Non è il momento di far baldoria questo, è il momento di stare schisci non alzare gli occhi dalla scrivania, stare sul posto di lavoro. Giorno e notte senza sabati e domeniche. Il tempo di respirare, fare qualche flessione, qualche esercizio di ginnastica e poi di nuovo lì. Neanche guardare fuori dalla finestra, troppe distrazioni troppi svaghi. E poi ogni città è uguale all’altra quando si lavora, Milano come Barcellona, Torino come Napoli. Non importa che ci sia il mare o no. Sono mestieri creativi perché si mangia sushi a pranzo e a colazione, c’è il calcetto nella sala riunioni e le pareti colorate. Viviamo in ufficio come se fossimo a casa nostra. E siamo tutti contenti tra colleghi si scherza perché non si ha una vita privata, tutti contenti a riderci sopra. La borsa si alza e si abbassa come la marea di quel mare che non vediamo perché abitiamo a Milano, a Barcellona perché non usciamo mai dall’ufficio. Neanche il sabato, neanche la domenica. Guadagniamo un sacco di soldi ma non sappiamo cosa farcene, non abbiamo tempo da impiegare fuori dal lavoro. La borsa si alza e si abbassa e non pensiamo alle decine di persone che perderanno il lavoro, pensiamo ai nostri soldi in banca ridotti a carta straccia. I nostri soldi. Il tempo libero non esiste, è un tempo morto che ci fa orrore come il sushi del mezzogiorno che mangiamo la mattina, tanto siamo comunque in ufficio. Qualcuno da fuori ci chiede che lavoro facciamo e non ce lo ricordiamo neanche più, come non ricordiamo il nostro nome il numero di scarpe, la targa dell’auto, su che pianeta viviamo,. A questi ritmi, un lavoro vale l’altro. Ma il nostro è un lavoro creativo, strapagato, brillante, invidiato da tutti. “Sono ad una conferenza, sono in radio, sto facendo un intervista, mi stanno facendo un intervista, sto entrando in feltrinelli, sono con alessandro bertante, alessandro bertante è con me, sono sull”altro telefono, sono a cena con x, sono a pranzo con y, sto scrivendo un articolo, per il giornale, per repubblica, per gq, per il venerdì, per satisfiction, sono in una riunione, sono in biblioteca, sto traducendo un pezzo, sto scrivendo un”introduzione, una postfazione, un testo accompagnatorio per il corredo editoriale di un volume, sto editando un testo, sto visionando una traduzione, sto parlando con un traduttore, con il sindaco, con un giornalista, con l”assessore per il festival di, insomma non posso parlare.” Ma non importa. Siamo felici di appartenere alla classe creativa, che poi sarebbe come la serie c2 del calcio ma noi non lo sappiamo. Amiamo il nostro computer più di noi stessi, è il nostro confidente spirituale. Amiamo il nostro lavoro. Abbiamo un sorriso perenne stampato in faccia, non c’è motivo di essere tristi o depressi, il lavoro va a gonfie vele. Le nostre facce riempiono i giornali economici, siamo noi quelli che guadagnano dalla crisi, siamo noi gli sciacalli e gli aguzzini. Siamo noi che mandiamo le segretarie in tintoria, chiamiamo il caffè dal bar, evitiamo ogni contatto umano con l’esterno e facciamo venire l’esterno da noi. I nostri asili aziendali sono vuoti perché non ci riproduciamo, le maestre uniche sono in esubero e piangono in silenzio. Noi siamo chiusi in ufficio a commentare la nostra non vita sui blog, chattare su facebook, postare frasi senza senso. Parlare di cose private che non interessano a nessuno senza nemmeno il pudore di chiudere questo nostro diario personale in un cassetto, per vergognarci come ladri tra vent’anni. Esibiamo la nostra impudicizia, coltiviamo il nostro voyerismo. Siamo in perfetta forma fisica, flessioni per il corpo e lavoro. Poco, pochissimo cibo. Ci nutriamo oculatamente in un continuo ragionamento di calorie introdotte e perse. Quando nello stesso momento leggiamo le mail, rispondiamo al telefono, ascoltiamo un interlocutore e scarichiamo la segreteria ci sentiamo degli dei, abbiamo un orgasmo di fronte a tutti, io posso fare tutto, io sono Dio. Non importa quanto siamo cafoni, beceri, inopportuni. Importa