Zero – Formiche

Di notte ancora possiamo far ritorno alle nostre case e camminare come un tempo per le strade. Lanciamo allora nomi contro il buio, per dirci salvi in mezzo a tutti gli altri. Ripetiamo a voce alta un elenco di vicoli e ricordi e mandiamo a memoria la descrizione degli oggetti più comuni, per non smarrire la geografia del nostro quotidiano. Ma già prima dell’alba ognuno riempie ancora il tascapane, si avvolgono vestiti di ricambio e una coperta e, al primo chiaro, di schiena al paese saliamo in cresta alla collina, abbandonando le vie e i nomi delle cose prima che arrivino loro.
Le formiche.
Se ci voltiamo indietro durante la salita, allora le nostre case, già lontane e umide del mattino che si scioglie sopra i tetti, si gonfiano di giallo, o di un bianco butterato e stanco. Ma il sole subito ne scalda poi i contorni, e muri e coppi bruniscono fino a diventare neri, e tremano vivi come l’orizzonte della carrozzabile nel mezzogiorno a picco – milioni di formiche, una superficie liquida spezzata da onde minime che coprono ogni cosa.
Tutto ha avuto inizio a metà della stagione nuova, in assenza di ogni spiegazione: un allagamento rapido al mattino, e la risacca successiva della sera. Perché invadano per il giorno intero case e strade, e cosa facciano del paese facilmente conquistato, nessuno sa. Di certo mangiano castagne e mele conservate nei solai e il pane nelle madie, ma non li divorano mai del tutto. Ne mangiano una metà corretta e lasciano il restante a noi, per il nostro rientro in paese appena l’aria è già più scura.
Durante la nostra sconfitta a tempo, le formiche entrano a forza nelle case spalancando finestre e smuovendo chiavistelli, macchiano di scuro il pavimento delle stanze e s’infilano sotto le lenzuola bianche, e al ritorno troviamo i letti sfatti e le coperte intrecciate, come se una mano brulicante e nera le avesse d’improvviso scostate via.
Al rintocco, la massa viva si raggruma tutta sul sagrato, entra in chiesa, sale sugli inginocchiatoi e irrompe sull’altare spaginando rapida il salterio. Le navate allora si saziano fino al colmo di un suono che non ci è possibile sapere.
Più tardi, al vespro, il selciato delle strade e della piazza s’intorbida di un nero fitto più ancora, e ci raggiunge qui sulla collina un brusio tenace, una chiacchiera continua di minuzie, un rapido schioccare delle antenne. Col primo buio, l’invasione infine si contrae e termina, sospinta via dalla notte e dal nostro incespicare giù dalla collina.
Eppure venne fatta resistenza, quando ancora si sperava invano. Alla prima settimana d’invasione, lo speziale aveva ricoperto le pietre angolari delle case a calce viva, segnando con lo stesso materiale molte linee di ostacolo sulle selci delle strade principali. Nel fitto della notte, quel biancore d’angolo splendeva come una costellazione, e le linee erano le ossa spolpate e lunghe del paese. Il mattino seguente, le formiche avevano evitato angoli e sbarramenti, straripando da vicoli secondari con più tumulto ancora.
Qualcuno aveva allora ipotizzato che le formiche germogliassero dal sedimento dei sogni che covano contro i soffitti notturni delle case, e il podestà, per sicurezza, aveva ordinato l’affissione di manifesti a ogni porta, con la proibizione assoluta di sognare. Il sogno venne dichiarato attività illegale e, poiché le formiche continuavano ogni giorno ad arrivare, fu chiaro a tutti che gli elementi più pericolosi della comunità – il sarto, il gestore della privativa e di certo qualche altro disfattista – disobbedivano all’ingiunzione, sognando nascostamente e con terribile intenzione. Il podestà li fece arrestare e tradurre alla casa circondariale ma, nonostante questo, le formiche tornarono ugualmente a riversarsi ogni giorno nell’abitato.
Il prete e le beghine avevano provato allora a recitare una novena notturna, nove notti di preghiera e veglia, e al mattino del decimo giorno tutto il paese era sfilato in processione dietro le statue di San Rocco e della Madonna delle Catene portate in litania lungo i vicoli. Le formiche erano arrivate con rumore gigante di foglie secche, a onde e lingue che tracimavano dalle vie e dalle finestre delle case come solo il fiume nell’anno lontano della piena, ed erano salite sulla statua del Santo e lungo il manto azzurro della Vergine; poi si erano arrampicate sotto la cotta del prete, lo avevano pizzicato, inciso, intarsiato con le piccole mandibole, incuneandosi nelle orecchie e nelle narici, finché il prete aveva iniziato a gridare bestemmie e starnutire formiche mentre si stracciava la veste talare, scappando poi verso il bosco seguito di corsa dal resto della processione in colonna veloce ma ordinata, i Santi in testa, poi i chierichetti con il turibolo che lanciava fiocchi di spezie, quindi uomini e sovversivi nel frattempo rilasciati, e infine le donne con il velo sulla crocchia, i cani, le galline e un paio di capre magre tirate con una corda al collo.
Da quel giorno di fuga e d’armistizio, il paese è divenuto per tutti il confine condiviso di due regni: notturno e strisciante quello degli uomini, splendido quello degli insetti.
Matrimoni e funerali si celebrano adesso al buio, e al sole la stagione degli amori.
Al posto della legge esatta e morale dell’orologio in cima al campanile, colonne di formiche inventano ora il tempo disegnando meridiane mobili sul dorso della terra.

