il corpo andava con te. Cambiavi umore e ti pettinavi così e le cose ti avvolgevano agili, era sempre piena estate o l’inverno più crudo o primavera gentile o un autunno sbadato, o bene l’ombra indaco dell’ultima luna di agosto sul cielo turgido traendo in inganno. Gli uccelli volavano jazz fra correnti che per diversione nascondeva l’aria o si fermavano 3 a fare una nota nelle corde nuove della luce. Gli oggetti erano impeccabili di zecca, inaugurate le cose essendo già le cose e appena nate, minuti fa. Nuotavi tra gli alberi di quell’amore nel fiume antico dei suoi occhi ridenti, salivi e scendevi e cascavi nell’angoscia e nell’esaltazione e, le sere, nel cielo, i pianeti raggiravano a favore o in contro, disegnando con le stelle metafore a bicicletta e, per ricordare i giorni te li dipingevi con biro celeste nella curva del ventre e in una mano. Ogni estate ti addormentavi i meriggi all’ombra di una quercia e quasi sognati cavalcavano i pensieri e le sue ombre e immagini sciolte azzurre scorrevano a trovarsi verso una strada che, in fondo, andava gialla in città e oltrepassavi soglie così, sotto quell’amore sporco e incostituzionale e olimpico.
Poi non fosti più amata e il mondo era il mondo come se fosse il mondo e le cose facevano finta di essere le cose, disanimate, e solo le vedevi così, vivacchiando e come se fossero le cose, l’ombra delle cose amate e di un corpo che fermò lo sprint della vecchia luce e degli occhi di un tempo, fiumi americani.
Si alza ora quell’ombra sopra di te, piantata chiara una croce, e sei sotto quella figura incertamente decifrata mentre il mondo continua essendo il mondo, Italia e un gol di Maradona con la mano e l’oroscopo fermo con le costellazioni girando e sei finita sotto una toga di rappresentante processuale che sventola le mattine di tribunale in tribunale, campi così. Lì si comprano e si vendono, ai prezzi variabili del Dow Jones, pezzi di figli e di madri, padri incerti e gambe ed occhi, di tutto si fa perizia esatta e si scambiano une cose per altre cose, metonimie, sotto l’impero della legge che tu saltasti infelice.
Se un uomo si fa la barba al sole, studiavi, e giocano bambini a palla, e lanciano entusiasti a gol, e fa gol la palla nelle mani del barbiere che, col coltello, ti affetta il collo, chi paga, si chiede ogni mattina quel mercato, i padri non diligenti dei bambini, il barbiere, tu che ti siedi a farti bello nel posto sbagliato, la barba al sole di un’estate che sognasti infiammato.
di Maria Carrazoni, Vigo, Spagna (http://paralelle.wordpress.com/)
ci son tornata due volte in 5 minuti. per come. per il sotto.
Come vorrei essere amata con parole così. Maria è una maga, una demiurga, una fattucchiera. Maria è un lingua a se stante, che capiscono tutti i cuori.
cosa vuole dire per il sotto? per il finale? se così fosse, anche a me sorprende questa irruzione o della colpa o del Diritto di colpo. Poi, le so sempre a scrittura consumata, le cose: questo era una massa sonora. Se cambio ogni parola per altre parole dello stesso peso e misura, dovrebbe andare lo stesso la musica, certo ritmo. E portarmi al testo. Che ancora non c’è.
Ciao, Anna, cara -sorvolo demiurga perché mi viene da piangere
). [L'altro te lo prendo, me lo do]
Grazie Effe. Essere qua può parere lo stesso di essere nel mio blog. Invece, no. È una pelle gentile o un cappotto, come quando sei ospitato con cura -
Magnifico.
Sì.
Filiale del BdS, alla fine di Viale Sardegna.
Lì hanno tanto bisogno di buone letture.
Brava Maria bravissima!
MarioB.
A me fa pensare a quegli scritti che contengono parole con le lettere scambiate. Ad una lettura normale uno quasi non se ne accorge, abituato com’è a far cadere al posto giusto vocali e consonanti. E così qui. Ci si fa prendere dal flusso e tutto appare conseguente. Mi si perdoni l’eventuale irriverenza. Di nuovo: brava.
Invidio la libertà della tua lingua, che si sgancia dai nessi logici e vola secondo il sogno, appassionata, poetica.
si può disperdere due volte lo stesso racconto?
più di tutto amo di questa lingua quei gerundi, così evocativi, e le metafore che parlano di sé
Un parlare affrettato, essenziale, per non disturbare il dolore, il dispiacere di come le cose cambino all’improvviso; la descrizione di una condizione dell’uomo una volta amata e ora disprezzata da molti, così mi pare di capire.
Piace la scrittura, la non-scelta delle parole e il lavoro di tessitura affidato alle figure retoriche.
Bellissimo, pittorico. Questo, verrà in giro con me. E se una donna sarà amata glielo regalerò, e se una donna non sarà amata glielo regalerò.
Sgnapis
A Vigo, nel campus, c’è una piccola aula di studianti di italiano. Farò salire lì -sulle colline e guardando l’atlantico- microcenturie e linck