Da qualche tempo sono tornato a Buenos Aires.
Passo la maggior parte del tempo a la Recoleta: quando ne attraverso le vie perpendicolari come certezze, quando conto i passi, sempre uguali, che mi separano dal Café la Biela, e mi affanno in uno straniamento (passeggero e senza pericolo) nella grandissima Avenida 9 de Julio, quando finalmente mi lascio andare tra le familiari linee liberty di casa, mi sento bene, mentre tutto si sovrappone alle città in cui ho vissuto prima.
La sera vado al porto a ricordare il passaggio dei transatlantici e tutta la gente arrivata fin qui, sfilate senza fine di navi e uomini: quasi un trapasso, immaginato in bianco e nero, eppure vivissimo, nel suo rinnovarsi. Preferisco dipingere la darsena vuota, perché non mi credano pazzo (la solitudine sta appena un poco più avanti della pazzia).
Ma quello che vorrei davvero condividere con voi è che vado spesso a Plaza de Majo a contemplare la fontana, a riempirmi lo sguardo del rosa de La Casa Rosada, a osservare le madri:
vorrei tornare fino a che non ne comparirà più nessuna.
Silenzio e compostezza si levano assieme alle voci dei comizi che le affiancano con tale forza da trasmettere qualcosa, perfino a me che non ho conosciuto una disperazione pari alla loro. Qualcosa, a cui non so dare un nome, che in altre parti del mondo non c’è o è stato dimenticato.
di Lucia Saetta, Bosco Chiesanuova (VR) (http://cronomoto.splinder.com)
Completamente dentro,
dentro a questo dedalo, a questa scacchiera irregolare in cui la solitudine e la pazzia da così lontano, da qui in alto nemmeno più si vedono e quasi più non si sentono.
Forse con quei transatlantici (e poi i cargo, le petroliere, gli yachts, le tartane, i gozzi…) è stato portato via il cuore di molti, gettato a mare, nascosto nelle profondità abissali come scoria radioattiva e risalire più non può.
Lasciarsi andare… nemmeno più sentire il silenzio delle madri che nella piazza mute attendono, attendono, che? giustizia, vendetta, cosa attendono queste madri al centro della piazza, così composte, queste eterne statue, questo presidio continuo, questo bastione perpetuo all’eterna infanzia del maschio, della razza umana l’ultima speme, l’ultima speme da quassù, lontano, perso, andato.
E lasciare il nucleo profondo intatto.
Ancora.
Per poco.
Via la sigaretta. Riprendere a percorrere le strade, ritornare alla darsena, all’Avenida 9; tornare a casa,chiudersi dentro, tapparsi le orecchie, accecarsi.
Eppure ancora sale, ancora si sente, per fortuna, questa risonanza di disperazioni che sommuove l’animale dentro e non lo fa morire.
Non ancora.
Per poco.
Alfar
il sottotitolo di questo racconto potrebbe essere “o dell’eleganza”.
Missione compiuta!!!
Roma, ore 13.21.
Copia lasciata con cura su una panca di Largo di Torre Argentina.
(41°53′43.92” N – 12°28′38.14” E)
ecco, questa è una riserva di ciò che non c’è o è stato dimenticato, e le formiche devono ricordarcelo, ricordarlo, ricordarglielo.
Toccante e suggestivo (figurarsi poi per un argentinofilo come me).
(La prima copia è stata lasciata a Largo di Torre Argentina, la prossima sarebbe bello che arrivasse a Corso Buenos Aires, e da lì direttamente al Barrio Palermo o nel centro della Plaza de Mayo.)
Vorrei che lo leggessero in tanti.
Un’amica parte per Verona, le chiederò di lasciarlo sul treno.
molto,molto efficace-commovente-evocativo
lo leggo oggi. toccata dentro. possimo dire: disperso per la prima volta dentro?. e poi, vicino alle fontane. bellissimo.
Mi aspettavo da te, dalla tua sensibilità fuori del comune, (ho imparato a conoscerti da silente lettrice del tuo blog) una pagina dedicata all’umanità dimenticata.
Anche questa la lascio nelle sale del Palazzo della Cultura (biblioteca) della mia città
Delicato e potente come un abbraccio.
Sgnapis
Lo regalo alla mia amica Teresa, argentina, che qui fa la pittrice,
le darà di sicuro piacere
( e dolore).
Acuto con certi stiletti.
MarioB.
Che bellezza, Crono.
Da qualche parte, in diverse località qui vicino. Sperando che arrivi a Tresnuraghes, paese di Martino Mastinu e Mario Bonarino Marras.
ciao Lucia, molto bello, piccolo e denso.
Triana