Giù in basso.
Spingi una porta di assi grezze, scendi due gradini, ed entri nel fumo, nel rumore, nelle grida, nei canti, nella luce rossa del camino, sotto un soffitto a volta. Tavoli lunghi affollati di gente, gente con volti grotteschi, denti mancanti, barbe che grondano birra. Fiati pesanti e puzza di sudore, di piscio. Cameriere, vecchie ragazze, che corrono fra la gente, senza mai lasciar cadere un boccale nonostante le pacche sul sedere o le strizzate alle tette cascanti. Grossi ventri che sobbalzano per il riso, e ringhi a muso duro. Barzellette cantate e luccicare di coltelli. Furia e ilarità, che si alternano senza motivo. Appesantiscono l’aria più del fumo e della luce del fuoco. Tutto rotola in giro senza direzione, persone, emozioni e boccali vuoti. E il rumore, mio dio, il rumore…
Su in alto.
Tavoli d’acero bianco su pavimenti di marmo. Luce gelida di gennaio dalle grandi finestre. Alte, magre persone, dai limpidi occhi grigi privi di qualsiasi espressione. Ogni movimento è minimo e controllato, ogni parola sussurrata. Quando si incontrano, l’ombra di un sorriso alza gli angoli della bocca, ma non sale più su. Fare l’amore è una sequenza di gesti, previsti. La luce bianca illumina oggetti strani, posti alle giuste distanze fra loro. Ogni tanto, con un gesto preciso, un uomo ne sposta uno, magari solo di due centimetri. Come un pezzo degli scacchi. E i presenti annuiscono, con i loro occhi freddi. Ogni cosa ha un suo posto, ogni persona ha un suo posto. E tutto è controllato dalla forza inflessibile, incorruttibile, invincibile della mente di ognuno. Niente può essere in disordine, niente può essere per caso. Perché non lo si vuole, e la volontà comanda. Né può essere piegata. La volontà comanda, il corpo, il mondo, obbediscono.
Nel mezzo.
La gente.
di Danilo Avi, Baselga di Pinè, Trento (http://www.treesong58.splinder.com/)
Sarò banale ma a me piace stare giù.
E, tuttavia, è bella, la gente…
E io dicevo appunto quello.
ma dove abitano gli avventori del “giù”? e quelli del “su”? fra la gente?
Hai ragione. E me l’hanno già fatto notare in privato. Non si capisce.
Vedi, io avevo in mente questa città futuristica a strati, come nel quinto elemento, per dire. E in ogni strato ci starebbe una storia, volendo. Ho solo raccontato gli estremi.
Il punto è che ce l’avevo così chiara in mente da sembrarmi superfluo descriverla.
E’ il problema dello scrivere per se stessi, immagino.
Danilo