Con la bella stagione lo portavano in campagna dai nonni. Trascorreva la mattinata con i figli del mezzadro, a costruire fionde e aquiloni, ad arrampicarsi in cerca di nidi e a nascondersi nei fossi o nel fienile, finché la voce della nonna lo chiamava per il pranzo. Il pane gli pareva più buono di quello di casa, e finiva anche l’insalata, che di solito sdegnava; e poi il nonno gli lasciava bere un dito di vino rosso. Ma il dopo pranzo prevedeva una pausa obbligatoria, per una precisa disposizione della madre, una regola cui nemmeno a casa sfuggiva, che però lì gli pareva ancor più insopportabile, specie se pensava che là fuori lo attendevano i figli del mezzadro per riprendere i giochi interrotti.
La nonna lo accompagnava di sopra, nella stanza da letto, che dava sul cortile. Il pavimento in mattoni tirato a cera, il letto alto con la testiera dipinta, un vecchio lavabo nell’angolo, ed accanto, su una sedia impagliata, una vecchia radio che non trasmetteva più neanche vecchi programmi. Odor di cera, di naftalina, e un vago sentore di lavanda. La nonna gli faceva togliere le scarpe, aspettava che fosse salito sul letto, che dava ogni volta un pigolio di molle; controllava che non ci fosse in giro nulla da leggere, e per indurlo a dormire chiudeva gli scuri. Poi diceva “Dormi, eh? Ti vengo a svegliare fra un’ora. Non preoccuparti, non mi dimentico”.
La prima volta se ne stette coricato, aspettando coscienziosamente il sonno. Teneva gli occhi chiusi, si figurava che fosse notte, ma non serviva. Dopo un poco si alzò a sedere e si guardò intorno. Non c’era bisogno di accendere la luce: ormai riusciva a distinguere l’armadio, il comò, il vecchio lavabo, il ritratto dei bisnonni nella cornice nera. Ma fu alle sue spalle, sulla parete, che scoprì l’incanto. Da allora, ogni volta, attendeva che la nonna si chiudesse l’uscio alle spalle, che gli occhi si abituassero all’oscurità, e immancabilmente la magia si ripeteva; così, saliva coi piedi scalzi sul cuscino e si trovava faccia a faccia con una Madonna dolente e screpolata, nella sua cornice ovale; la staccava con precauzione dal chiodo per poi appoggiarla piano sul pavimento, liberando così la parete, infine scendeva dal letto e arretrava di qualche passo per contemplare lo spettacolo: da un foro nell’imposta filtrava uno stretto fascio di luce, che allargandosi proiettava sul muro ora sgombro un’immagine capovolta del mondo di fuori. In basso una striscia d’azzurro, sopra di essa il rosso sbiadito di un tetto, più sopra il disegno sconnesso di vecchi mattoni, a lato il verde di un pioppo a testa in giù. Quei colori diluiti formavano una pittura vibrante, una fotografia viva. A confermarlo, di tanto in tanto in quel paesaggio capovolto le foglie si muovevano nell’azzurro, come alghe, e un uccello sfrecciava a nuoto, traversava la parete, sfiorava il chiodo che aveva retto la Madonna e superava indenne una crepa dell’intonaco per scomparire oltre la treccia del filo elettrico.
Salì sul letto e si mise a testa in giù, ma si stancò presto, e scoprì che preferiva starsene seduto con le spalle appoggiate alla pediera, a guardare quel quadro animato, aspettando che qualche uccello si tuffasse nell’azzurro per poi rifugiarsi tra il verde del pioppo. Non era una fatica, ma un nuovo gioco, il gioco di interpretare il capovolgimento del mondo. Se dopo qualche minuto nulla accadeva, animava la scena proiettando con le dita ombre fantastiche su quel fondale. L’ora di prigionia passava in fretta, e diminuiva il desiderio di correre giù per le scale e uscire all’aperto, nell’afa esaltante del primo pomeriggio: fuori c’era il cortile vero, lì veniva invece proiettata una favola di quel cortile. Una tra le tante.
di Maurizio Goldoni, Finale Emilia (http://cattivadigestione.splinder.com)
Forse le storie sono sempre favole alla rovescia di quello che si svolge altrove. Bello che sia così, proiettato sul muro dell’anima.
