Diciassette – Una di quelle notti

Una di quelle notti d’estate alla Bradbury, in una di quelle cittadine di provincia sul lago, abbellite da un lunapark a conduzione familiare con la ruota panoramica che un bambino potrebbe fare col Lego, con il calcinculo che i più intraprendenti occupano ‘culu militari’ dalle cinque del pomeriggio fino a sera inoltrata conquistando fazzoletti variopinti e piume d’uccelli esotici che danno diritto a bottiglie di marsala di pessima qualità consumate, a luci e musica spente, dietro la baracca del tiro a segno, dove uomini e donne e ragazzi passeggiano instancabilmente nei dopocena miti credendo di vedere figli morti bambini in bambini vivi ed estranei, mariti o mogli morti nella fioritura dell’amore in mariti e mogli disamorati di estranei, genitori morti prima ancora di poter dire loro quanto fossero amati in vita in genitori estranei a figli che ancora sono in tempo a farlo ma che certamente non lo faranno, ecco, io vivo in una di queste cittadine, vivo con i miei genitori e i miei fratelli bambini in una casa enorme in cui spesso mi perdo e che dal lato est si continua col lago tramite ampie vetrate di cristallo, mentre nel lato ovest si confonde col borgo e la strada principale è costeggiata di filari d’aranci profumati, perdendosi più in là in locali dove si beve e si canta dal vivo fino al mattino oppure si ascoltano orchestrine jazz, in una di quelle notti io, mio padre e i miei fratelli bambini tornavamo a casa dopo una serata con gli amici di mio padre e mia madre, e nessuno di loro ha figli bambini, e mio padre si accorse che il cristallo della porta d’ingresso, spesso quattro centimetri, era filato dal pomo fino a terra, mio padre si accese una sigaretta, come faceva fino a vent’anni prima e disse, infilandosi nella Fiat Argenta nuova fiammante e fuori produzione da quindici anni, “vado a prendere quei delinquenti e li gonfio come zampogne”, mia madre disse invece “ne approfitterò per andare in piazzetta a comperarmi delle scarpe senza il tacco”, ma mio padre non guida più da quando trent’anni fa il tremore essenziale non fu più minimalista e diventò degenerazione cerebellare e, a pensarci bene, non ha mai fumato e mia madre odia le scarpe senza il tacco, “non riesco a camminarci”, dice spesso, ma io non mi curo di tutto questo e metto a letto i miei fratelli ancora bambini che fanno un sacco di storie per latte, biscotti e storiella prima d’addormentarsi e poi, finalmente, mi rifugio in uno dei ventisette salotti della nostre enorme casa dalle porte e finestre di cristallo e inizio a sfogliare un libro, i miei sogni mi precedono e il profumo dei fiori d’arancio viene sostituito dall’odore del muschio.

di Eva Carriego, Nuoro (http://braiandinazareth.splinder.com/)

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14 Commenti

  • Certi racconti sono come fratelli bambini che giocano con i ricordi nelle stanze vuote di grandi case dalle finestre di cristallo.

  • Anna da Lipsia wrote:

    Grande Eva!

  • Bellissimo! Dimensioni parallele si intersecano e la coscienza è un millefoglie.

    Incaricherò mio marito di portarlo in qualche bar nei dintorni di Cinecittà.

  • Ecco uno gradevole spiazzamento.
    Uno si aspetta ‘na cosa e zac! Non è così.
    Meglio così.
    Ben contento e sorpreso.
    MarioB.

  • bellissimo, e molto bradburyano: gli universi paralleli esistono, e ci li abbiamo tutti dentro, nella nostra anima-casa di cristallo.
    Grande Eva, marratrice primigenia ed esploratrice di scritture.

  • ehm, narratrice. ma “marratrice” potrebbe anche essere narratrice madre, matrice di narrazioni.

  • Sorpreso anch’io (ed ho pure apprezzato la capacità di condurre una narrazione fluida senza un punto fermo su cui poggiarsi.)

  • un flusso magico che incanta e inchioda alle inesatezze inspiegabili della vita

  • Da leggere veramente senza respirare!
    Certe situazioni che nascono come in un percorso circolare senza fine, non hanno bisogno di punteggiatura.
    :-)

  • Mi piace molto quando la mente scrive ciò che il cuore ha raccolto. Senza nemmeno andare a capo.
    Un fluido musicale, dal quale si viene catturati, per poi trovarsi seduti in salotto, avvolti dai soli profumi che ci appartengono.
    Sgnapis

  • me lo sono riletto, Eva, sai:
    secondo me è ‘na storia quasi da cantare,
    da metterci dietro un ritmo di un sax
    o meglio, un trombone sussurrato,
    così,
    da cantastorie jazz
    MarioB.

  • A volte mi va di leggere a voce alta, per dare più colore o musica alle parole e anche per trovare dissonanze o accordi che non mi piacciono e che poi mi costringono a proseguire in silenzio, se del caso.Questa volta il fiato non mi ha fatto difetto, né mi ha tradito la punteggiatura e così ho raggiunto l’ultima riga, come il naufrago abbraccia la sabbia di una spiaggia amica, beandomi dell’odore del muschio quasi che fosse di alghe bagnate dal sole.E’ stato un piacere.Bluebirdtwice
    uskaralis07

  • Insieme ai dettagli, immagini più potenti che forse avrebbero bisogno di respirare tra spazi più ampi di quelli dati con piccole virgole. Ma il racconto è talmente suggestivo che viene comunque da leggere lentamente, rileggere…