L’ultima casa resisteva a ogni vento, ma cigolava fin nelle ossa. Era inclinata come certi alberi, con le radici di fuori, che l’onda quando batteva forte gliele bagnava d’acqua salata, e poi il sole le sbiancava come dita. L’ultima casa non ci poteva niente, ad abbatterla o anche solo a scoraggiarla.
Teneva gli occhi quasi sempre chiusi, con le persiane a mezzo e le tende che gli restava uno spiraglio, una linea scarsa ma tanto la luce di ferro dello Stretto entrava tutta in una volta, e s’allargava per le stanze.
Aspettavano solo che la vecchia morisse, e anche la casa aspettava: che si stancassero, o che il mondo finisse. Tanto, il tempo cambiava, sulle rive del mare, e nelle stanze circolavano varie specie di passato e futuro, senza incontrarsi per forza.
Qualche volta si vedevano le trivelle scendere sui fondali e incastrarsi nelle rocce, e poi restare lì e diventare tane di murene, alberi di corallo nero o pezzi del palazzo reale degli dei. Oppure passavano le navi-città, lente e incastellate fino al cielo, e le auto e i negozi si specchiavano fuggendo nei vetri della casa. I ruderi del Ponte, o forse erano i piloni immensi in costruzione, lunghi fino alla luna, larghi centomila miglia marine, non crescevano mai. Gli operai non si vedevano più, e nemmeno i pescatori che allineavano le canne sugli scogli.
Più spesso erano i bambini a tuffarsi, bambini di cento o duecento anni, perché da molto tempo nessuno camminava sulla spiaggia, da quando i bidoni s’erano corrosi col sale dei due mari, e avevano lasciato uscire i vapori radioattivi.
La vecchia nemmeno se ne ricordava: continuava a vedere bagnanti col cappellino, e aerei futuristi che venivano a bere poco prima del tramonto, le carlinghe scintillanti che scomponevano la luce nei colori primari, e arcobaleni perfettamente ortogonali che tagliavano l’orizzonte. La vecchia era talmente vecchia che non distingueva più ciò che ricordava da ciò che aveva immaginato. Tale e quale a dio.
L’ultima casa sospirava solo in certe serate arancioni, quando sirene morte tornavano a cantare, e le stelle marine con otto o nove punte risalivano dal fondo, o forse erano le stelle del cielo, che erano dure e bagnate, a scendere roteando, e chiunque avesse sentito quelle voci avrebbe provato come un fastidio, una nostalgia, come una piega rigirata lì, dove nessuno aveva più un cuore.
di Anna Mallamo – Manginobrioches (http://manginobrioches.splinder.com)
Chapeau. Fra le cose tue che ho letto, questa è senza dubbio la più incredibilmente bella.
Leggo cose splendide, qui.
Mangino, ho già dato fondo alla mia collezione di aggettivi con te, mi ripeterei.
omaggi e complimenti alla mia lontana collega
omaggi e complimenti alla mia nuova collega esploratrice di futuri speriamo impossibili
Brioscina, tu sei divina!
molto bello e ben scritto, a livello di quel capolavoro che è La strada di Coran McCarthy
Di questa ne lascerei decine di copie sparse tra Scilla e Cariddi, magari inserite in bottiglie di vetro provenienti dal naufragio.
E’ bellissima la casa,
a casa di tante case di Anna,
che me le ricordo quasi tutte,
e non sono mai tutte,
io poi le semino,
queste storie,
sulle panchine di piazzetta Donatello,
sule sedie della biblioteca Shahrazad,
dove un bimbo marocchino
ci metterà il ditino
MarioB.
Bellissimo!
sì, sì, anche io ne lascerei diverse copie in giro.
Intanto ne regalo qualcuna a tutti i miei amici.
bello bello. quella nota su Dio è immensa.
Mi ha emozionato molto, mostra uno scenario futuro poetico ma anche inquietante.
Fa riflettere, l’idea di divulgarla il più possibile mi piace molto.
complimenti all’autrice
una nuova lettrice….
Descrizione superba, come tutte le “made on Mangninobrioches”.
Struggente.
Sgnapis
aria di casa mia…