Trentotto – Un ricordo

La sua criniera era lucida, di un marrone vivo come quello della buccia di castagna. Il vento, o forse l’estrema velocità, l’avevano scompigliata in onde selvagge attorno al muso allungato, che invece era quasi giallo.
Gli occhi fiammeggiavano, il morso era contratto allo spasimo.
Se mi concentravo, potevo sentire il ritmo regolare degli zoccoli che battevano sul selciato ancora umido di pioggia recente.
La sella era rossa e blu, con ricami dorati che ricordavano i segni delle carte. Lungo il bordo, tanti piccoli specchi rotondi riflettevano il mio viso.
Salii in groppa, non senza difficoltà.
Allungai la mano verso la briglia di cuoio morbido e la tirai verso di me. I finimenti erano rovinati, rosicchiati ai bordi da qualche topo volenteroso. Avvertii il brivido dell’altezza mentre cercavo le staffe, con le mie gambe troppo corte.
“Ecco.” Disse mia madre, dopo essersi assicurata che il mio equilibrio non  mi tradisse. E fece un passo indietro, un orgoglio segreto a modellare il suo sorriso.
Il minuscolo clangore del metallo sul metallo mi diede il via.
Abbassai  lo sguardo sul pomolo della sella, socchiusi le labbra e spronai il mio destriero con uno “HAAA” che avevo visto ripetere in tanti film eroici. In un attimo, il vento scompigliò  anche i miei capelli e  il tonfo sordo del galoppo mi tappò le orecchie.
Lontano, una musica di violini e campanelle. E io correvo.
Appoggiai una mano sul dorso  del cavallo, mi chinai a mormorare un incoraggiamento. Più veloce!
C’era un posto meraviglioso da scoprire, oltre la cortina di nuvole all’orizzonte. Corri!
C’era ancora una principessa da salvare.  Corri!
C’era forse un malvagio da sconfiggere. Corri!
Corri…
Una goccia di sudore fece in tempo a scivolare dall’attaccatura dei miei capelli, poi il tintinnio del metallo mi congelò.
Mi voltai indietro.

“Un’altra moneta, mamma!”
Ma ottenni un cenno di diniego e quasi contemporaneamente le sue mani calde si insinuarono sotto le mie ascelle e da lì mi sollevarono per  depositarmi  di nuovo a terra.
Stranamente, la mamma non promise “Torneremo domani” come faceva sempre. Mi ravviò i capelli e mi disse di andare a salutare il mio amico immobile. Lo feci, baciando la zampa  sollevata nel suo eterno galoppo, poi spiccai una corsa per tornare sui miei passi.
Andando via camminammo accanto ad un camion gigantesco, parcheggiato proprio accanto ad una ruspa.
“RA-PI-DE DE-MO-LI-ZIO-NI” sillabai, osservandone la fiancata.
Avevo appena imparato a leggere.

di Alessandra Repetto,  Fiascherino,  La Spezia  (http://vogliosoloscrivere.wordpress.com)

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