solamente non perder tempo. Anche i nostri interlocutori li ascoltiamo fintanto che non ci fanno perder tempo, fintanto che non subentra la noia che è l’anticamera del tempo libero. Il tempo libero ci fa orrore. Così evitiamo gli altri esseri umani che non desiderino essere ubiqui. Facciamo mestieri creativi che tutti ci invidiano, coi quali ci riempiamo la bocca. Abbiamo ambizioni smisurate, pari a quelle di un semidio. La nostra aridità non ci spaventa,sappiamo venderci benissimo. Ci trattiamo come una merce, ben incartata e allettante all’esterno. Siamo invidiosi degli altri, di chi si accoppia, di chi prolifica, di chi sorride senza motivo a mezza bocca, di chi ha più talento e di chi ha più stima. Siamo un contenitore di invidia., La nostra vita surrogata è tutta sulla scrivania: tavolette di cioccolata, la palla di vetro con la neve, l’albero di Natale dentro la sua scatola, la pianta grassa. Tutto ciò che non possiamo coltivare a casa, ce lo portiamo in ufficio. Piante, golosità, ricordi, ricorrenze. Non confidiamo a nessuno la nostra età. A 50 anni ci comportiamo come a 30. Non ci guardiamo mai allo specchio o ci guardiamo poco per lustrare quell’involucro ben conservato. Siamo preda delle malattie e non ne abbiamo nessuna: ipocondriaci. Non diamo peso ai sintomi solo ai farmaci, scacciamo l’influenza in un giorno e mezzo. Siamo consumatori compulsivi, in quell’ora d’aria compriamo gadget inutili, libri illeggibili, giradischi grammofoni, radio senza valvole computer a manovella, orge di fumetti usati e vestiti vintage. Abbiamo tutti una fidanzata bionda da qualche parte. Buona per le occasioni mondane, per gli inviti, le inaugurazioni. Una compagna che ha fatto i figli con un altro.
Qualcuno ha detto che l’economia libera fornisce ai consumatori una straordinaria opportunità: quella di uscirne. Non è il momento di fare baldoria questo, di stare schisci sulla scrivania, di lavorare il sabato e la domenica. E’ il momento di andarsene.
Valeria Vaccari, Osnago (LC)
E’ efficace questa immedesimazione stilistica nella testa di un membro della sedicente classe creativa. Sicchè il fatto dal dir non sia disgiunto, è una lezione da tenere sempre presente (forma e sostanza coerenti) se non altro perchè è lezione dantesca.
E davvero prende molto questo continuo ricorso all’enumerazione, e pare quasi che ci si affanni al pari del protagonista a stare dietro a questo nulla così pieno in cui (si) è costretto a vivere.
Un nulla egli stesso, una maschera che potrebbe benissimo adattarsi a ciascuno di noi…
Solo il finale, diciamo così, in cui pare prendere consapevolezza del suo negativo.
Ecco personalmente sarei andato fino in fondo.
alfar
se non conoscessi personalmente uno di queste persone illustri della classe creativa avrei potuto dirti che hai fatto un bel lavoro.Devo invece dire che non è proprio cosi, forse è cosi da come si percepisce esternamente, ma loro, uomini creativi, sono piu schiavi di tanti altri
dipendenti, fanno parte di un sistema di cui riconoscono le pecche e da cui vorrebbero fuggire.Farfalle con le ali spezzate, io li chiamo.
Bello, ma per restare in tema di lavorocreativismo avrei editato di più, lavorando sul respiro di questo elenco a perdifiato. Che, per quanto mi riguarda, è andato proprio fino in fondo, con una fiondata degna di un incubo ad occhi aperti. Chiudere tutta l’elencazione di nullità con “Una compagna che ha fatto i figli con un altro”, prima dell’a capo, prima della chiusa, rende perfettamente l’idea dell’inservibilità profonda del proprio essere.
intrigante.,
ma perche tanttti refusi?
eilà belli, io non sono uno scrittore professionista!
dell’editing si occupano gli editor…..
grazie dei complimenti
Valeria
Cara Valeria, che meraviglia il tuo sfogo…hai fatto un coltello di parole per una contemporaneità al…tramonto; forse la sveglia del secolo è inciamp…
Un’ottima idea, un tema originale e sviluppato bene.
Convengo sulla necessità di una rilettura da parte tua per qualche aggiustatina.
Lo lascio in banca.