Sì, dell’anima. La proiezione privata di un vecchio super 8. Spettacolini di campagna, stupori di una volta. Niente a che fare con le moderne favole proiettate ad alta definizione e a pagamento nelle multisale (sempre dell’anima, s’intende).
Grazie per il commento.
MG
E’ come un lavoro al chiacchierino, e chissà se ancora qialcuno si ricorda com’è fatto e come si usa… Se questa è la premessa, spero davvero di leggerti ancora.
Ad majora.
Lina
Un lavoro al chiacchierino… Che si chiami così per si può ciarlare mentre si lavora? Una citazione che mi fa pensare all’amica Zena. Grazie.
Un racconto di impianto classico che ci lascia vedere come nella realtà si possano incuneare spiragli di meraviglia.
La prigionia si capovolge in libertà fantastica negli spiragli di luce.
Molto bello.
Il 50% del mio sangue è emiliano: Correggio e dintorni.
Da piccolo ho frequentato quelle campagne e rileggendo la prima parte del raconto ho rievocato quelle sensazioni che ha descritto in maniera perfetta. Il pisolino pomeridiano era una tortura alla qiale, per sopravvivere, ci si inventavano i giochi più stravaganti.
Le vibrazioni e le energie che quei casolari trasmettevano non le ho mai più ritrovate.
Un pezzo stupendo che lascerò in qualche aeroporto, credo nel bagno.
La seconda parte mi ha fatto venire in mente questo pezzo:
http://www.youtube.com/watch?v=C01-omnb4Vc
Grazie, Stranoforte. Al di là delle tante implicazioni, a me piace pensare che questa esperienza sia stata un’allusione al mio futuro di fotografo. Era letteralmente una camera oscura, e non è improbabile che sia stata scoperta qualche secolo (o millennio) prima proprio in questo modo.
… E un grazie ad Aitan e ad Anna, s’intende.
Questa, infatti, è una bellissima fotografia, multisensoriale.
Che meraviglia!
Ma io voglio andare giù, questo ripeto anche ora quando una situazione mi sta stretta:)
Che fatica restare nel lettone di mamma, quando il sole a picco e i sassi e le “stroppie” e le galline e le tortore mi chiamavano dal cortile. Silviaaaaaaa, Silviaaaaaaaaaa.
:- Dormi Silvia, dieci minuti con mamma, fuori c’è tanto caldo.
:- Sì.
…
:- Ma io voglio andare giù.
Che tenerezza. Non avevo ancora imparato a guardare il mondo a testa in giù e il mio cortile farlo salire su.
Grazie
Sgnapis
Questo deve andare da una certa signora che conosco molto bene:)
un quadro animato poetico e pittorico
mi piacerebbe entrarci e svanire in quello sfavillio
Bello Goldons, veramente una bella favoletta, tutta aggiustatina, al punto giusto, complimenti. Anche il linguaggio precisino, precisine le parole, il compitino scritto perfetto, un prof di italiano, seconda media, liceo? anche un 9 va. Ti visito per par condicio e visto che ora il gioco, da te introdotto a proposito del povero Alfar è: diamoci al massacro (ma hai scelto Alfar per ragione precisa o è capitato, fermo restando che è prolisso veramente?), ti aggiungo che a un certo punto mi sono anche abbastanza stancato di continuare (e dico lo stesso di Alfar con le sue evoluzioniinvoluzioni che crede di essere Dante e Kafka).
E qui rilancio, come si intitolano i romanzi che hai pubblicato? Te li ha pubblicati la Pendragon?
Jimmy Cotta
Premesso che non mi chiamo Goldons, evidentemente lei non ha compreso lo spirito e l’intenzione dei miei commenti, al contrario di Alfar e di Aitan, con i quali c’è stato un civile scambio di pareri. Ciò dimostra come non era mio desiderio fare interventi demolitori, tanto meno di iniziare un gioco al massacro, che tra l’altro ha luogo solo se altri lo desiderano. Quanto ai miei romanzi, credo siano esauriti. Ma può sempre fare una ricerca in rete.