di Flaviano Fillo, Torino (http://herzog.splinder.com)

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12 Commenti

  • Fatto. Stampato, dico. E domani sarà abbandonato sul tavolino di un bar. Dopodomani in un cafè letterario dove si declamano poesie. E, prima di Natale, in una chiesa. O al palazzo di giustizia, qui, nella città dei corvi. Nel luogo che qualcuno ancora chiama Nuoro.

    Ps. Magnifica idea.
    Post ps: devo stampare solo l’indirizzo delle microcenturie o anche quello del blog dell’autore?

  • marino wrote:

    Mi é piaciuto parecchio, una specie di rivisitazione della Formica argentina di Calvino.

  • io ho stampato, ma poi ci ho ripensato. lo ricopierò a mano, come una lettera, e poi lo lascerò andare, come una lettera.

  • Dopo il mar delle blatte e l’invasione degli orsi in Sicilia, ecco le formiche.
    L’ho letto due volte. Buon segno.

  • non puoi immaginare il mio piacere nel rileggerti
    questa centuria è qualcosa di straordinariamente bello

  • ho scoperto oggi microcenturie grazie a letturalenta e niente, volevo solo dire bravi tutti davvero (ed è sempre un piacere leggere effe)

  • Rifinalmente Flaviano co’ le formiche,
    gran bel ritrovarcisi!
    MarioB.

  • lo stamperò e lo metterò da qualche parte qui a Lariano, al riparo dalle formiche…

  • Intanto, è un piacere lasciarsi invadere da queste formiche, che un po’ mi ricordano i caratteri a stampa che invadono il foglio, lo schermo…

  • Elisabetta wrote:

    I sogni sono contagiosi, è bello finalmente sognarli di giorno, nello splendore del mondo governato dalle formiche.
    Lo lascio sui banchi del Palazzo della cultura, la biblioteca della mia città.

  • Ciao, “dimenticate formiche” in:
    Hotel Posta – Civezzano di Trento, tra le pubblicazioni del bar del ristorante, ieri
    e
    Rifugio Malga Zirm – Alpe di Lusia Bellamonte (Trento) , fra i menù della casa, oggi

  • marosit wrote:

    Lo scrivo qui ma vale per tutti gli altri testi: “seminerò” uno al giorno nello spazio attesa della Camera del lavoro di Cremona, tra patronato, ufficio immigrati, ufficio vertenze e il distributore del caffè.