“Uh, uh, uh….ma che belle tette che c’ha Sabrina!”.
Dio mio che tormento, pensava la ragazza. Tutti i giorni la stessa cosa, almeno con lei. Ma con ognuno Osvaldo aveva una fissazione diversa.
Stava sempre lì, stralunato e fuori dal mondo, appoggiato a un muro di corso Trieste.
“Ma che tette vedi?”, chiedeva lei le prime volte che lui l’apostrofava.
“Le tue, le tue. Io ci ho gli occhi con la vista spaziale. Io sono come Nembo Kid”.
Povero matto, dicevano tutti.
Chiedeva l’elemosina e con gli spiccioli mangiavano lui e il suo cane. Un bastardino pezzato che però faceva una bella vita. A due passi da corso Trieste c’era un grande giardino, e il cane ci si divertiva un mondo.
Così come sembrava che Osvaldo si divertisse da morire con quella pagliacciata della vista ai raggi X che attraversava gli ostacoli e le protezioni.
“Uh, uh, uh….e tu c’hai proprio un bel culetto”, diceva quando passava Rachele.
“Sì, sì, grazie – gli rispondevano tutte – e beato te che hai la vista spaziale”.
Poi i passanti guardavano in cielo e pensavano che quel povero Cristo, in fondo, aveva solo la fissazione di vedere ciò che in realtà non esisteva. Fissazione che, peraltro, hanno anche i sani di mente. Lui, a differenza di questi, lo esprimeva con i fatti invece che tenerselo dentro come un segreto inconfessabile e che nessuno capirebbe. Ognuno, insomma, ha i suoi fantasmi.
E che Osvaldo fosse innocuo era cosa ormai acclarata. Di lui, infatti, non si preoccupava nemmeno il maresciallo dei carabinieri. “Generale, generale – faceva Osvaldo quando lo vedeva – lì c’è Caterina, la vede Caterina?”.
Osvaldo indicava una parete grigia e anonima. “Certo che la vedo – rispondeva il maresciallo – mi sta anche salutando”.
Osvaldo, contento, tornava a puntare la sua vista spaziale su tette e culi.
Evidentemente gli piacevano le parti anatomiche femminili e questo faceva dubitare che fosse proprio scemo. Ma, volendo, ne aveva per tutti. “Don Francesco – diceva al parroco – ma non ti fa caldo la maglia di lana sotto la tonaca?”.
Il prete rispondeva “sia lodato Gesù Cristo”, benediceva Osvaldo e proseguiva.
“Generale, generale ma allora la vedi Caterina?”. Il maresciallo quel giorno era passato due volte per corso Trieste. E per due volte si era beccato la “visione” personalizzata. Il solito muro grigio e disadorno.
“Sì Osvaldo – rispose – ma adesso ho da fare. Falle compagnia tu a Caterina. Io poi torno”.
21 ottobre 2012
“La scossa di terremoto che ha colpito la città, per fortuna non ha fatto vittime.
Danni ingenti ai palazzi più fatiscenti e alle mura decrepite.
Ma il colpo di scena è avvenuto in corso Trieste. A causa del sisma ha infatti ceduto una vecchia parete. Si è sbriciolata, e ha restituito il cadavere di Caterina Bonfanti.
Tutti credevano che fosse fuggita con il suo amante. Invece sul suo corpo sono ancora evidenti due fori di proiettili. Evidentemente l’assassino si disfece del cadavere murandolo dentro quella parete di corso Trieste. Ora l’inchiesta sul caso Bonfanti ripartirà da zero”.
di Enrico Gregori, Roma (http://www.enricogregori.splinder.com/)
mi hai riportato alla mente uno straordinario Lo Cascio in Bar Margherita, quel suo riso schizzato–
un bel raccontare
grazie a voi
collega, stavolta ce li giochiamo ai rigori… (non pensi che chi racconta storie ha sempre i raggi ics, e nessuno ci crede?)
mangino, stavolta parata non competitiva
. ma, gara a parte, è stato bello conoscerti
piaciuto moltissimo.
farò in modo che viaggi in metropolitana linea A
Insomma, questo c’aveva già il body scanner incorporato…
;o)
grazie cri’.
aitan: anche a Verne non credeva nessuno quando scriveva di sommergibili. e poi…
Un bellissimo frammento. Un racconto davvero gustoso scritto in punta di penna, una gran penna.
L’omologazione e la normalità: cose inutili.
Lo lascerò nel Comune del mio paese affinchè ne traggano le giuste considerazioni.
stranoforte, sarà cosa banale e obsoleta, ma io ti ringrazio profondamente e umilmente
Descrizione calzante di un’ordinaria follia. Sono proprio coloro che appaiono “strani”, quelli che intuiscono di solito la verità perché riescono a vedere oltre i propri occhi!
Da lasciare in un commisariato di polizia
Lo sguardo “altro”. Quello che di solito è scomodo da seguire. Quello che aprirebbe troppe porte che occhi “normali” non avrebbero capacità di oltrepassare. Bello
Sgnapis
molto gentili, grazie
E bravo davvero!
L’avevo letto ieri e poi son scappato via, però adesso ti dico che mi è piaciuto proprio per la vena un po’ surreale che hai novamente ripartorito!
Bravo Enrico.
MarioB.
ogni tanto pennello anchio
. grazie mario
Letto e assaporato con gusto. Lo lascerei nella capitale, al mercato rionale Serpentara II, di fronte un Palazzo di Giustizia.