Immaginate che tutte le parole della lingua italiana – quelle del passato, del presente, i forestierismi, gli slang giovanili, il gergo (tele)giornalistico, i termini dialettali, i vocaboli degli autori classici e quelli standard, basic, degli scrittori odierni – formino un’enorme piramide, un menhir gigantesco, alto quasi fino al cielo, che a poco a poco si erode, si tarla, si sbriciola; del tutto si schianta. Dentro alla piramide c’era però un albero con su incise quelle stesse parole: le une accanto alle altre, al punto da ricoprire tutto l’albero e anche le foglie, le radici, le formiche o gli uccelli che vi sostano o che vi transitano. E così c’è solo quest’albero, quest’albero di parole che chissà come non è stato ancora abbattuto per far posto a qualche torre di cemento, prevista dal piano regolatore. Ma da qui a poco verrà abbattuto sicuramente.
Gli alunni non capirono, eppure si trattava di termini comprensibili, usatissimi, tarlarsi, erodersi, schiantarsi. Si trattava di un’immagine poetica, nemmeno tanto originale, né eccessivamente metaforica… Ma tant’è: alla dirigente della scuola giunsero le proteste dei genitori degli alunni, e tutti poi si recarono da questo professor Giacomo (compresa la dirigente che un tempo era chiamata preside) e l’affrontarono di petto, a muso duro: lei parla, cioè tu parli troppo difficile (di questi tempi si danno tutti del tu).
Poi il prof Giacomo (da tutti chiamato Giacomino) sparisce. Della sua sparizione non molti se ne aduggiano. Che, che hai detto? Allora bisogna tornare a spiegare e Giacomo ha pazienza, ne ha tanta, ora che si è nascosto in un appartamento sfitto accanto ad un albero, intorno al tronco del quale ha collocato una striscia di carta, un rotolo su cui ha scritto alcune parole, quelle più difficili che nessuno capisce. Purtroppo di quell’albero si è accorto un tal Marosca che pare sia uno scrittore à la page, uno di quelli che vendono libri a palla e ci hanno i contratti milionari, da milioni e milioni di euri, (e ovviamente ci hanno un sacco di donne), mica credere e questo qua, per caso, (è ammesso il caso nelle storie), si ritrova là sotto all’albero e vede queste parole e pensa: oh cacchio e se qualcuno le vedesse queste parole, qualcuno su quanti? pure uno basterebbe e potrebbe venirgli l’uzzolo, che non è parola da Marosca, la voglia cioè di approfondire e sai com’è parola dopo parola… insomma è meglio non rischiare e vuole far abbattere l’albero, anche perché ci ha certe bazze che è termine dialettale cioè certi affari con gli imprenditori edili della zona (e quindi l’albero sarebbe stato comunque abbattuto) che sono sub fornitori di un complesso di imprese, un enorme conglomerato di imprese, una multiutility e multiservice di imprese che operano in tanti e tanti e tanti settori e lui scrive sulla rivista di questo gruppo mastodontico, grande grande cioè, che si chiama Amprigola o Aprigola, o Aprigelo o Amprigelo o qualcosa del genere che qua si lancia volutamente un’allusione per cercare la maledetta cooperazione del lettore, che non vuole più cooperare: la gente di ’sti tempi non riesce a leggere per più di tre righe che poi si stanca subito e non capisce niente; forse è una malattia, un virus, ma nessuno indaga perché ci sono problemi più importanti, vuoi mettere, e che anzi è meglio così che la gente non può perdere tempo a leggere, ormai quasi tutti vi si sono abituati e Giacomo pensa che non c’è manco più bisogno di bruciarli i libri come in Fahrenheit 451, che è un film e pure un romanzo, tanto le parole e i libri scompariranno da sé e anche i libri in rete e Marosca pure dovrebbe essere preoccupato perché anche lui scrive, anche lui scrive libri molto lunghi, ma Marosca non si preoccupa, tanto, lui, ha venduto i diritti d’autore per farci un film e comunque i suoi libri sono nella lingua standard, più comprensibile e sono tanto veloci i suoi libri quanto una sveltina, anzi un’eiaculazione precoce. E non c’è niente da capire.
Alcune persone, però, prima che l’albero venisse abbattuto, una notte si sono ricopiate le parole difficili scritte sul rotolo che l’albero abbraccia e l’hanno imparate a memoria.
Hanno così iniziato a parlare strano questi individui e le famiglie di appartenenza li hanno prontamente denunciati alle autorità competenti, cercando di far capire a gesti la tipologia della follia.
