Cinque – Segatura

Mairas continua a guardarsi le mani, le tiene aperte, fissa le nocche e gli esagoni di pelle. Guarda se c’è un tremore, una vibrazione minima. Sono ferme, come lo erano ieri, ma ieri, adesso, è un tempo lontanissimo. Forse è stato un colpo di vento, forse è stata lei che si è mossa. Una volta ha sentito che anche l’alito del pubblico ha un suo peso specifico e che la traiettoria più precisa poteva essere deviata dal battito cardiaco di uno spettatore. Un bambino, il cuore di un bambino ha delle accelerazioni incredibili che possono spostare gli oggetti. Qualcuno sapeva dirgli quanti bambini c’erano? Era sicuro di averla sentita quella storia. Nel frattempo continua a osservare il centro esatto delle sue mani e pensa a un’imperfezione dell’ingranaggio del polso. Tutto è implicato, spalla, gomito, tricipiti, occhi, naso. Non c’è maniera di capire. Ogni volta che chiude gli occhi per sbattere le palpebre nel buio di quel mezzo secondo, sente di nuovo le urla del pubblico e l’orchestra che subito ha attaccato per coprire con il suono tutto quel sangue. Musica come segatura sul sangue. Non avevano infermieri, ma avevano musicisti, i peggiori della Bulgaria, ma fecero quello che erano pagati per fare. Bassotuba e bombardino non si fecero pregare, i loro si bemolle e i re sulla prima ottava riempirono tutto il vuoto che si era creato, e mai sembrava avessero suonato tanto bene, il sangue li aveva ispirati. Si sarebbe detto, un’orchestra di squali. Cambiare lavoro? Baggio ha sbagliato il rigore ai mondiali nel ‘94, ha cambiato lavoro? Era forse pagato più di Baggio?

Mairas esce fuori, si siede sullo scalino, chiude gli occhi spontaneamente, non gli vengono alla mente nemmeno i ricordi migliori, Parigi, Montecarlo, il lancio da trenta metri, il coltello che viaggia dritto in stato di sospensione e poi il suono secco del legno che assorbe l’impatto, e lei che si fida, più immobile del legno che ha alle spalle e che fino a che non sente il suono del legno non ricomincia a respirare. È un lavoro di polmoni e di fiducia il suo. Fidarsi come professione, quattro giorni a settimana, la domenica due volte.

Mairas accarezza il gatto che si porta dietro da cinque anni e pensa che ci sono lavori che ammettono un solo errore. Pensa che il più grosso dei diamanti con una piccola imperfezione su una faccia non valga quanto un tappo di bottiglia. Ritorna alla piccola cucina della roulotte e prende i suoi coltelli. Li tiene avvolti in un fodero di velluto che si avvita su stesso ed estrae quello con ancora la macchia scura di sangue. Lo impugna, le sue dita avvolgono il manico, pensa che sia un peccato, la presa è perfetta, un errore in una vita intera è troppo. Alza il coltello, carica di energia il movimento e spinge, gira, più forte che può, lo affonda nel metallo della scatoletta del gatto e la apre rovinando la lama per sempre. Adesso dovrà spiegare a Zoe cosa è successo alla parte sinistra della sua faccia.

di Hotel Messico (http://www.hotelmessico.net/)
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5 Commenti

  • come non pensare a “Santa Sangre” del mitico Jodorowskj?

  • questo racconto è stato disperso ieri a Napoli, in un vagone della funicolare di Chiaia in partenza per il Vomero alle 18 e 40 (prossima tappa, Bosco di Capodimonte)

  • Un racconto sul filo di una lama che ti mozza il fiato e ti spinge a leggere in apnea fino in fondo come i racconti di HM sanno (quasi) sempre fare.

    (E’ probabile che dopo quella di Francesco, ci sarà un’altra dispersione in quel di Napoli. Intanto, lo cito sul mio t-blog.)

  • I racconti di lama, hanno il pregio di penetrare anche se il colpo non viene sferrato.
    Sgnapis

  • solite meraviglie di hotel messico. bravo perdío