano, e Ambrogio scoprì che non era mai stata all’aeroporto. Si stringeva forte e il vento sbatacchiava il foulard sulla nuca di lui. L’Ambrogio conosceva un posto in mezzo ai prati che confinava con la pista di Linate dalla quale decollavano gli aerei. Erano già sul Forlanini e rallentando, con la testa inclinata verso di lei, disse:

- Elisa, ti va bene un bacio per ogni aereo che parte ?

Lei non disse nulla, perché era giovane. Alzò gli occhi, che il vento le impediva di tenere completamente aperti e vide un aereo in virata.

Si strinse più forte, mentre Ambrogio accelerava.

di Claudio Sanfilippo, Milano, (http://www.myspace.com/CLAUDIOSANFILIPPO)

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10 Commenti

  • ‘na forma di antipatica nostalgia mi hai fatto in/sorgere,
    anche co ’ste punte lunghe della camicia
    che non mi piacevano neanche, allora, allora, già,
    e non mi piace più neanche la Nardini,

    però il tuo racconto, sì, bravo,
    c’è un bell’aria che gira, dentro

    MarioB.

  • Questo racconto ha sapori, odori, vento e senso. Claudio in prosa è maschio e femminile insieme. Come quei mistici dai piedi scalzi, che respirano per via di pelle. Lo disperdo vicino a Fiumicino, facendolo volare dal fimestrino dell’auto.

  • alfar wrote:

    Nostalgia. Provocare sentimenti, rievocare sulle voci, attraverso le voci…
    è tutto qua
    alfar

  • EvaCarriego wrote:

    Molto bello, stampo e diffondo.
    Pasticceria qui sotto, vicino alle prime zeppole suggestive di carnevale.
    (Scrittura limpidissima, leggerei volentieri anche qualcosa di più impegnativo).

  • Sta chi l’e propria na gran schiccheria, sta storia chi.
    Lo lascio nella buce delle lettere di un tipo che nonostante i suoi 72 anni si veste ancora così, con tanto di basette laterali.
    Il termine ligera ha subito molte trasformazioni, giù in liguria. Nella zona di sanremo si dice “lingera” (capellone, attaccabrighe, forse anche un po’ drogato e ladruncolo, persona poco inquadrata nei canoni della normalità). Più in la, verso Genova si dice “legera”, più o meno la stessa cosa, forse un po’ più grave.
    Bellissimo racconto.

  • Bello, bello. Col mio amico L.Bello, da studente di ingegneria aeronautica, quarant’anni fa, andavo al Forlanini, a vedere gli aerei. Ma non ci baciavamo.

  • Ottimo.
    Qui a Roma il Forlanini è un ospedale:

    - Elisa, ti va bene un bacio per ogni ambulanza che arriva?

  • grazie e grazie…

  • ho gradito anch’io
    ed anch’io mi sono un po’ immalinconito

  • Molto bello. Molto.