Li hanno arrestati in diretta, per dare l’esempio, ha commentato un cronista, nel servizio trasmesso dai tiggì nazionali a rete unificate in prima serata. Costoro vengono curati, i medici non comprendono i sintomi, l’albero viene abbattuto, il rotolo bruciato. A Giacomino, rimasto chiuso in quella topaia – che è sfitta per via di una crisi economica nel frattempo sopraggiunta, (ma, non si sa come, l’appartamento sfitto rende lo stesso, è pur sempre una proprietà privata) – novella doglia nel cor gli è venuta. Ma non s’arrende. Lancia aeroplanini di carta negli appartamenti vicini con su scritte le parole meno usate, sperando che qualche bambino le raccolga e che pur non comprendendole, continui a sognare di poter realizzare infiniti mondi di parole.
S’è fatto una scorta di libri, un tempo li chiamavano classici. Quando non scrive legge. Ed ha anche un vocabolario. E quando legge e quando scrive più non sente dolore. Ma non sempre capisce quello che scrive. Come in questo caso.
di Alfar, Bologna (www.alfar.splinder.com/)
Lo trovo prolisso. La metà bastava.Ma apprezzo l’intenzione.
bisogna piantarne un altro, con le parole che nascono con le radici stesse, che si arrampicano sui rami, che si mischiano alla resina, che si aggrappano al tronco, che diventano la trama di ogni singola foglia.
coraggio Giacomino, troveremo il modo.
Bello. Proprio bello. Io amo le divagazioni in mezzo al contesto.
Però, le parole non sono i concetti. Li esprimono. Se manca la parola esatta ma c’è il concetto, una perifrasi servirà altrettanto bene, io credo. Forse addirittura meglio.
Danilo, io preferisco la concisione. Le perifrasi possono servire per l’ironia, ma spesso sono peggio delle parole o frasi tra virgolette. In certa letteratura la prolissità è ben accetta, ma non mi sembra questo il caso.
Maurizio, la differenza di opinioni è ciò che permette le corse dei cavalli, no?
Quando io sono conciso (più o meno sempre) mi si parla di prosa involuta.
Comunque erano due i punti. Il primo è che mi piace l’andare un po’ per asparagi, magari a colpi di parentetiche, nel bel mezzo del discorso. Opinione stilistica.
Il secondo è che con una perifrasi, o più di una, a mio parere, spesso il concetto viene meglio definito. Meno spazio all’ambiguità nella definizione necessariamente soggettiva del termine esatto. Intendendo con ciò che non vedo necessario l’albero delle parole. Utile, certo, ma non necessario.
Voglio dire, i racconti, le fiabe, che ci sono qui potrebbero essere riassunti in poche parole. Quattro o cinque. Ma non trasmetterebbero la stessa sensazione. L’arte dello scrivere è l’arte della perifrasi, secondo me.
Tra perifrasi e dispersione c’è differenza, e non amo andare per asparagi se sono impegnato in qualcos’altro. Leggo molto volentieri Nabokov, anche se rileggo molto Borges. Borges e Carver sono un esempio di quel che intendo. Poi, ovvio, è questione di gusti. Ho buttato un sassolino nello stagno: in quello di questa pagina, d’accordo, ma l’intenzione era anche di creare una stonatura nel coro di ammirato stupore che commenta ogni racconto. Concordo, naturalmente, sulla differenza di opinioni, peraltro difficili da motivare. Ma prendo atto che se scrivo “geniale”, “spiazzante”, “struggente”, “fantastico”, “commovente” il sasso non fa cerchi; bastano invece due paroline (”troppo prolisso”) ed ecco che qualcuno drizza le orecchie. Molti scrittori si sopravvalutano solo perché sono sopravvalutati. No? (Vedi? Comincia una discussione…)
Ohi!
Una discussione era esattamente ciò che volevo anch’io. E ciò che manca, quasi sempre, in questo genere posti.
Se una cosa è bella, si dice che è bella, se una cosa non piace si tace.
Epperò, non lo trovo troppo prolisso. Le divagazioni le ho gradite, e mi hanno reso più facile il testo.
Ma, come ti dicevo, io indulgo nelle divagazioni.
Bentrovato, comunque.
Oh, così mi piace. Devo dire che ero incerto: dire quel che penso o esimermi dal commentare? Mi si nota di più se mi astengo o se dico quel che penso? La seconda, in questo caso, perché altrimenti del mio passaggio non rimarrebbe traccia. A tutti piacciono i complimenti; alcuni (pochi) trovano certe lodi esagerate o improprie, però ringraziano, magari schermendosi; altri (pochissimi, e anche meno) le ritengono altrettanto esagerate e lo dicono, senza far ricorso alla falsa modestia. Se nel commentare queste pagine usiamo tutti i superlativi, cosa useremo per i grandi scrittori? Dovremo coniarne di nuovi. E questo potrebbe farlo uno scrittore. Un’idea per un racconto.
ah, ah le parole…
viviamo in silenzio, come…mutu a fiorentina
…se le parole spariscono, viviamo in silenzio; fa bene a molti. L’autore ha ragione di”nascondere” le parole, cioè i libri; chi legge oggi? la maggioranza ha in casa solo elenco telefonico. Internet, tv, cellulari, ecc…
e io vi ringrazio tanto che tale discussione avvenga sul corpo di questo test(acci)o.
E terrò conto sia delle critiche diMaurizio (visto che ne dobbiamo sempre mangiare forme di pane, come si dice in quell’altra mia radice che è partenopea), sia i complimenti di Danilo.
Non mi va di fare il giochetto: commentate me e commento voi…
Quindi…
Ritengo assolutamente necesario il lavoro di bolino e l’umiltà di riconoscere gli errori. A dire la verità, io stesso, di difetti a questo testo ne ho trovato a iosa. Il mio obiettivo è produrre davvero qualcosa che valga e questi sono esperimenti.
Ma rileggendo i racconti di Maurizio e Danilo, dirò, che ho apprezzato più il secondo perchè 1) davvero conciso. 2) perchè a mio avviso ha osato di più.
Quello di Maurizio mi è sembrato troppo tradizionale. E si dirà: e basta con questa storia dell’avanguardia e della sperimentazione. E vi dirò 1) che per me scrivere è conoscere, ma è anche rischio, tentativo, tradizione e tradimento.
2) voglio però anche prendere molto sul serio la possibilità di scrivere qualcosa di tradizionale, leggibile e incunearci qualcosa di extra, con nonchalance. perciò apprezzo anche il racconto di Maurizio. Mi piacerebbe stare un po’ in partibus infidelium, ogni tanto…
3) Questo è un gioco molto serio e io così lo prendo. Il testo stesso è nato come una spinta inarrestabile, messo giù di getto e forse poco rivisto. Piuttosto dispiace che non sia stato notato il tentativo di specchiare tra loro forma e sostanza.
A proposito di letteratura, si parva licet, io credo che sia un obbligo per chi scrive, su qualunque supporto, ispirarsi alla LETTERATURA, alla storia della letteratura italiana, a quella di altri paese, in un confronto serratissimo, se non altro per capire la nostra (la mia) piccolezza letteraria.
In questo caso ci ho provato, sempre si parva licet.
Chiedo venia se sono intervenuto in qeusta discussione, non ho però provato nè a difendere il testo (che non lo merita, nè ne ha bisogno), nè a spiegarlo o altro.
Era anche giusto uscire un attimo dal cono d’ombra.
Non è che mi facciano impazzire le discussioni su… (si discute di tutto mentre lo si fa oggi), però è interessante, ragionare sulla scrittura e il blog e le varie scritture che sul blog si confrontano (scontrano).
E’ inutile poi girarci attorno: siamo tutti dei gran narcisisti.
Alfar
Non volevo usare la parola narcisista, ma dal mio commento si capisce che la sottintendo. Sì, lo siamo un po’ tutti, ma non tutti abbiamo lo stile di Oscar Wilde. Il primo tema che feci al primo anno di liceo mi fruttò un 3. Da sempre abituato ad essere il padreterno della lingua italiana nella mia classe, ho accusato il colpo (subito credetti in un errore), poi ho letto con attenzione le motivazioni. E tra queste c’era il continuo divagare rispetto al tema a favore di una storia fantastica, i periodici ciceronici e l’aggettivazione alla Poe. Mai brutto voto fu più efficace e fruttuoso.
Il mio racconto è preso da una storia molto più lunga; l’ho tagliato e adattato, e mi pareva perfettamente in tema con quanto richiesto; e, sì, lo si può considerare “tradizionale”, che forse è il contrario di “sperimentale” o “innovativo” o “coraggioso”. Lascio ad altri il compito di analizzare il metodo o lo stile, e mi contento di considerazioni più grossolane, magari semplicemente di un “mi è piaciuto”, “mi ha stupito”, “bell’idea, bravo”. Certo che il mio, di bulino, dev’essere affilato spesso, perché rimango molto sul testo e correggo di frequente, cosa che una volta non facevo. Ma quel che conta è sempre il risultato, l’effetto finale. Apprezzo il tuo commento, mi pare sincero e disincantato quanto basta, e concordo sul fatto che tutto questo vada preso seriamente, anche se con leggerezza. Il che parrebbe smentire quella vecchia volpe di Vauvenargues: “Chi compone versi non riconosce alcun giudice per i suoi scritti: chi non fa versi, non se ne intende; chi ne fa, è un suo rivale”.
Maurizio: che mi si noti o meno (ho colto la citazione e l’autoironia) non è importante, almeno per me. Io ho postato qui per verificare se il mio stile, che uso e userò comunque, possa piacere anche al prossimo, il che sarebbe una specie di bonus, ma non necessario. Infatti il mio blog non è linkato praticamente da nessuna parte. Non piace, pare. Ma rimane il mio.
Alfar: a mio (soggettivissimo) parere, chi scrive non scrive per essere letto, ma per far stare zitta la bestia che urla dentro. Se poi lo leggono, dicevo, è un extra.
In questo senso, in quest’accezione, sì, è carino cercare di migliorarsi, di limare e perfezionare, ma _davvero_ non vedo il motivo di ispirarsi ad altri.
Se volessi pubblicare, cercherei di imitare King, piuttosto che Montale. Ma se invece volessi, come voglio, mettere nero su bianco l’immagine che mi leva il fiato alle tre di notte, perchè non me lo rifaccia la notte dopo, allora non mi va di imitare nessuno. Di ispirarmi a nessuno, volevo dire.
(mi accorgo di un buffo refuso: “i periodici ciceronici”. Un nuovo filone dell’editoria)
Bene, Alfar, concordo (ma non del tutto) su quanto dici a proposito dello scrivere. Una delle mie frasi ricorrenti in proposito è che lo scrittore vive un’ossessione di cui si deve liberare, o con cui venire a patti, e uno dei modi è appunto scriverne. Invece trovo estremamente raro che chi scrive non lo faccia per essere letto. Oltre a scrivere suono in un gruppo; ho conosciuto qualcuno che sostiene di voler suonare con gli amici per divertimento, e di non essere interessato ad esibirsi ma a non l’ho quasi mai creduto. Abbiamo bisogno di lodi, ma anche di un confronto. L’uomo è anzitutto un animale sociale. Ho pubblicato due romanzi, e non ho nessuna voglia di tenermi il terzo nel cassetto.
(Scusate gli errori di battitura e le virgole sballate: ho fretta, devo scappare, stasera vedrò se questa bella discussione è continuata)
Ma non rinuncio ad un ultimo commento pro Alfar, che consiste in due osservazioni di Nietzche:
“I buoni scrittori hanno in comune due cose: preferiscono l’essere capiti all’essere ammirati; e non scrivono per i lettori aguzzi e troppo sottili”
“Finché ti si elogia, credi pure sempre che non sei sulla tua strada, ma su quella di un altro”
Ne aggiungo una terza, davvero tagliente (la condivido in pieno, peccato che sia io stesso il primo a non rispettarla):
“L’autore deve chiuder bocca, quando apre bocca la sua opera”
Accidenti che densa discussione sotto cotanto denso racconto che ho apprezzato assai soprattutto nella chiusa finale, fatta di frasi spezzate (un tempo si sarebbe parlato di asindeto) che danno un nuovo respiro a tutto quanto antenarrato.
Ciò détto inviterei a leggere altro di alfar, che è un esploratore di stili e concetti la cui opera parla per sé e dice più di questo raccontino che pure (come ho anzidetto) ho apprezzato.
Post dictum (da amico peDante):
Epperò non capisco questo passo qua
“mica credere e questo qua, per caso, (è
ammesso il caso nelle storie)”
(e in ogni caso, non capisco quella virgola dopo quel ‘caso’ là).
Ciò detto (ciò scritto) mi taccio.
Ripassando quivi ogni tanto in rassegna, andirivienando su e giù per questo meraviglioso (mirum, incubo, monstrum, prodigioso) labirinto narrativo in rete che via via si va istruendo e ricapitando da queste parti e rileggendo cotanta discussione intorno a un testicolo veramente,. mi vien voglia di infierire…
Non te ne aduggiare Alfar, e riprendo qua un parolone che tu usi appositamente, ma che vuoi fare? Vuoi forza dare lezione di italiano, di stile, se sì accomodati…
Assolutamente d’accordo col Goldoni, forse l’intenzione è buona, ma la presunzione pessima.
Sia detto sine aliquo livore.
PS Goldoni bypassando questi autorucoli come si intitolano i tuoi romanzi e da quale casa editrice sono stati pubblicati? Su forza andiam alle uova soda, suvvia Goldò ormai l’hai detto…anzi scritto.
Jimmy Cotta
Per Jimmy Cotta: le mie osservazioni, che non erano ironiche né tantomeno sarcastiche, hanno portato ad uno scambio di idee tra il l’autore di questo racconto, Aitan e il sottoscritto. Nessuno se n’è avuto a male, e la discussione è stata civile e, spero, di qualche piccola utilità. Le auguro che il suo intervento porti a risultati ancora migliori.